Rubrica “Il rumore del silenzio”

(Porkupine Charlie) — Climaticamente, come tutti sanno, questi sono i “giorni della merla”, i più freddi dell’anno. Politicamente, però, nonostante la parvenza di immobilismo data dalla rielezione di Sergio Mattarella e dalla continuità di Mario Draghi alla guida dell’esecutivo, si preannunciano giorni al calor bianco. Nelle fucine dei Palazzi si rifà il filo alle lame, in preparazione dei giorni dei lunghi coltelli, per fortuna solo metaforici, benché ugualmente micidiali. 

Noi però, anche per non fare un torto al genere femminile, pensiamo che queste dovrebbero essere ribattezzate “giornate del merlo”. L’uccello in questione, non l’unico ma il più rappresentativo del genere, si chiama Matteo Salvini. Un tempo rapace se non come un falco almeno come una poiana. Oggi, malgrado sia ormai vicino ai 50, rivelatosi velleitario e ingenuo come un merlotto da poco svezzato se non proprio caduto dal nido. Ha fabbricato candidati a ripetizione, che poi altrettanto fulmineamente è riuscito a bruciare e, talvolta, a immolare come vedove indù sulle rive del Gange. Negli ultimi mesi Salvini è anche riuscito a far deteriorare i rapporti col ministro dello Sviluppo Economico e collega del Carroccio, Giancarlo Giorgetti, cui da varie parti si fa carico di non aver saputo risolvere molte crisi aziendali.  

Tra Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini non è ancora chiaro chi, nella coppia, svolge la parte di Penelope nella tessitura del sudario di Laerte

Un giorno prima della fumata bianca, il leader leghista, insolitamente euforico, ha chiesto ai giornalisti di lasciarlo lavorare perché era impegnato nella scelta di una presidente. Infatti, tempo due ore, Elisabetta Belloni, la prescelta, che aveva fatto le scarpe a un’altra Elisabetta, Casellati, la presidente del Senato in precedenza prescelta dalla destra, è evaporata come nebbia al sole. Poi Salvini, in un moto di resipiscenza, resosi conto che le candidature indicate da tutti i partiti nelle loro varie combinazioni erano piene di trabocchetti più della casa delle streghe al lunapark, ha fatto la cosa giusta unendosi alla generale perorazione a Mattarella affinché restasse per un secondo mandato. Richiesta sì generale, ma con la unica e non trascurabile eccezione di Giorgia Meloni, furibonda perché si è sentita tradire dal partito con cui pensava di proseguire almeno per un buon tratto di strada insieme, posto che il terzo componente della destra, Forza Italia, serviva soprattutto (è il pensiero di molti) per fare numero (di seggi) e cassa. Nell’ambito della coalizione di governo, insomma, le cose ora si faranno molto più complicate. Soprattutto, ma non soltanto, per la destra, che non ha saputo sfruttare numeri e clima favorevoli, perdendo la possibilità di assicurarsi il Quirinale. 

Per Matteo Renzi, il cocktail Elisabetta Belloni (settanta parti di servizio diplomatico per il Paese e una di capo degli agenti segreti) era troppo indigesto: la dose giusta gliel’avrà suggerita il suo munifico sostenitore Moḥammad bin Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Al Saʿūd?

Una considerazione a parte la merita Matteo Renzi, esponente della “distra” o della “sinestra”, a seconda dei punti di vista con cui si considera il lillipuziano Italia Viva, dell’umidità dell’aria e forse, come per la bontà o meno delle ostriche, se i mesi contengono o no la “r”. Renzi è amico di tutti, be’ quasi, (quasi amico e quasi tutti); però è un fatto che quando c’è lui in giro tutti camminano rasentando i muri. Come lo vedono, nel suo piccolo 1-2 per cento, per precauzione mettono mano alla 24 ore, dove portano sempre un cambio di mutande di solido bandone. Nell’ultima gabola che ha preceduto l’elezione di Mattarella, Renzi si è detto amico della Belloni (pensa se le era nemico), ma poi con toni insolitamente tribunizi e rinunciando all’abituale sarcasmo very Florentine ha spiegato che non la voleva al Quirinale per nessun motivo al mondo. Più o meno ha addotto come motivazione principale che chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù e quando muore va laggiù. Trovava infatti disdicevole che lei è a capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (servizi segreti), benché ciò sia avvenuto appena sette mesi fa. Prima era Segretaria generale della Farnesina e per 36 anni era stata al ministero degli Esteri. Ma questo cocktail, settanta parti di diplomatica e una di agente segreta, per Renzi era troppo indigesto. Barba finta una volta, barba finta per la vita, deve essere il suo motto. Neanche gentile, trattandosi di una donna. 

Il duello rusticano tra il presidente dei 5 Stelle, Giuseppe Conte, e l’ex “bibitaro da stadio” suo predecessore e attuale ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, è solo alle prime mosse

I soliti maligni, però, devono aver pensato che con lei al Quirinale e Draghi fermo al suo posto da Premier, Renzi ne sarebbe uscito con l’ego striminzito e senza alcun vero ruolo nel nuovo assetto istituzionale. Così, invece, potrà dire (sempre con larvati accenni, per carità!), che come sette anni addietro fu lui il kingmaker di Mattarella Uno, ora ha fatto il bis col Mattarella Due. Insomma, lui i re li fabbrica addirittura a coppie siamesi. Ciò non significa comunque — questa volta sia detto senza alcuna ironia — che la conferma di Mattarella non sia stata la scelta migliore possibile date le circostanze. Il punto critico vero, però, lo avremmo raggiunto se per motivi personali il presidente fosse stato irremovibile nella decisione iniziale. In lui è prevalso lo spirito di servizio verso tutto il Paese e non si può non essergliene grati.

Altri ancora potranno essere i duelli rusticani in vista dei quali si lavora di cote e di mola. Franceschini-Letta nel Pd, tanto per dirne uno. O per dirne un altro, tutto in ambito M5S, Giuseppe Conte-Luigi Di Maio (cui in appoggio al Conte fantasmatico come Dracula si è lanciato Beppe Grillo); duello che almeno per ora è da ritenersi che vedrà prevalere Di Maio; che qualche anno fa sarà pure stato un “bibbitaro da stadio” (direbbero a Roma) ma che fesso non è per niente e ha capito subito che oggi il ciuccio va attaccato dove vuole il drago. 

Il cannone da cui giovedì 3 febbraio saranno sparati 21 colpi a salve in omaggio al nuovo Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dopo il suo giuramento

In questa carrellatina semiseria è rimasta fuori una coppia diabolica quanto male assortita: Giorgia Meloni e il Vecch.tto Silvio. Che ora sono furibondi l’una con l’altro. Lei ha finalmente espresso i suoi sentimenti verso il solipsistico moderatismo dell’ex Cavaliere. Lui ha scoperto che una certa destra può produrre più danni che utili e poi non ha perdonato alla giovane collega di non aver appoggiato la propria candidatura quirinalizia. E si sa che i caimani non sono inclini né al “pèrdono” né al “perdòno”. Tanto che ha minacciato di fare alleanze nientemeno che coi “comunisti” del Pd. Che almeno stavolta, mi augurerei, avrà il buon gusto di non cascarci se dovesse recepire qualche abboccamento per davvero, magari stampato in corsivo inglese su cartoncino da 100 euro al pezzo. 

In ogni caso, se fossi la Signora Belloni — rientrata nel pieno delle sue funzioni — quando giovedì prossimo Mattarella andrà a Montecitorio per il giuramento disporrei una stretta quanto discreta sorveglianza dalle parti del Gianicolo, da cui saranno sparati colpi di cannone, nel classico omaggio ai Capi di Stato. Sarà bene che chi di dovere si accerti che tutti i 21 bossoli siano privi dell’ogiva esplosiva e facciano solo il botto. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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