In vista di difficili elezioni parlamentari, nel Regno Unito il leader laburista accentua la sua iniziativa politica per un coinvolgimento attivo di un’Europa più interventista. Sul fronte ucraino lavora ad un contingente (“Coalizione dei volenterosi”) di “stabilizzazione e peacekeeping” del valore di centinaia di milioni di sterline. I nuovi dazi della Casa Bianca fanno vacillare la “special relationship” con Washington, soprattutto in ambito militare e di intelligence, che Londra intende consolidare. Sul futuro delle isole Chagos, Trump sbeffeggia, nelle ultime ore, la prospettiva di superare con i nuovi accordi territoriali nell’Oceano Indiano l’eredità imperiale britannica. Il protagonismo di Starmer e del suo partito appare come una leadership in bilico, tra fedeltà atlantica e aspirazioni europee, in un’epoca in cui la neutralità sembra farsi sempre meno plausibile
◆ L’analisi di SAMUEL CAMPANELLA, da Londra
► In un momento segnato da quotidiane tensioni internazionali, la leadership del premier britannico Keir Starmer sembra muoversi lungo una doppia direttrice. Da un lato, il rafforzamento dell’asse atlantista; dall’altro, il coinvolgimento attivo per un’Europa più interventista. Analizziamo alcuni temi caldi visti da Londra.
Ucraina: la prova di leadership europea
A fronte delle prossime elezioni parlamentari, Starmer ha notevolmente intensificato l’impegno britannico nel conflitto ucraino, annunciando la disponibilità a inviare truppe di terra qualora venisse raggiunto un accordo di cessate il fuoco con la Russia. Un’iniziativa che si inserisce nel quadro della cosiddetta “Coalition of the Willing”, un raggruppamento di Stati europei e partner occidentali intenzionati a fornire garanzie di sicurezza e supporto militare a Kiev nella fase post-bellica. Una forza non concepita come un contingente da combattimento diretto contro le forze russe, bensì come una forza di “stabilizzazione e peacekeeping” del valore di centinaia di milioni di sterline. Un impegno bellico che sul fronte interno ha ricevuto numerose critiche e polemiche. Tanto da portare Downing Street ad assicurare che qualsiasi decisione sul dispiegamento di truppe dovrà ricevere il voto favorevole del Parlamento. Premessa che non solo mira a rafforzare la legittimità democratica di una scelta ad alto rischio politico e strategico ma anche a cogliere il sentiment politico su cui il Premier può attualmente contare, in un contesto elettorale segnato dalla pressione dei Conservatori e dall’ascesa della tumultuosa formazione di Reform UK.
Washington, i dazi e il rischio di una frattura transatlantica
Ma, nonostante l’impegno militare pro-ucraino e i ripetuti inviti succedutisi dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, il rapporto con l’omologo statunitense appare incancrenirsi sempre di più. Non ultima l’imposizione del presidente statunitense di ulteriori dazi sui prodotti britannici. In questo contesto, la logica britannica appare quanto mai amletica: da un lato, Londra cerca di consolidare la “special relationship” con Washington, soprattutto in ambito militare e di intelligence. Dall’altro, non può permettersi di restare isolata rispetto alle preoccupazioni europee su una possibile guerra commerciale che rischierebbe di colpire un’economia già da tempo in ginocchio. Sostenere la linea strategica statunitense sul piano della sicurezza atlantista, ma mantenere un profilo più prudente e dialogante sul fronte economico e commerciale, avvicinandosi alle posizioni di Bruxelles e opponendosi fermamente alle mire espansionistiche Maga.
Il dossier Chagos e l’eredità imperiale
A complicare ulteriormente il quadro intervengono le recenti dichiarazioni di Trump sul tema delle isole Chagos, oggetto di un accordo che tocca nervi scoperti della storia coloniale britannica e degli equilibri strategici con gli Stati Uniti. L’Assemblea generale dell’Onu e i tribunali internazionali hanno condannato la deportazione degli abitanti delle isole da parte del Regno Unito nel 1965 per violazione del diritto alla loro autodeterminazione. La conseguente cessione di sovranità (maggio 2025) da parte di Londra è oggi sbeffeggiata da Trump. L’arcipelago nell’Oceano Indiano, sede della “Diego Garcia” − base militare chiave per le operazioni anglo-americane, confermata nei prossimi 99 anni − rappresenta un simbolo concreto della persistente influenza anglo-americana nella talassocrazia globale. Qualsiasi intesa sul futuro delle Chagos non riguarda soltanto una disputa territoriale che pareva conclusa tra Regno Unito e Mauritius, ma riflette la natura stessa del rapporto tra Londra e Washington, anche su temi apparentemente scollegati come quello della Groenlandia. Così il Regno Unito è chiamato a bilanciare le proprie ambizioni di autonomia con le esigenze della superpotenza americana.
Una “Pax Britannica” nel mondo multipolare
Tra la sostenibilità militare di una missione di sicurezza su larga scala, la tenuta dell’alleanza transatlantica sotto la pressione di interessi economici divergenti e la gestione di eredità coloniali delineano un quadro geopolitico apparentemente molto confuso. Il tema della sicurezza nazionale si intreccia così con quello della credibilità internazionale. Per Starmer e il suo partito, la presenza britannica in ogni tavolo, pur contradditorio, significa riaffermare il proprio ruolo di potenza militare e diplomatica post-Brexit, dimostrando di poter ancora agire come cerniera strategica tra Washington e Bruxelles. L’immagine di Londra non è più quella di un paese sicuro della propria forza, ma quella di una potenza sfilacciata che tenta di esercitare influenza attraverso coalizioni, norme e alleanze. Più che una strategia compiuta, questa postura appare come una proiezione verso un equilibrio instabile, sospeso tra leadership e mediazione, tra fedeltà atlantica e aspirazioni europee, in un’epoca in cui la neutralità sembra farsi sempre più difficile e sempre meno plausibile. © RIPRODUZIONE RISERVATA
