9 vovembre 1989, i giovani berlinesi dell’ovest abbattono il muro che divideva la città dal 1961

In questo viaggio di lavoro a Berlino alla fine degli anni Ottanta, il Muro divideva ancora la Germania, l’Europa e il mondo intero in due blocchi separati e contrapposti. Questo ricordo di Vittorio Emiliani è il modo che “Italia Libera” ha scelto per rendere omaggio a Michail Gorbaciov, al tempo capo del partito e dell’impero sovietico già in via di disfacimento. “Perestrojka” e “Glasnost” — “ristrutturazione e trasparenza”, per combattere la corruzione e i privilegi del sistema politico sovietico — erano stati annunciati tre anni prima dall’ultimo segretario del Pcus, ma la Guerra fredda chiudeva nella cortina di ferro il Vecchio Continente e il regime moscovita si necrotizzava vieppiù. Con realismo e generosità, Gorbaciov è stato l’uomo «che ha aperto le porte di un nuovo ordine mondiale dove la politica non fosse più la continuazione della guerra con altri mezzi e la guerra fosse esclusa davvero dalle risorse della civiltà», ha scritto ieri Roberta De Monticelli: parole che facciamo interamente nostre. Un uomo, Gorbaciov, che «quella svolta la chiamò semplicemente “umanesimo”», per costruire la “casa comune europea” proposta il 7 luglio dell’89 al Consiglio d’Europa, tre mesi prima che i ragazzi di Berlino picconassero il Muro. Averne perso il valore, emarginandolo — di qua, con l’allargamento della Nato voluto da Bill Clinton, e di là del vecchio Muro, con gli oligarchi insediati ai posti di comando da Boris Eltisin — ha riportato la guerra nel cuore dell’ex Unione Sovietica e dell’Europa di oggi con i mortiferi nazionalismi etnici. Alla vigila dei funerali nella Casa dei sindacati a Mosca — per fortuna non funerali di Stato (fatti dal regime di Putin avrebbero avuto il sapore intollerabile dell’impostura, un insulto al suo pensiero politico e alla sua memoria) —, vogliamo ricordare, non solo ai più giovani, cos’era la capitale tedesca trentacinque anni fa sul crinale del mondo tra Est ed Ovest. Prima che prendesse corpo, per un breve lasso di tempo, un nuovo periodo di pace nella storia europea. — (Igor Staglianò)


L’articolo di VITTORIO EMILIANI 

IL MURO ERA ANCORA totalmente in piedi e Berlino era una sorta di isola dove si atterrava al vecchio Tempelhof soltanto su un jet francese, inglese o americano. Era una vera e propria isola come la stessa Berlino Ovest, vetrina dell’opulenza occidentale dove al più grandioso degli ipermercati, il Kadeve in pieno centro, potevi pescare a mano dei pescioni giganteschi o altre merci che all’Est se le sognavano. A Berlino Est potevi andare con un’auto guidata da un americano ma al posto di controllo ti potevano vessare in tutti i modi. A noi imputarono di trasportare droga e al controllo di polizia in cui una poliziotta bassa e tozza guardò e riguardò la mia carta tante volte che scoppiai a ridere. Non l’avessi mai fatto. Venni rimandato in fondo alla fila e tenuto lì un bel po’. Finalmente potemmo (eravamo soltanto in tre) avere via libera. A patto che spendessimo tutte le monete dell’Est che all’Ovest non valevano nulla

In alto, il famoso Checkpoint Charlie che segnava il confine tra Berlino Est e Berlino Ovest (credit Afp/GettyImages); in basso, la separazione tra Est e Ovest alla Porta di Brandeburgo

A Berlino Ovest lungo il viale.Under der Linden si susseguivano i ristoranti più attraenti e gustosi di tutto il mondo. Sui tetti dei grandi alberghi si notavano piscine riscaldate dove eleganti signore nuotavano allegramente. Insomma tutto il contrario della tetra Berlino Est. Assistemmo anche alla edizione originale del musical Jesus Christus Superstar affascinante. La nostra guida Arthur Leiser era un patito dell’Italia, anzi della Romagna. Ci veniva ogni anno a trovare il suo grande amico Carlo Penati che anch’io conoscevo benissimo essendo lui stato un ex carabiniere cronista del “Giorno” che noi amabilmente sfottevamo per la storia di Gaetano Bresci che aveva potuto allenarsi al paese della sorella Teresa a Castel Bolognese sparando a bottiglie coricate e inesorabilmente colpite dalla “bocca” e nessun agente dell’ordine se ne era avveduto. 

Quando il Muro che avevamo visto dividere crudelmente le due Germanie dove si stava ormai parlando due lingue differenti venne fatto crollare dai giovani dell’Ovest provammo una grande commozione ripensando a Willy Brandt, che era stato partigiano, inginocchiato ad Auschwitz a chiedere perdono per tutti di tanta inconcepibile ferocia contro ebrei, antinazisti, omosessuali, donne, bambini, ragazzi e tanti altri nei forni crematori, a pochi passi a volte come Dachau la prima fermata dei bus fuori città. Ma nessuno sapeva né aveva visto o notato nulla. Mentre noi eravamo lì annichiliti nel silenzio spaventoso di quel lager alle porte della città. Dove anche numerosi italiane e italiani erano finiti nei forni crematori ma nessuno o quasi nessuno si era accorto di quello spaventoso massacro. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.