Il rischio è di lasciare in piedi “cattedrali nel deserto” o dar vita a una nuova fuga dei cervelli quando i contratti scadranno e le attrezzature richiederanno manutenzione/aggiornamento, senza nuovi fondi. Le nuove infrastrutture e i nuovi talenti dovrebbero essere integrati in un piano nazionale per la ricerca con fondi strutturali, non solo emergenziali. L’intenzione del Pnrr era anche quello di fare crescere lo spirito imprenditoriale dei giovani ricercatori. Quanti brevetti sono stati effettivamente depositati, e quanti di questi si sono trasformati in prodotti o servizi innovativi sul mercato? E inoltre: sono migliorate le capacità gestionali delle nostre Università e Centri di ricerca? La rete fra gruppi di ricerca italiani è stata stimolata, spesso in modo top-down e transitorio, legato alla necessità di creare partenariati per i bandi. Con la chiusura dei bandi finirà anche la prospettiva di dar vita ad “hub tematici” regionali o inter-regionali ad esempio per l’agri-food? Il prezioso promemoria di una prestigiosa ricercatrice di lungo corso per spendere bene gli ultimi mesi di vacche grasse e recuperare il recuperabile


◆ L’analisi di MARIA LODOVICA GULLINO

All’inizio del 2026, dopo le inevitabili (per un paese come il nostro) proroghe, scadranno molti dei progetti avviati con i fondi del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza). Un fiume di denaro che ha letteralmente inondato il paese, dopo l’emergenza causata dalla pandemia da Covid19,  permettendo, se bene utilizzato, di migliorare infrastrutture, avviare nuove attività, tappare i molti buchi non solo delle nostre strade ma anche delle nostre amministrazioni. Senza generalizzare, vorrei soffermarmi su qualche aspetto che riguarda il mio ambito di attività: la ricerca scientifica. Evidenziando, con spirito propositivo, alcune proposte per rispondere alle possibili e prevedibili criticità post-Pnrr.  

Il Pnrr ha, infatti, inondato il sistema di fondi, tutti a scadenza fissa. Abbiamo creato nuove infrastrutture e assunto personale (soprattutto giovani ricercatori con contratti a termine) spesso senza un piano chiaro per la loro sostenibilità a lungo termine. Il rischio è di avere “cattedrali nel deserto” o una nuova fuga dei cervelli quando i contratti scadranno e le attrezzature richiederanno manutenzione/aggiornamento, senza nuovi fondi. È il momento di trasformare la logica da “progetto a termine” a “programma strategico pluriennale”. Le nuove infrastrutture e i nuovi talenti dovrebbero essere integrati in un piano nazionale per la ricerca con fondi strutturali, non solo emergenziali. Per quanto riguarda le risorse umane, è sperabile che le assunzioni “a termine” siano state fatte con criterio. Ho già avuto modo di evidenziare, su queste stesse pagine (13 ottobre 2023, Il precariato all’Università) come siano spesso i docenti i primi responsabili di forme di precariato.  

A questo proposito va ricordato che l’intenzione del Pnrr era anche quello di fare crescere lo spirito imprenditoriale dei giovani ricercatori. Questo è un aspetto molto importante. Abbiamo investito in ricerca, ma la cultura del trasferimento tecnologico e dell’imprenditorialità è ancora debole. Quanti brevetti sono stati effettivamente depositati, e quanti di questi si sono trasformati in prodotti o servizi innovativi sul mercato? Non sempre i progetti Pnrr hanno sufficientemente incentivato il path-to-market.  Sarebbe utile − e qualche Centro nato con i bandi Pnrr lo sta facendo molto bene − rafforzare gli uffici di trasferimento tecnologico delle Università e dei Centri di ricerca, offrire formazione specifica in sviluppo industriale ai ricercatori, creare fondi appositi per stimolare l’avvio di spin-off e start-up e, soprattutto, incentivare la co-progettazione con l’industria fin dalle fasi iniziali della ricerca. Non dobbiamo infatti dimenticare come nei paesi più avanzati siano proprio spin-off e start-up a produrre i risultati più innovativi. 

Si è poi riusciti a migliorare le capacità gestionali delle nostre Università e Centri di ricerca? Spesso, la burocrazia e la frammentazione interna hanno rallentato l’efficacia dei progetti, frapponendo, ad esempio, ostacoli all’acquisto di apparecchiature utili non solo per le ricerche in corso ma anche per migliorare le strutture. La rincorsa ai bandi Pnrr ha generato, talora, più un “effetto corsa all’oro” che una vera riorganizzazione sistemica. Il post-Pnrr deve essere il momento per una valutazione rigorosa dell’efficienza gestionale. Bisogna promuovere una cultura della misurazione dell’impatto (non solo della spesa) e incentivare modelli gestionali più agili e orientati al risultato, imparando a misurarci a livello internazionale. La gestione dei fondi Pnrr ha spesso richiesto il coinvolgimento di società esterne, molto più organizzate. C’è stato tra queste società e le nostre amministrazioni, spesso vetuste, un travaso di competenze utili per acquisire più indipendenza gestionale? 

Un aspetto molto positivo è stato quello di costringere i gruppi di ricerca italiani a collaborare, evitando la ripetizione di piccole ricerche locali. La rete è stata stimolata, ma spesso in modo top-down e transitorio, legato alla necessità di creare partenariati per i bandi. C’è il rischio che, esauriti i fondi, queste collaborazioni si affievoliscano se non sono radicate su obiettivi comuni e benefici reciproci duraturi. È quindi importante valorizzare le “reti” nate con il Pnrr, trasformandole in ecosistemi permanenti di innovazione, capaci di attrarre fondi competitivi internazionali. Sarà utile mantenere piattaforme collaborative stabili tra università, centri di ricerca,  imprese (grandi e piccole-medie imprese), consorzi, startup e istituzioni locali. 

Ad esempio, restando nel mio ambito tematico di ricerca, potrebbe essere interessante sviluppare “hub” tematici regionali o inter-regionali per l’agri-food. Sempre restando nel settore agro-alimentare, dalle ricerche condotte in ambito Pnrr sono emersi risultati interessanti che potranno permettere di rifocalizzare la ricerca su sfide strategiche post-Pnrr. Diversi sono i temi: dallo sviluppo di varietà resistenti ai parassiti e agli stress ambientali, adatte ai nostri sistemi colturali, a pratiche agricole a basso impatto, alla gestione delle risorse idriche, alla lotta alla siccità e agli eventi estremi. Senza trascurare la ricerca per ottimizzare le filiere, ridurre le dipendenze esterne, valorizzare le produzioni locali e tradizionali. Il Pnrr ha permesso di accelerare l’implementazione di Internet delle cose (Internet of Things, IoT), AI, robotica in agricoltura, blockchain per la tracciabilità, sensoristica avanzata per la salute delle colture e degli animali. Le ricerche su “functional foods” e sulla dieta mediterranea saranno utili per meglio valutare l’impatto del cibo sulla salute umana e per la lotta all’obesità e alle malattie legate all’alimentazione. La valorizzazione degli scarti agroalimentari, i bioprodotti da scarti, la riduzione dello spreco alimentare lungo tutta la catena saranno utilissimi per una reale implementazione dell’economia circolare.  

Certamente il Pnrr ha permesso di investire nelle “soft skills” e nella comunicazione. I ricercatori hanno imparato a comunicare meglio l’importanza del loro lavoro non solo alla comunità scientifica ma anche al pubblico, ai politici e agli imprenditori. Il post-Pnrr richiede ai ricercatori maggiore capacità di storytelling e advocacy. E, per finire, sarebbe un risultato formidabile del Pnrr un aumento dell’attrattività del settore, per rendere la ricerca agroalimentare un percorso di carriera stimolante e competitivo per i giovani talenti, superando l’immagine a volte “tradizionale” del settore. Il Pnrr è stato un acceleratore, ora è tempo di dimostrare che siamo capaci di gestire il passo successivo, trasformando l’iniezione di fondi in un sistema di ricerca agroalimentare robusto, competitivo e strategicamente orientato, pilastro della nostra economia e del benessere del Paese. Il nostro Paese ha l’“ecosistema” giusto per farlo, forte di una solida tradizione, e anche − perché no? − sfruttando i tempi bui che sistemi di ricerca oltre-oceano, un tempo per noi modello, stanno vivendo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Da molti anni si occupa con passione di salute delle piante all’Università di Torino, dove è stata ordinario di Patologia vegetale e Vice-Rettore. Figlia di imprenditori agricoli e imprenditrice lei stessa, oltre che docente universitario, ha vissuto, studiato e lavorato per lunghi periodi all’estero. Quando non è in viaggio si divide tra Torino, dove ha fondato e diretto per più di vent’anni il Centro di Competenza Agroinnova dell’Università di Torino e la Liguria, dove collabora con l’Università di Genova. È anche giornalista pubblicista e ama molto leggere, scrivere e comunicare. A fianco dei lavori e libri scientifici, ha voluto cimentarsi con una scrittura più lieve. Cominciando con “Spore” (Daniela Piazza Editore, 2014), cui sono seguiti, sempre con lo stesso editore, nel 2015 un libro per ragazzi, “Caccia all’alieno” e nel 2016 “Valigie: cervelli in viaggio”. Nel 2018 ha pubblicato, con Gabriele Peddes, un libro a fumetti “Angelo, il Dottore dei Fiori” con Edagricole, Business Media. In occasione dell’Anno Internazionale sulla Salute delle piante ha pubblicato “Healthy plants, healthy planet” (FAO), tradotto in numerose lingue. Nel 2021 ha pubblicato Spores (Springer). Nel 2021, con Ilaria Borletti Buitoni e Ilaria Capua ha fondato weTree, Associazione che ha lo scopo di valorizzare le piante, l’ambiente e le donne e dal 2023, con Antonio Pascale, organizza a Torino, ColtivaTo, il Festival Internazionale dell’Agricoltura.

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