Guglielmo Epifani e Peppino Loteta, “compagni d’arme” della cultura laico-socialista italiana

In alto, Guglielmo Epifani (71 anni), ex segretario della Cgil; in basso, Peppino Loteta (90 anni), giornalista e scrittore

Se ne sono andati insieme a 90 e a 71 anni: l’inossidabile vivacità intellettuale e lo humour di Peppino, il laburismo senza macchia, colto e affabile di Guglielmo, ben deciso a non scendere mai nella palude dei compromessi. Il primo cresciuto alla scuola di “Astrolabio”, con Ferruccio Parri, Ernesto Rossi, Manlio Rossi Doria e altri maestri, poi al “Messaggero”; il secondo attento e perspicace studioso dei mutamenti socio-economici del Paese ai vertici della Cgil e, brevissimamente (purtroppo), del Partito Democratico


Il commento di VITTORIO EMILIANI / 

Due lutti nel mondo dell’editoria e del giornalismo

DUE LUTTI HANNO COLPITO il mondo dell’editoria e del giornalismo. La scomparsa a soli 71 anni di Guglielmo Epifani che fece la sua brava gavetta sindacale col sindacato poligrafici Cgil svecchiandolo decisamente per poi salire ai vertici della stessa Confederazione Generale del Lavoro di Corso Italia e quindi in Parlamento. Il decesso, prossimo ai 90 anni, di un personaggio tutto particolare del giornalismo politico che a noi però pareva eterno nella sua inossidabile vivacità intellettuale e nel suo humour: Giuseppe, o meglio Peppino Loteta.

Loteta era un messinese battagliero come pochi sin dai tempi dell’Università (si era laureato in Legge), in una città di tradizioni laiche e lui non poteva, a livello nazionale, che essere dell’Unione Goliardica Italiana, l’Ugi che tanto ha dato alla nostra classe intellettuale e politica di orientamento liberal-radicale (Pannella, Stanzani, Spadaccia, Mombelli, Craveri, ecc.), socialista e socialdemocratico (Festi, Orsello, Craxi, Inghilesi, De Michelis, Spini, ecc.) e solo più tardi comunista (Occhetto, Petruccioli e altri) dopo che per anni il Pci aveva coltivato in modo settario coi fratelli Berlinguer il suo Cudi. Fascisti e monarchici stavano nel Fuan che pure ha sfornato alcuni personaggi interessanti assieme però ai picchiatori di Caradonna e camerati.

«Quando arrivai al Congresso di Viareggio la prima cosa che ricordo è Marco Pannella che si sta rotolando a terra nella hall avvinghiato ad un fascista», ricordava Loteta. Da Messina, alla quale ha dedicato tanti libri, saggi e ricordi, Peppino era salito a Roma con alcuni amici per la vita come Luigi Ghersi per fare il giornalista e per anni l’ha fatto nel più “francescano” dei modi, in riviste che si chiamavano L’Astrolabio dove guadagnava poche lire e però era quotidianamente a contatto con gente come Ferruccio Parri, Ernesto Rossi, Manlio Rossi Doria, con questi e altri maestri. Poi, ricordo, venne al Messaggero, alla redazione politica (io ero inviato), per una sostituzione estiva, ma appena seppe che lo davano per “raccomandato” da Felice La Rocca, autore di mille trame, non volle assolutamente essere confermato. Di La Rocca, Italo Pietra mi disse subito ridendo: «È un eccellente pompiere. Peccato che appicchi lui gli incendi…».

Fra i maestri di Loteta a “L’Astrolabio”, Ferruccio Parri ed Ernesto Rossi

A me quella intransigente moralità di un giornalista che aveva bisogno di guadagnarsi uno stipendio e che però non voleva avere l’etichetta del “raccomandato”, fece grande impressione e simpatia. Tant’è che, nominato direttore, lo misi subito fra i primi da assumere e non ebbi mai a pentirmene anche se Peppino tendeva a volte a scrivere editoriali piuttosto che la cronaca politica di giornata. Io lo riprendevo sorridendo e lui un po’ si difendeva e un po’ ne sorrideva pure lui. Sono stati sette anni belli e difficili, anche drammatici per il terrorismo (eravamo fra il fuoco delle Br e quello dei Nar che assassinarono il nostro tipografo Maurizio Di Leo scambiandolo, così dissero, con un nostro giovane giornalista), ad un certo punto eravamo in sei con la scorta. Ma ci dava coraggio la solidarietà e l’amicizia di redattori come Peppino.

“Anarchico socialista”, si definiva negli ultimi tempi e continuava a scrivere bellissimi ritratti di politici, nazionali e siciliani, di cui sapeva tutto. Scrisse con coraggio una lunga intervista a Randolfo Pacciardi che, da destra, era uscito dal Partito Repubblicano, dopo il drammatico Congresso di Bologna, fondando il movimento Nuova Repubblica. Non che Peppino ne condividesse le idee, però da laico voleva capire meglio, per esempio il Pacciardi della guerra di Spagna in cui aveva mostrato coraggio e coerenza. C’è anche episodio gustoso da lui raccontato: come si sa lo scrittore Ernest Hemingway vi aveva preso parte (chi di noi non ha letto “Per chi suona la campana”?), era con lui l’ultima moglie con la quale aveva rapporti, diciamo, difficili. Una sera lei volle spingersi oltre le linee e Pacciardi l’accompagnò. Scese la notte e lui, gentiluomo, le prestò la sua casacca per coprirsi. Quanto la riportò, il giorno dopo, Hemingway con aria beffarda gli fece capire che poteva pure approfittarne e per poco non si prese un cazzottone dal maremmano e focoso Randolfo.

Il vecchio schermidore messinese era come piegato in due dall’artrosi, eppure non mollava, partecipava a riunioni, e scriveva scriveva nel modo più arguto. Quando andai a Stromboli, ospite di un grande comune amico, Sergio Castriota, braccio destro degli ultimi presidenti Montedison e nostro “protettore” al Messaggero al cui risanamento aveva concorso, mi tornarono in mente le tappe delle vacanze di Peppino fra le quali era immancabile proprio Stromboli e la sua spiaggia nera coi pesci che ti nuotavano attorno. Mi tornarono e mi tornano in mente i suoi racconti, i suoi libri, la sua “messinesità” aperta, cordiale, polemica, coraggiosa. Che anche a me, uomo del Nord, formatosi a Milano, trasmettevano sempre calore, voglia di fare, di fare insieme. Ciao caro Peppino, sarai comunque con me, con noi.

Epifani, primo socialista eletto alla segreteria generale della Cgil e alla segreteria del Pd

Di Guglielmo Epifani sono stato amico dal suo debutto coi Poligrafici che al Messaggero uscivano da una sorta di impazzimento para-sindacale; una stagione che li aveva spinti alla espulsione dei sindacati confederali dallo stabilimento e allo scontro con la proprietà, nonostante avessimo tentato ogni possibile mediazione, e ad una “serrata” durata ben 17 giorni, in forza della quale dovettero accettare un piano di ridimensionamento (fra operai, impiegati, trasportatori erano più di 600 !) ben più duro di quello proposto loro mesi prima. Il giornale, pur avendo perso non pochi lettori, specie in provincia, recuperò rapidamente i 7 miliardi di passivo ufficiali tornando in netto attivo.

Guglielmo Epifani venne dopo questa drammatica congiuntura stabilendo subito col presidente Carmelo Guccione (un siculo-milanese abilissimo e di parola) un ottimo rapporto. Poi è salito di grado fino a diventare il primo segretario generale della Cgil socialista. Scelse una donna come successore, peccato che Susanna Camusso non fosse come lui, attenta e perspicace studiosa dei mutamenti socio-economici. Da parlamentare si mostrò altrettanto capace e dignitoso lasciando il Pd, di cui era stato per una stagione anche segretario, quando Matteo Renzi volle far approvare a tutti i costi il Jobs Act da lui disapprovato. Un socialista, un laburista senza macchia, colto (aveva svolto la tesi di laurea su Anna Kuliscioff), affabile, ma ben deciso a non scendere mai nella palude dei compromessi. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.