È vero, come scrive il miliardario Warren Buffet, che “la lotta di classe esiste, e l’hanno vinta i ricchi”. Ma perché accanirsi così tanto a distruggere la bellezza della natura? Le coste, le dune, gli animali, gli alberi e i fiori sono beni comuni che contribuiscono alla nostra stessa vita. Che ci guadagnano anche loro, a parte i tanti soldi che non sanno più manco dove metterli? Una riflessione necessaria rilanciata da due vicende esemplari lungo le coste dei mari che bagnano il nostro Paese: Cala Finanza in Gallura, nel Tirreno del nord Sardegna, e l’isola ancora disabitata di Saseno, dall’altra parte dell’Adriatico, nel sud dell’Albania. Nuovi resort e ville autorizzate in Italia dal governo in deroga alle norme regionali grazie alla disciplina della zona economica speciale (Zes) per il Mezzogiorno e smangiucchiare quel che è ancora integro nelle zone “depresse” del nostro Paese e per spalancare le fauci degli amici del genero di Donald Trump su un’isola incontaminata nel Paese dell’amico di Meloni Edi Rama

Sotto il titolo e qui in alto Cala Finanza in Sardegna, davanti all’Isola di Tavolara in Gallura

◆ L’intervento di FABIO BALOCCO

Spesso mi viene in mente la frase di Warren Buffett “La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi.” Mi viene in mente soprattutto quando leggo notizie relative a progetti immobiliari in territori integri e, come tali, ricchi di flora e fauna. Quindi, secondo la logica dei ricchi, tra i quali Buffett è giustamente annoverato, territori da valorizzare: perché la natura non è un valore in sé. Ecco, quello che mi stupisce in realtà non è tanto il fatto che un ricco sia tale, quanto che spesso faccia uso del proprio potere, della propria ricchezza per distruggere. A costo di essere ingenuo, ecco, non comprendo come, di fronte alla bellezza della natura, si possa pensare di eliminarla. Per aumentare il proprio patrimonio? Ma perché farlo a costo di distruggere, a costo di eliminare beni comuni, che – al di là del valore in sé – contribuiscono alla nostra stessa vita? 

Una spiaggia di Cala Finanza d fianco al Porto di Olbia

Un esempio che è sotto gli occhi di tutti ma di cui non tutti conoscono l’origine è in Sardegna la cosiddetta Costa Smeralda. Di quel territorio selvaggio, magnifico, integro, la Gallura, vidi anni fa delle vecchie foto in bianco e nero e se ne trova ancora qualcuna, malinconica in rete. Ma ecco che, agli inizi degli anni sessanta, arriva un consorzio di straricchi, tra i quali l’Aga Khan, ed ha inizio la sua trasformazione in “paradiso” di cemento per pochi eletti, da bene della collettività che era. E fu anche l’inizio della cementificazione delle coste sarde con anche obbrobri urbanistici come Costa Paradiso, in ricordo di quello che era prima che arrivassero le villette e gli hotel vista mare. Un processo che continua tuttora, anche se non con stessa virulenza dei decenni passati. Volete un esempio recente? La vicenda di Cala Finanza, sempre in Gallura, sul litorale di Loiri Porto S. Paolo, dove il Consiglio dei Ministri ha autorizzato un progetto di “valorizzazione” presentato dalla Tavolara Bay s.r.l. (società controllata a maggioranza dalla holding immobiliare brasiliana Jhsf Capital, in joint venture con soci e partner italiani per lo sviluppo di resort di lusso Fasano in Sardegna), progetto che comprende un hotel a cinque stelle da 50 camere, 30 ville (tipologie da 500 e da 200 metri quadri), ristoranti, servizi commerciali e turistici, un porto turistico, un campo da golf. E questo grazie ad una normativa speciale nata per favorire l’insediamento di nuove iniziative imprenditoriali (la disciplina della zona economica speciale unica per il Mezzogiorno – Zes). E questo in barba sia alla normativa di carattere ambientale e paesaggistico e sia alle competenze in materia della Regione Sardegna. Qui pende ricorso al Tar Sardegna, presentato dalla Regione con l’intervento del Gruppo di Intervento Giuridico (GrIG).

Saseno, Albania. In alto, l’isola com’è oggi; in basso, il render dei “loculi” di domani per milionari

La vicenda fa il paio con un’altra di cui tanto si parla in questi giorni a seguito della sollevazione popolare che ha innescato. Non riguarda le nostre coste, ma quelle frontistanti dell’Albania, paese che, dopo la fine del regime di Enver Hoxa, ha visto arrivare i capitali stranieri ed il rapido declino delle proprie valenze ambientali. Qui il riccastro in questione è nientepopodimeno che il genero di Trump, Jared Kushner, straricco imprenditore ebraico ortodosso, a capo di un fondo di investimento da lui creato, la Affinity Partners, con anche capitali dei paesi arabi, in particolare qatarioti. Il suo intento è duplice: costruire un mega resort (capitale investito 1,4 milioni di dollari) su un’isola ancora disabitata nel sud dell’Albania, Saseno – o Sazan come la chiamano gli albanesi – disabitata, circondata da un mare cristallino, e miracolosamente salvatasi da speculazioni edilizie grazie a servitù militari oggi non più in essere;  e realizzare un polo turistico “per tutti” da 10.000 posti letto e del valore di capitale investito di 4 miliardi di dollari, nell’area protetta di Vjosa-Narta (l’area del delta del fiume Vjosa), uno dei siti naturali di maggior pregio in Europa, un intatto paesaggio di lagune, dune, pinete e zone umide che ospita alcune delle più importanti rotte migratorie del Mediterraneo (ben duecento specie di uccelli, tra cui i fenicotteri rosa, da cui il nome di “Flamingo revolution”, la “Rivoluzione dei fenicotteri” dato alla sollevazione popolare). Area in cui ad aprile sono state realizzate delle trincee in filo spinato e sono già entrati in opera i mezzi operativi, distruggendo parte delle dune. 

Ambedue le operazioni sono state “facilitate”, guarda caso, da una legge che sembra creata ad hoc sugli “investimenti strategici” del 2024, varata dal governo “socialista” di Edi Rama, talmente socialista che sacrifica i beni comuni sull’altare degli investimenti privati. Tra parentesi Edi Rama ha aderito al Board of Peace del cognato di Kushner, Trump. Oltre che essere buon amico di Netanyahu. Due casi simili, ma identici per la forse ingenua domanda che mi pongo a mente di queste operazioni immobiliari: ma cos’hanno nella testa queste persone? © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020), "Un'Italia che scompare. Perché Ormea è un caso singolare" (Edizioni Il Babi, 2022). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.

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