In questa intervista a “Italia Libera”, l’erede di Marshall McLuhan che ha deciso di vivere nel nostro Paese alle porte di Napoli, ci aiuta a comprendere caos apparenti e pulsioni autoritarie. «Il collasso dell’ordine mondiale non è solo politico, ma epistemologico», racconta il massmediologo canadese a Cesare Protettì. Nel convulso succedersi degli eventi de Kerckhove ci parla di pensiero quantistico ed etica planetaria. E illumina i prossimi passi dell’homo sapiens sapiens alle prese con l’ardua sfida di evitare il collasso dell’equilibrio bio-fisico del pianeta che ci ospita. Per lui, la fisica quantistica ci suggerisce di passare dall’illusione del dominio alla responsabilità dell’interazione: «sviluppare una sensibilità quantica significa accettare l’interdipendenza, estendere la responsabilità oltre l’umano, e imparare a governare sistemi che non possiamo più pretendere di comandare dall’alto». Il contrario di quanto avviene oggi, leggendo i comportamenti di Trump e dei suoi accoliti
◆ L’intervista di CESARE A. PROTETTÌ con DERRICK DE KERCKHOVE, massmediologo
Il sindaco di Vico Equense Giuseppe Aiello e Derrick de Kerckhove nella serata della iscrizione del massmediologo canadese nell’elenco dei cittadini italiani
▷ Derrick de Kerckhove, il massmediologo canadese erede di Marshall McLuhan, il 13 gennaio scorso è diventato cittadino italiano e ha scelto Vico Equense «come casa, come luogo dell’anima e del pensiero». Sono parole di Giuseppe Aiello, sindaco della cittadina campana, che lo accoglie «con orgoglio e gratitudine». Le foto della cerimonia vedono il massmediologo con una sgargiante giacca verde smeraldo e l’immancabile sciarpa rossa. Lo aggancio al telefono per una intervista che mi concede di buon grado vista la lunga frequentazione dai tempi del primo rapporto con la rivista Media Duemila (fondata da Giovanni Giovannini, storico presidente degli editori) che ha festeggiato tre anni fa il quarantennale di vita.
►Dal 2009 de Kerckhove è direttore scientifico della rivista Media Duemila (diretta da Maria Pia Rossignaud, nostra comune amica) e dell’Osservatorio TuttiMedia, accademico, insegna in varie università europee. Dal 1983 al 2008 ha diretto il celebre McLuhan Program in Culture & Technology dell’Università di Toronto, raccogliendo e rilanciando l’eredità intellettuale di Marshall McLuhan. È autore di numerosi saggi che hanno segnato il dibattito internazionale sui media digitali, tra i quali Oltre Orwell: il gemello digitale (con Maria Pia Rossignaud) e The Quantum Ecology (con Stefano Calzati Mit Press, 2024). Ma è soprattutto l’ultimo suo saggio, L’uomo quantistico (Rai Libri, 2025) che mi spinge a porgli qualche domanda legata anche all’attualità internazionale: Trump, Putin, il nuovo imperialismo ai tempi dell’AI, l’intelligenza artificiale. Proprio l’AI generativa è la protagonista di questa sua ultima opera, anzi in qualche modo ne è la coautrice grazie a un software, battezzato DerrAIck. Gli chiedo di dirmi di più.
— Il libro nasce anche da un uso non convenzionale dell’IA. In che senso?
«Nella scrittura tradizionale il pensiero resta confinato nella mente dell’autore e la pagina funziona come superficie di estrazione. In questo libro ho sperimentato l’opposto: ho esternalizzato il pensiero per farlo reagire. Ho lavorato con sistemi di intelligenza artificiale non come strumenti, ma come specchi cognitivi, capaci di rimandarmi connessioni, ricorrenze e strutture che, pur essendo mie, restavano implicite. In questo senso, l’invenzione di DerrAIck — un mio piccolo modello linguistico personale — è stata importante, ma anche transitoria. Era un dispositivo sperimentale, utile a rendere visibile un principio: il pensiero può emergere dall’interazione. Oggi, con la frequentazione cumulativa e intensiva dei grandi modelli generalisti, quella personalizzazione tecnica è diventata in larga parte superflua. Ciò che resta centrale non è lo strumento, ma la pratica cognitiva: imparare a dialogare con sistemi che ci restituiscono il nostro stesso pensiero sotto nuove angolazioni. Questo libro non è il prodotto di un’intelligenza sola, ma di una integrazione ponderata, che anticipa come potremmo pensare e creare nell’era della cognizione distribuita».
Derrick de Kerckhove in una conferenza di qualche anno fa
— Da qui anche l’uso di riferimenti mitologici?
«Sì, ma non per scelta estetica. Le domande stesse che attraversano il libro si ispirano, consapevolmente o meno, alle antiche tradizioni oracolari ed ermeneutiche: non interrogano per ottenere risposte definitive, ma per far emergere un senso latente. Rileggendo i miei materiali, il sistema ha fatto emergere una costante: quando il potere attraversa soglie tecnologiche radicali, torna a esprimersi in forme mitiche. Il mito non è un residuo arcaico, ma una tecnologia cognitiva profonda, che riemerge ogni volta che la razionalità lineare non basta più. La tecnologia contemporanea − dall’algoritmo al leader carismatico − riattiva questi schemi perché ci pone, ancora una volta, di fronte a forze che ci superano e che chiedono interpretazione prima ancora che controllo».
— Ti riferisci a figure come Trump e Musk?
«Sono figure-soglia. Non tanto per ciò che rappresentano, quanto per ciò che accelerano. Ognuno a modo suo porta all’estremo un tratto centrale della modernità occidentale: l’egocentrismo. Entrambi agiscono come catalizzatori della transizione digitale, ma senza alcun progetto di equilibrio. Non sono il futuro: sono il segnale che il vecchio ordine sta collassando».
Elon Musk e Donald Trump nello studio ovale alla Casa Banca (credit Epa / Francis Chung)
— Trump appare come un distruttore del sistema democratico.
«Trump non distrugge la democrazia con un’ideologia, ma con l’uso istintivo delle sue fragilità mediali. Comprende, anche senza elaborarlo teoricamente, che nell’ecosistema digitale l’autorità della parola scritta può essere frantumata in tempo reale. Non governa le regole: le consuma. È una figura tipica delle transizioni caotiche, più sintomo che strategia».
— E Musk invece?
«Musk incarna l’illusione opposta: quella dell’architetto del nuovo mondo. Dove Trump demolisce, Musk pretende di ridisegnare. Ma la linea che separa il “salvare l’umanità” dal rimodellarla a propria immagine è pericolosamente sottile. Il suo vero progetto non sono le tecnologie singole, ma il controllo degli ambienti in cui si forma la coscienza collettiva. È lì che oggi si gioca il potere».
— Tutto questo ha conseguenze dirette sulla democrazia.
«Qui il problema diventa più profondo. Il collasso dell’ordine mondiale non è solo politico, ma epistemologico. Nasce dall’incontro mal allineato tra due strategie cognitive radicalmente diverse: da un lato, l’industrializzazione del riconoscimento di modelli − una capacità antica, condivisa da tutti gli animali; dall’altro, la scrittura alfabetica, fondata sulla relazione simbolica, sulla narrazione e sulla costruzione di senso. L’IA potenzia in modo esplosivo il primo polo, mentre le nostre istituzioni democratiche restano ancorate al secondo. Il risultato è una dissonanza strutturale: fatti che non riescono più a stabilizzarsi, consenso che non si coagula, decisioni che perdono legittimità. Non è solo la politica a essere in crisi, ma il modo stesso in cui produciamo realtà condivisa. Il senso comune non e più cosi comune».
— Vedi un legame con il ritorno degli imperialismi?
«Sì, ma ridurlo alla volontà di nuovi aspiranti imperatori sarebbe miope. Già Orwell aveva intuito che i grandi cambiamenti tecnologici avrebbero messo gli esseri umani in seria difficoltà nel riadattare le proprie categorie morali, politiche e cognitive. Oggi assistiamo proprio a questo scarto: una potenza tecnologica che cresce più rapidamente della nostra capacità di comprenderla e governarla. Le pulsioni imperiali prosperano in questo vuoto di adattamento. Le tecnologie di connessione, nate per superare i confini, possono facilmente essere usate per il controllo, la destabilizzazione e la propaganda. Non perché la tecnologia lo imponga, ma perché gli umani non sono ancora all’altezza del mondo che hanno creato».
— E allora? Cosa indica il “quantum turn”?
«Il quantum turn non è una moda scientifica, ma una necessità culturale. La fisica quantistica ci insegna che la realtà non è fatta di oggetti isolati, ma di relazioni; non di certezze, ma di probabilità; non di controllo assoluto, ma di partecipazione. Traslata sul piano sociale e politico, questa visione suggerisce un cambio radicale di atteggiamento: dall’illusione del dominio alla responsabilità dell’interazione. In un mondo reso planetario dai dati e governabile solo da tecnologie sempre più complesse, il vero salto non sarà computazionale, ma umano. Sviluppare una sensibilità quantica significa accettare l’interdipendenza, estendere la responsabilità oltre l’umano, e imparare a governare sistemi che non possiamo più pretendere di comandare dall’alto. È questa, forse, l’unica via per trasformare il caos in una nuova forma di equilibrio».
— E l’uomo quantistico come si inserisce in questo quadro?
«La fisica quantistica può offrire una correzione culturale al disordine odierno: sostituire l’illusione di sistemi separabili e completamente controllabili con una comprensione della realtà come interazione, probabilità ed emergenza relazionale. Applicata alla tecnologia e alla società, questa sensibilità quantistica mina il mito della previsione e del dominio assoluti che alimenta il potere tecnocratico e l’escalation geopolitica. L’IA, se letta attraverso questa lente, non è un oracolo che fornisce la verità, ma uno strumento relazionale che amplifica modelli, dipendenze e cicli di feedback. Se utilizzata con saggezza, può aiutare le società a passare da una governance basata sul controllo a un coordinamento adattivo, in cui l’incertezza non viene negata, ma consapevolmente gestita.
«La digitalizzazione non deve essere considerata un punto di arrivo, ma intesa come un passaggio evolutivo della civiltà. La sua prima funzione è stata quella di tradurre il mondo materiale in dati: i corpi in segnali, i territori in sensori, i comportamenti in modelli. Il secondo passo, attualmente in corso, è più pedagogico che tecnico: le società vengono educate a convivere con i dati, a fidarsi della mediazione algoritmica, a pensare in termini statistici, relazionali e probabilistici piuttosto che lineari e narrativi, come avveniva nell’era alfabetica. L’intelligenza artificiale ha agito come grande educatrice di questa transizione, normalizzando la delega, la collaborazione con agenti non umani e l’abitudine di ragionare con sistemi opachi ma efficaci.
Derrick de Kerckhove, neo-cittadino italiano, in una recente conferenza sul futuro dell’intelligenza artificiale generativa e sull’uomo quantistico
Giornalista e saggista, è stato fino al gennaio 2016 il direttore delle testate del Master di Giornalismo dell’Università Lumsa di Roma, dopo essere stato per molti anni docente ai corsi per la preparazione all’esame di Stato organizzati dall’Ordine dei giornalisti a Fiuggi. E’ stato Caporedattore centrale dell’agenzia di stampa ApBiscom (ora Askanews) dopo una lunga carriera all’Ansa nel Servizio Diplomatico, al Politico e agli Interni. Autore di una decina di saggi e manuali, con Stefano Polli ha scritto E’ l’agenzia bellezza! (seconda edizione nel 2021), ha curato “Pezzi di Storia” (2021) ed è coautore del libro di Giovanni Giovannini Il Quaderno Nero, Settembre 1943-aprile 1945 (2004, Scheiwiller).
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