Il Mare Nostrum è considerato il mare più inquinato al mondo anche a causa della sua conformazione, simile ad un lago, che limita il riciclo delle sue acque, e favorisce l’accumulo delle microplastiche che entrano nel plancton e nella catena alimentare. Scoperta un’isola di plastica anche al largo dell’Arcipelago Toscano (tra l’Elba e la Corsica), costituita principalmente da bicchieri, bottiglie, cassette, flaconi e sacchetti. Una sola grande nave da crociera (con 3000 passeggeri a bordo) può produrre dai 55.000 ai 110.000 litri al giorno di acque reflue contaminate con livelli di concentrazione di coliformi fecali di molto superiori alle acque di scarico domestiche. Rilevati decine di migliaia di relitti inquinanti nella Manica e nel Mare del Nord. E gli Stati europei controllano e confermano solo il 7% degli oltre 5mila sversamenti che il servizio satellitare europeo di monitoraggio ha individuato nel 2023 (l’Italia appena il 3%)


◆ Il commento di GIANFRANCO AMENDOLA, giurista

Le autorità francesi hanno stimato che dei 1200 container persi nelle zone dell’Atlantico e della Manica/Mare del Nord tra il 2003 e il 2014, solo 49 (4%) sono stati recuperati. Nel 2019 e nel 2020 sono state perse due spedizioni di pellet di plastica che hanno comportato il rilascio, rispettivamente, di 550 milioni di pellet (11 tonnellate) e di 650 milioni di pellet (13 tonnellate) nel Mare del Nord; senza alcun recupero. E ancora: si stima che almeno 100 degli 8.000-10.000 relitti giacenti nel Mar Baltico non sono sicuri perché contengono carburante o sostanze pericolose e perché si trovano a meno di 10 miglia nautiche dalla costa. 

In Germania, le autorità stimano che vi siano circa 1.000 relitti nel Mare del Nord tedesco e 500 nel Mar Baltico tedesco, del cui carico e contenuto non sono a conoscenza; mentre in Francia, si dispone di un elenco di 4.700 relitti di oltre 40 metri di lunghezza che sono stati messi in servizio dopo il 1914 e si trovano nella zona economica esclusiva della Francia continentale e d’oltremare. E sono lì perché spesso in tal modo si elude l’obbligo di riciclo per i materiali delle navi a fine vita, così come avviene anche tramite il cambio di bandiera verso quella di uno Stato non Ue ove non vige obbligo di riciclo. Ma c’è di più: nel Mar Baltico dal 1946 sono state scaricate anche 40.000 tonnellate di munizioni chimiche mentre le  autorità tedesche stimano che nei loro mari vi siano 1,6 milioni di tonnellate di munizioni convenzionali e circa 5.100 tonnellate di munizioni chimiche. Trattasi di scarico vietato ma ben pochi paesi lo rispettano. 

Sono solo alcune delle preoccupanti notizie contenute in una recentissima relazione speciale della Corte dei Conti europea (n. 6/2025 del 4 marzo 2025) di 64 pagine, dedicata ad esaminare l’inquinamento dei mari provocato da navi ed intitolata significativamente “Ancora in cattive acque”. Perché, se continuiamo a leggere, apprendiamo che la maggior parte dell’inquinamento da sversamento di idrocarburi proviene, come già sospettavamo, non da incidenti ma da scarichi deliberati di navi, come avviene, ad esempio, per le operazioni di pulizia delle cisterne. E se pure è vero che il servizio satellitare europeo di monitoraggio ha individuato nel 2023 un totale di 5088 possibili sversamenti all’interno delle zone economiche esclusive (la maggior parte in tre paesi: Spagna (1462), Grecia (1367) e Italia (1188)), è anche vero che gli Stati membri hanno controllato meno della metà delle segnalazioni, confermando l’inquinamento solo nel 7% dei casi. E tra essi spicca l’Italia, che ha confermato l’inquinamento solo per il 3% dei casi nonostante abbia effettuato il maggior numero di controlli in loco, mentre Danimarca e Germania hanno confermato l’inquinamento per il 30% o più delle segnalazioni. 

L’isola di plastica più grande del mondo nell’Oceano pacifico

Fatto ancora più grave se si considera – aggiungiamo noi – che il Mediterraneo viene considerato il mare più inquinato al mondo anche a causa della sua conformazione, simile ad un lago, che limita il riciclo delle sue acque e – peggio ancora – favorisce l’accumulo delle plastiche. Tanto è vero che anche nel Mediterraneo sono comparse le cd. “isole di plastica” formate da rifiuti galleggianti (soprattutto microplastiche che si mescolano al plancton)  che si sono accumulati nel tempo, con gravissime conseguenze per l’ittiofauna e per l’uomo attraverso la catena alimentare. Certo, non arriviamo alle dimensioni di quelle oceaniche (si stima che la Great Pacific Garbage Patch, situata nel Pacifico tra il Giappone, abbia un’estensione tra 700 mila km² fino a più di 10 milioni di km², per un totale di 3 milioni di tonnellate circa di rifiuti accumulati) ma è stata scoperta un’isola di plastica anche al largo dell’Arcipelago Toscano (tra l’Elba e la Corsica), costituita principalmente da bicchieri di plastica, bottiglie, cassette, flaconi e sacchetti.

E dobbiamo anche aggiungere i danni provocati dalle acque di zavorra delle grandi navi le quali contengono una grande varietà di materiali biologici, come le piante, gli animali, i virus e i batteri, nonchè dalle acque di scarico dei rifiuti da nave che possono contenere batteri nocivi, agenti patogeni, virus, parassiti intestinali e nutrienti dannosi: si stima che una grande nave da crociera (come per esempio una con 3000 passeggeri a bordo) può produrre dai 55.000 ai 110.000 litri al giorno di acque reflue contaminate con livelli di concentrazione di coliformi fecali di molto superiori alle acque di scarico domestiche. 

Questa volta – rileva la Corte dei Conti Ue – la colpa non è delle leggi che pure ci sono (e la relazione le elenca tutte) ma degli Stati membri che non le rispettano. E per questo sollecita la Commissione ad aumentare pressione e controlli, armonizzando monitoraggio della rendicontazione dei contaminanti e dei rifiuti marini, sia tra gli Stati membri che a favore della Commissione stessa. Tanto più che l’ottavo programma di azione per l’ambiente dell’Ue, entrato in vigore nel 2022, ha fissato l’obiettivo di un “inquinamento zero” per le acque entro il 2030. Utopia? Di certo, come conclude la relazione, “siamo ancora in cattive acque”. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Dal 1967 Pretore a Roma, inizia ad occuparsi di normativa ambientale dal 1970. Dal 1989 al 1994 parlamentare europeo, vice presidente della commissione per la protezione dell’ambiente. Dal 2000 al 2008 Procuratore aggiunto a Roma con delega ai reati ambientali, poi Procuratore della Repubblica a Civitavecchia fino al pensionamento (2015). Ha ricoperto numerosi incarichi pubblici partecipando a tutte le vicende che hanno visto nascere ed affermarsi il diritto dell'ambiente in Italia. Ha insegnato diritto penale dell’ambiente in varie Università scrivendo una ventina di libri fra cui “In nome del popolo inquinato” (7 edizioni). Attualmente fa parte del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare ed è docente di diritto penale ambientale presso le Università “La Sapienza” e Torvergata di Roma.

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