“Je t’aime, moi non plus” era entrato nella classifica della Hit Parade di Lelio Luttazzi, la trasmissione radiofonica della Rai. Stilata sulla base di una indagine periodica della Doxa, aveva scalato le posizioni, arrivando al quarto posto. A quel punto, la direzione di Viale Mazzini impose a Luttazzi non solo di non trasmettere questa canzone “indecente”, ma anche di non nominarla e di non comunicarne la posizione in classifica. Arrivò poi il sequestro e la distruzione del 45 giri disposta dalla magistratura, ma furono vendute più di sei milioni di copie (clandestinamente anche in Italia). La storia della canzone − scritta da Serge Gainsbourg per Brigitte Bardot, cantata assieme alla nuova fiamma di Serge, Jane Birkin − ha ispirato il libro di Flavia Capitani “Serge Gainsbourg a Parigi”. Cesare Protettì ripercorre le tappe di quel disco scandaloso nato − poteva essere diversamente? − nel fatidico ’69, “erotique” per antonomasia. Il brano fu vietato anche in Inghilterra, Svezia, Spagna e Brasile
◆ L’articolo di CESARE A. PROTETTÌ
► Forse giova sapere che il 1969 fu proclamato l’année erotique e che a farlo furono un uomo e una donna che cavalcavano una canzone sicuramente esplosiva quanto ad ammiccamenti e sospiri. Ce lo ricorda, nella sezione “Secondo Tempo” del Fatto Quotidiano di domenica 5 luglio, lo scrittore Andrea Vitali, che ci racconta il suo incontro, o meglio l’impatto, da ragazzo, con Je t’aime, moi non plus, la canzone scritta da Serge Gaisbourg e cantata (o sospirata) insieme a Jane Birkin, che aveva sostituito Brigitte Bardot nell’alcova di Serge a Parigi. A quel tempo Vitali aveva 13 anni, essendo nato a Bellano, sulla sponda orientale del lago di Como, nel 1956. Era il primo di sei fratelli e quindi non aveva consanguinei più grandi con i quali confrontarsi. A parte il padre, che spesso non è il referente migliore per le prime pulsioni di quel tipo. Oggi Vitali è un romanziere affermato tradotto in una quindicina di paesi: ha vinto premi importanti (come il Bancarella) ed è stato tra i finalisti nel 2009 sia allo Strega sia al Campiello, dove è stato premiato dalla Giuria dei letterati. Quindi un suo articolo, sia pure sottoforma di memorie di un tredicenne, merita qualche attenzione.
Vitali affida dunque alla pagina 18 del Fatto Quotidiano un suo ricordo adolescenziale di quegli ascolti nella camera oscura del laboratorio di fotografia dove faceva l’apprendista e dove ascoltò per la prima volta quella musica, quelle parole e quei sospiri. Una notte Vitali faticava a prender sonno perché era roso da un dubbio: “Che cosa fanno quei due lì, che cantano?”. Il giorno dopo, guardandosi allo specchio ebbe il sospetto di avere la febbre. E ce l’aveva: 38. Non era una “febbre di crescenza”, come ipotizzò inizialmente il suo dottore, che rapidamente passò all’ipotesi numero due: era colpa degli acidi della camera oscura dove lavorava, nel retrobottega di un negozio di fotografia. Ma non erano neanche quelli. Verso la fine dell’estate l’imberbe Andrea parlò del disco insieme a un amico di qualche anno più grande e gli pose il suo pressante interrogativo: che cosa facevano quei due? La risposta fu sibillina; “Quando ti capiterà, capirai”. “Attesi – ricorda oggi Vitali – e capitò. Ma ci volle ancora un po’ di tempo”.
La storia di quella canzone compare oggi in un capitolo del romanzo che sto presentando sulla costa marchigiana, nella quale nasce e muore il protagonista della storia: Giacomo Di Giuseppe, noto come Jack Pannella, animatore delle notti sambenedettesi e per un periodo anche di quelle parigine. Il capitolo si intitola “Gainsbourg e la canzone indecente” e ha come distico/citazione iniziale proprio una frase di Gainsbourg, assolutamente improponibile nell’era del movimento MeToo, ma che allora era accettata ed anche applaudita dal maschilismo imperante: “se dovessi scegliere tra un’ultima donna e un’ultima sigaretta sceglierei la seconda: la si butta via più facilmente”. Simpaticone. Gettate così in un cestino tutte le eventuali residue possibili simpatie per Gainsbourg da parte del pubblico femminile di oggi, posso passare alla storia della nascita e della vita tormentata di questa canzone che, nonostante i divieti (o forse proprio per questo) fu una hit del 1969. Una storia sulla quale ha lavorato a fondo, un paio di anni fa, una mia collega giornalista, Flavia Capitani che ha scritto un libro “Serge Gainsbourg a Parigi”.
Il disco scandaloso era entrato nella classifica della Hit Parade, la trasmissione radiofonica della Rai condotta da Lelio Luttazzi e stilata sulla base di una indagine periodica della Doxa, ma quando, scalando le posizioni, era arrivato al quarto posto, la direzione della Rai impose a Luttazzi non solo di non trasmettere questo disco “indecente”, ma anche di non nominarlo e di non comunicarne la posizione in classifica. Dal Vaticano arrivò addirittura la scomunica per il distributore italiano. Durissima anche la posizione assunta dall’Osservatore romano contro questa canzone “indecente”. Intervenne anche la magistratura. Alla fine di agosto arrivò l’ordine di sequestro e distruzione del disco, su tutto il territorio nazionale, per “oscenità”. L’aveva emesso la Procura della Repubblica di Milano, il 28 agosto (allora le “cene eleganti” non erano ancora di moda). E tuttavia la canzone si ascoltava e si ballava ugualmente grazie a Radio Montecarlo e a Radio Capodistria che si ricevevano benissimo in Italia.
La stampa francese ci sguazzava, arricchendo la storia di particolari sulla coppia che si era formata proprio nel 1969, dopo la rottura della breve relazione tra Gainsbourg e Brigitte Bardot. In quell’anno Serge e Jane avevano cominciato una vita bohémien-chic nell’Hotel des Beaux-Arts, lo stesso in cui il 30 novembre 1900 era deceduto Oscar Wilde. La coppia Gainsbourg-Birkin cambiava spesso stanza, ma la loro preferita era quella dedicata a Mata Hari. È qui – secondo le ricostruzioni più attendibili − che la coppia registrò quella licenziosa canzone che Serge aveva scritto per Brigitte Bardot, ma che fu portata al successo da Serge e dalla nuova compagna. Al ristorante dell’hotel la coppia fece un test improvvisato che ebbe subito successo e si racconta che Serge abbia sussurrato a Jane Birkin qualcosa come “credo che abbiamo una hit”. Gainsbourg e Birkin cavalcarono intelligentemente l’onda che era partita. Girarono un video sensualissimo: vestiti entrambi con un cappotto nero lungo, si guardavano e sussurravano.
Il brano fu vietato sui canali nazionali in Inghilterra, Svezia, Spagna e anche in Brasile. A settembre però in Europa il disco aveva già venduto più di un milione di copie. Negli Stati Uniti in pochi mesi vendette cinque milioni di copie. In Italia il 45 giri arrivò ugualmente, nonostante i divieti di legge. Il prezzo del disco, venduto clandestinamente, era lievitato da 750 a 3.000 lire. Da quel momento Serge e Jane mettono in piazza, la loro vita privata. A Parigi non si parla che di loro. Ogni loro mossa è immortalata da stuoli di fotografi. Il loro album, che si intitola semplicemente Jane Birkin-Serge Gainsbourg, ha un enorme successo: lei canta Jane B ispirato alla Lolita di Nabokov, mentre insieme, in un altro brano, proclamano appunto il ‘69, “année érotique”.
Flavia Capitani ricostruisce la scena al ristorante dell’hotel: era diviso in tanti separé dove la gente cenava fino a tardi. Serge e Jane stanno cenando al loro tavolo. A un certo punto Serge si alza e consegna al disc jockey il disco con Je t’aime, moi non plus. La musica parte, le parole sono scabrose e le voci ansimanti come quelle di una coppia che fa sesso: Je vais et je viens, entre tes reins («Vado, vado e vengo, tra i tuoi fianchi»). I clienti del ristorante smettono di mangiare e rimangono impietriti, colpiti dalla esplicita descrizione dell’amplesso e dai sospiri di Jane. Si narra di un commento di un Gainsbourg soddisfatto: “Il mondo è pieno di canzoni sentimentali, questa colma una lacuna”. «Da questo momento – scrive ancora Flavia Capitani − Serge e Jane mettono in piazza la loro vita privata. A Parigi non si parla che di loro. Si mostrano, innamoratissimi, nei locali alla moda, soprattutto all’Elysée-Matignon, vicino agli Champs-Élysées e da Castel, il club di rue Princesse che incarna lo spirito gaudente della vita notturna parigina». Jane arriva spesso con miniabiti che coprono a malapena il suo fisico androgino. Serge, a sua volta, arriva di regola in jeans, indossando giacche firmate ma sgualcite e con i capelli eternamente arruffati. Per la prima di Slogan (il film che hanno girato insieme) Jane arriva al Colisée con indosso un miniabito nero completamente trasparente e l’immancabile cestino di vimini.
Gainsbourg, nato da genitori ebrei russi fuggiti alla rivoluzione bolscevica, era cresciuto nella Parigi povera e insalubre di Pigalle. Aveva studiato pittura all’Accademia di Montmartre, ma da un giorno all’altro aveva distrutto tutti i suoi quadri per darsi a quella che lui considera un’arte minore, la musica. Poi l’enorme successo di Je t’aime, moi non plus. In quegli anni il cantautore veste anche i panni del filosofo controcorrente inanellando massime e provocazioni che hanno lasciato il segno: «La bruttezza è superiore alla bellezza, perché dura più a lungo». Oppure: «La stupidità è il rilassamento dell’intelligenza». Dieci anni dopo, scandalizzava la Francia con una Marsigliese reggae. Provocatore, innovatore, rivoluzionario nella musica e nel costume era un uomo pieno di contraddizioni. È morto nella sua abitazione di Rue de Verneuil, per un attacco cardiaco, il 2 marzo 1991. Oggi – come scrive Laura Colli su Paris Secret − il percorso Maison Gainsbourg, Musée Gainsbourg e Gainsbarre (caffè-ristorante di giorno e cocktail bar-ristorante di notte che rievoca i primi anni di piano-bar dell’artista) «non è solo una visita, è un viaggio nel tempo e nelle emozioni, un incontro con un uomo e un’opera che continuano ad affascinare. Un’esperienza da vivere almeno una volta nella vita, per sentire, capire e celebrare la magia di Gainsbourg». Certo viene da sorridere pensando al suo ultimo paradosso: «Ho avuto successo in tutto tranne che nella vita». © RIPRODUZIONE RISERVATA
