Produrre elettricità con il sole e il vento è ormai più conveniente che generarla bruciando carbone o gas naturale. Eppure, anche quando una parte crescente dell’elettricità proviene da fonti rinnovabili, il prezzo continua spesso a seguire le oscillazioni del gas. Perché? Gli impianti vengono chiamati a produrre energia secondo un ordine crescente dei rispettivi costi marginali: prima le fonti meno costose, poi quelle progressivamente più care, fino a soddisfare l’intera domanda. Il prezzo riconosciuto a tutti i produttori è però quello richiesto dall’ultimo impianto necessario a coprire il fabbisogno. Un impianto solare che genera elettricità a un costo indicativo di 20-40 euro per megawattora può così ricevere un prezzo di 100 o 150 euro, perché nello stesso momento una centrale a gas è entrata nel mercato come unità marginale. Disaccoppiare il prezzo dell’elettricità da quello del gas è necessario, ma non basta. Occorre accelerare le rinnovabili attraverso una pianificazione territoriale trasparente. Servono reti intelligenti, accumuli, interconnessioni europee e investimenti industriali nella produzione di pannelli, turbine e batterie. Le comunità energetiche devono essere accessibili anche alle famiglie prive del capitale necessario per installare un impianto
◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI
Una regola costruita per il Novecento
Il mercato elettrico europeo si basa prevalentemente sul marginal pricing, detto anche sistema pay-as-clear. Per ogni fascia oraria, gli impianti vengono chiamati a produrre secondo un ordine crescente dei rispettivi costi marginali: prima le fonti meno costose, poi quelle progressivamente più care, fino a soddisfare l’intera domanda. Il prezzo riconosciuto a tutti i produttori è però quello richiesto dall’ultimo impianto necessario a coprire il fabbisogno. Nel sistema termoelettrico del secolo scorso questa regola aveva una sua razionalità. Centrali alimentate con combustibili diversi presentavano costi marginali relativamente comparabili; un prezzo uniforme incentivava l’efficienza e favoriva l’impiego degli impianti meno costosi.
Ciò non significa che ogni ricavo superiore al costo marginale sia illegittimo: gli investimenti devono remunerare capitale, manutenzione e rischio. Il problema nasce quando il prezzo del gas trasferisce automaticamente la propria volatilità all’intero sistema, indipendentemente dai costi effettivi delle altre tecnologie. Esiste anche un effetto opposto. Nelle ore di abbondante produzione solare o eolica, il prezzo può diminuire drasticamente, riducendo proprio i ricavi delle rinnovabili. È il cosiddetto “effetto cannibalizzazione”: più cresce la generazione rinnovabile, più diminuisce il suo valore di mercato nelle ore in cui essa si concentra. Per questo la transizione richiede contratti di lungo periodo, accumuli e una riforma complessiva del mercato, non una semplice sostituzione degli impianti.
La lezione della penisola iberica
La crisi energetica del 2022 ha reso visibile questa distorsione. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’impennata del gas ha trascinato verso l’alto i prezzi dell’elettricità europea, sebbene i costi di produzione di sole, vento, acqua e nucleare non fossero aumentati nella stessa misura. Spagna e Portogallo ottennero allora dalla Commissione europea una deroga temporanea: il “meccanismo iberico”, che introduceva un tetto al prezzo del gas utilizzato per formare il prezzo elettrico. Le centrali termoelettriche ricevevano una compensazione, contabilizzata separatamente e in modo trasparente. Le valutazioni disponibili indicano che, durante l’applicazione del meccanismo, i prezzi all’ingrosso iberici furono sensibilmente inferiori a quelli che si sarebbero presumibilmente determinati senza l’intervento. Le stime variano in base ai periodi e alle metodologie adottate: non è quindi corretto presentare un’unica percentuale come risultato definitivo. L’esperienza dimostra però che la trasmissione del prezzo del gas all’elettricità può essere attenuata senza interrompere il funzionamento del mercato.
L’Italia nella trappola del gas
L’Italia è particolarmente vulnerabile perché ha costruito una parte rilevante del proprio sistema elettrico intorno al gas naturale, Eni docet et imperium. Questa configurazione è il risultato di decisioni industriali e infrastrutturali assunte tra gli anni Novanta e Duemila, quando il metano veniva presentato come combustibile di transizione rispetto a carbone e petrolio. La dipendenza dal gas non è soltanto una caratteristica tecnica del mix energetico: è un vincolo economico e geopolitico. Un paese importatore trasferisce nelle proprie bollette l’instabilità dei mercati internazionali, le tensioni militari, le decisioni dei paesi produttori e i costi delle infrastrutture di approvvigionamento. I dati Arera relativi al 2025 segnalano che i prezzi finali italiani restano superiori alla media dell’area euro, soprattutto nella componente energia. Per le famiglie il divario indicato è del 13%; per i consumatori non domestici risulta ancora maggiore. Non tutto questo differenziale può essere attribuito al solo marginal pricing: incidono anche contratti commerciali, strategie degli operatori e struttura della domanda. Il dato rimane però coerente con la particolare esposizione italiana al gas.
Dalla riforma del prezzo alla democrazia energetica
Disaccoppiare il prezzo dell’elettricità da quello del gas è necessario, ma non basta. Una riforma isolata potrebbe ridurre alcune rendite senza risolvere i problemi fisici e sociali del sistema. Occorre accelerare le rinnovabili attraverso una pianificazione territoriale trasparente, senza trasformare la semplificazione autorizzativa in deregolazione ambientale. Servono reti intelligenti, accumuli, interconnessioni europee e investimenti industriali nella produzione di pannelli, turbine e batterie. Le comunità energetiche devono essere accessibili anche alle famiglie prive del capitale necessario per installare un impianto. La protezione dei consumatori vulnerabili deve inoltre superare la logica emergenziale dei bonus e diventare una politica strutturale di riqualificazione degli edifici e garanzia dei servizi essenziali.
La transizione energetica è, in definitiva, una trasformazione dei rapporti sociali. Riguarda chi possiede gli impianti, chi controlla le reti, chi partecipa alle decisioni territoriali e chi beneficia delle rendite prodotte dal cambiamento tecnologico. È qui che la questione del prezzo incontra quella della democrazia energetica. Continuare a pagare l’elettricità del sole al prezzo del gas significa lasciare che un’infrastruttura istituzionale del Novecento governi la transizione ecologica del XXI secolo. Cambiare quella regola non risolverà ogni problema, ma renderà finalmente visibile ciò che oggi la bolletta nasconde: l’energia non è soltanto una merce. È un bene essenziale, un fattore di cittadinanza e uno dei principali terreni sui quali si decide la distribuzione futura del potere economico. © RIPRODUZIONE RISERVATA
