A cominciare da quelle di Albano Laziale, le osservazioni dei comuni confinanti sono rimaste senza una risposta della Capitale e degli organi deliberativi. Il dubbio a questo punto è inevitabile: sono state davvero valutate? Le acque sotterranee sottostanti sono oggetto di monitoraggio e tra il 2010 e il 2021 sono stati registrati 129 superamenti di parametri relativi a contaminanti organici e inorganici, come riportato dalla relazione Arpa dell’11 marzo 2022. Il sito ricade in una zona di ricarica degli acquiferi profondi dei laghi Albano e di Nemi, tutelati dalla Regione Lazio, che vieta nuovi emungimenti e derivazioni. Nei Colli Albani vi è un progressivo abbassamento della falda. Eppure manca un bilancio idrico complessivo, trasparente e verificabile del termovalorizzatore, mentre i numeri dell’impianto destano più di una perplessità. Il progetto indica circa 89.700 metri cubi annui di fabbisogno, mentre impianti analoghi presentano consumi molto maggiori. Il termovalorizzatore di Roma consumerebbe appena 0,15 metri cubi per tonnellata, contro 0,83 a Brescia, 1,69 a Torino, 1,26 a Piacenza e 0,44 ad Acerra. Per non parlare del depuratore di Santa Maria in Fornarola: chi ha deciso che le acque non siano destinate all’agricoltura?


◆ L’analisi di MARCO ALTERI

Rendering dell’impianto

C’è una domanda preliminare che continua a non trovare una risposta convincente: perché il termovalorizzatore di Roma deve essere costruito proprio a Santa Palomba? È stata sollevata dai Comuni direttamente interessati, a partire da Albano Laziale, insieme ad Ardea, Castel Gandolfo e Pomezia. Sono territori che subiranno gli effetti dell’impianto pur non avendo scelto di ospitarlo. Il Comune di Albano, nel suo articolato parere del 14 ottobre 2025, ha contestato innanzitutto l’assenza di una vera valutazione delle alternative localizzative. La scelta del sito, infatti, non può trasformare la Via (Valutazione di impatto ambientale) in una formalità: occorre confrontare siti alternativi, compresa l’alternativa zero, considerando acqua, falda, suolo, traffico, salute, clima, paesaggio e consumo di territorio, prevedendo la possibilità che il sito prescelto non sia idoneo. A meno di un chilometro dal sito c’è la discarica di Roncigliano, interessata da una storia pluridecennale di criticità ambientali. Le acque sotterranee sottostanti sono oggetto di monitoraggio e tra il 2010 e il 2021 sono stati registrati 129 superamenti di parametri relativi a contaminanti organici e inorganici, come riportato dalla relazione Arpa dell’11 marzo 2022.

La falda: il problema che non può essere aggirato

La questione idrica è forse la più grave di tutte. Il progetto presenta una documentazione che il Comune di Albano giudica carente proprio sul punto essenziale: manca un bilancio idrico complessivo, trasparente e verificabile, capace di mettere in relazione fonti disponibili, consumi, recuperi, variazioni stagionali, siccità, emergenze e malfunzionamenti. Si tratta di una questione essenziale, non solo per la tutela del territorio e delle persone che lo abitano, ma anche per la fattibilità del progetto. Questa estate sono state fermate diverse centrali nucleari in Europa a causa della siccità. E i numeri dell’impianto che vorrebbero costruire a S. Palomba destano più di una perplessità. Il progetto indica circa 89.700 metri cubi annui di fabbisogno, mentre impianti analoghi presentano consumi molto maggiori. Il termovalorizzatore di Roma consumerebbe appena 0,15 metri cubi per tonnellata, contro 0,83 a Brescia, 1,69 a Torino, 1,26 a Piacenza e 0,44 ad Acerra. Non significa automaticamente che il dato progettuale sia falso. Significa però che deve essere spiegato e verificato, soprattutto quando da esso dipende la sostenibilità dell’approvvigionamento idrico di un impianto destinato a funzionare per decenni.

La mappa dei pozzi che dovrebbero essere utilizzati dal termovalorizzatore di Santa Palomba

E qui arriva il paradosso. Il sito è in un’area critica per i prelievi idrici e ricade in una zona di ricarica degli acquiferi profondi dei laghi Albano e di Nemi, tutelati dalla Dgr Lazio 445/2009, che vieta pertanto nuovi emungimenti e derivazioni. La documentazione presentata in fase di Via richiama studi che descrivono nei Colli Albani un progressivo abbassamento della falda. Incredibilmente i giudici del Consiglio di Stato, nella sentenza n. 4883 del 10 giugno 2026, hanno ritenuto «irrilevante» la norma regionale solo perché risalente al 2009, e pertanto, «inidonea a provare l’attualità dell’asserita condizione di emergenza idrica in cui verserebbe l’area interessata». Come invece era ragionevolmente prevedibile, in assenza di rigidi controlli sui prelievi, la situazione è drammaticamente peggiorata. La stessa Acea Ato 2 il 10 luglio 2026 ha ammesso che la disponibilità di acqua nella falda si è ridotta del 47% rispetto ai primi anni duemila. In un territorio nel quale la priorità dovrebbe essere dunque ridurre gli emungimenti, il progetto introduce un nuovo fabbisogno industriale. È fondamentale che i giudici chiamati a valutare la vicenda, il 7 ottobre 2026, non sottovalutino tali lacune, anche perché le leggi sono vigenti fintanto non sono abrogate.

Prima due pozzi, poi quattro: cambia il pozzo, non il problema

La Regione Lazio proprio per l’emergenza idrica dell’area ha prima autorizzato e poi escluso la soluzione originaria della perforazione di nuovi pozzi di soccorso. La risposta progettuale è stata quella di ricorrere a pozzi già esistenti. Ma il problema non scompare cambiando il numero catastale del pozzo. Se quattro pozzi oggi utilizzati da altri soggetti vengono riservati al termovalorizzatore, l’acqua verrebbe prelevata dalla stessa falda. Il prelievo aggiuntivo sulla risorsa non viene magicamente cancellato, pertanto meritava di essere valutato e vietato, cosa che non è stata fatta. Sarebbe stato difficile conciliare questa impostazione con lo spirito della Dgr 445/2009, nata proprio per arrestare il progressivo incremento dei prelievi dagli acquiferi dei Colli Albani e favorire il riequilibrio tra emungimento e ricarica naturale. Ancora più inquietante è ciò che potrebbe accadere in condizioni di siccità prolungata. Il progetto deve funzionare per decenni, mentre la disponibilità delle fonti alternative è esposta alla variabilità climatica. La mancata valutazione dell’uso dei 4 pozzi esistenti è in contrasto anche con la normativa europea, come dimostra la procedura di infrazione aperta a gennaio nei confronti dell’Italia (Infr (2025)2207) per il non corretto recepimento della direttiva quadro sulle acque (direttiva 2000/60/Ce), che prevede l’obbligo di eseguire il riesame periodico dei permessi relativi alle risorse idriche. 

I lavori di sbancamento per la costruzione dell’impianto
E l’acqua del depuratore?

Il progetto punta anche sull’effluente del depuratore di Santa Maria in Fornarola. Ma anche qui manca una domanda fondamentale: chi ha stabilito che quell’acqua debba essere destinata all’industria e non all’agricoltura? Nel territorio dell’agro romano l’acqua depurata potrebbe rappresentare una risorsa preziosa per ridurre il ricorso ai pozzi. Il Comune di Albano aveva chiesto una verifica preventiva dei fabbisogni agricoli e una manifestazione di interesse capace di individuare le priorità del territorio. Una richiesta rimasta senza risposta. Non è un dettaglio. È una scelta di politica ambientale: 

in un territorio in crisi idrica, prima di assegnare nuova acqua a un impianto industriale si dovrebbe stabilire come utilizzare nel modo più utile quella risorsa.

Il quadro è quindi quello di un impianto collocato in un territorio già sottoposto a fortissime pressioni ambientali, con una falda in sofferenza, una discarica da bonificare, attività agricole da tutelare e una disponibilità idrica strutturalmente critica. Il Comune di Albano ha chiesto alternative, approfondimenti, un bilancio idrico credibile, verifiche indipendenti e garanzie sulla tutela della falda. Ha espresso, infine, parere negativo, ritenendo che le criticità preesistenti non consentano di aggiungere ulteriori carichi ambientali. Se a queste contestazioni non viene fornita una risposta puntuale, resta una domanda che riguarda l’intera procedura di Via: 

le criticità sollevate dai Comuni sono state realmente valutate, oppure sono semplicemente state ignorate, confidando che nessun giudice ne chieda conto?

La prima pietra del Sindaco Gualtieri al cantiere di Santa Palomba

Una Via che non riesca a spiegare perché proprio quel sito, proprio quella falda e proprio quelle risorse idriche siano compatibili con un impianto di questa dimensione rischia di perdere la sua funzione più importante: evitare che sia il disastro ambientale, a impianto realizzato, a dover dimostrare perché l’opera non dovrebbe essere costruita in quell’area. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Marco Alteri è un economista esperto di regolazione economica. Da sempre impegnato sui temi ambientali, è attivista per la tutela del territorio e la sostenibilità. Ex consigliere comunale, è esponente del civismo nella Città Metropolitana di Roma, con un forte impegno per la partecipazione.