Taranto, 9 luglio 2026. Nico Pillinini per “Italia Libera Online”

Dopo aver subìto per anni i fumi tossici delle ciminiere dell’acciaio, o le polveri nocive della Cementir, o i miasmi della raffineria, senza poter neanche protestare, dobbiamo star zitti anche di fronte alla decisione del Comune di far sparire, dai muretti e dagli sparuti giardinetti della città, le ciotole di acqua e di cibo destinati ai gatti randagi? Scatenando indignazione e ironie, le ciotole — udite udite — “sporcherebbero” l’immagine dei luoghi che si vorrebbero offrire immacolati agli atleti che qui sciameranno nei prossimi giorni per gli imminenti Giochi del Mediterraneo. Per fortuna dell’incauto amministratore comunale non siamo a Bubastis, la capitale dell’antico Egitto, nella XXII Dinastia (primo millennio avanti Cristo). Il Faraone lo avrebbe già messo a morte per attentato alla reincarnazione della dea Bastet. A difesa dei “gatti liberi” potremmo chiamare poeti e scrittori di ogni tempo, fino al sommo Dante, scrive il nostro inviato nella Magna Grecia. Appelliamoci alle consuetudini e alziamo la nostra indignata voce: «aegre reprendas quod sinas consuescere». Avete letto bene: “non si può censurare ciò che si è permesso diventasse un’abitudine”. Di cattive abitudini i tarantini ne hanno permesso fin troppe…


◆ Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia

La stilizzazione della dea Bastet

Mettiamo l’ineffabile assessore di Taranto che, di recente, ha firmato un’ordinanza, in vista dei prossimi Giochi del Mediterraneo, per far sparire dai muretti e dagli sparuti giardinetti della città le ciotole di acqua e di cibo destinati ai gatti randagi, con il pretesto che esse, le ciotole, “sporcherebbero” l’immagine dei luoghi da offrire immacolati agli atleti che qui sciameranno prossimamente… Mettiamo che, anziché nella polis magnogreca, il nostro ineffabile assessore lo avesse fatto a Bubastis, la capitale dell’antico Egitto — XXII Dinastia (primo millennio avanti Cristo) —: il Faraone avrebbe già spiccato nei suoi confronti un mandato di arresto, per il reato gravissimo (punito, allora, persino con la morte) di “attentato alla vita” di questi felini. Il caldo apocalittico di questi giorni potrebbe condannare i poveri gatti a morte certa. E il “mandato di cattura” potrebbe addirittura contemplare il reato di “deicidio”, in quanto esso, il gatto, era considerato l’incarnazione della dea Bastet, ed era sacro perché simbolo della luce, della protezione della famiglia, e tramite con il mondo del cielo e degli inferi. 

Il padre della Storia, quell’Erodoto che venne a morire proprio qui, nel nostro Sud, raccontò, nel secondo libro delle sue “Storie”, che a Bubastis c’era un magnifico tempio, dedicato alla Dea con la testa di gatto, e che gli Egiziani facevano a gara per lasciare nelle vicinanze del tempio e delle proprie case, acqua e cibo, per convincere questi eleganti e misteriosi felini a farli affezionare ai luoghi. E se qualcuno uccideva un gatto, sia pure accidentalmente, subiva pene severissime, e se lo aveva fatto intenzionalmente la pena era capitale. Inoltre, quando in una famiglia moriva un gatto domestico, il lutto poteva durare anche tre giorni e i padroni si radevano le sopracciglia, e poi lo seppellivano con tutti gli onori. Certo Erodoto aveva spiegato questa predilezione degli Egizi per i gatti, in quanto essi non solo davano la caccia ai topi che infestavano i granai, ma erano anche in grado di uccidere i serpenti velenosi, proteggendo le famiglie e i bambini. 

Anche i poeti, da John Keats a Paul Verlaine, da Baudelaire a Borges, da Apollinaire a Umberto Saba, e altri ancora, hanno dedicato liriche a questi eleganti felini. Ecco come il grande poeta portoghese Fernando Pessoa dialogava con un gatto randagio: «Gatto che giochi per via/ come se fosse il tuo letto/ invidio la sorte che è tua,/ che neppur sorte si chiama./ Buon servo di leggi fatali/ che reggono i sassi e le genti,/ hai istinti generali e senti solo quel che senti:/ sei felice perché sei come sei,/ il tuo nulla è tutto tuo./ Io mi vedo e non mi ho,/ mi conosco, e non sono io». E, nelle sue memorie, l’imperatore Augusto, parla così della sua gattina: «Com’è delicata e raffinata la sua bellezza, com’è nobile e indipendente il suo spirito; come straordinaria la sua abilità di combinare libertà con una dipendenza restrittiva». E non si chiamava forse Muezza, la gatta di Maometto? Mentre Leonardo da Vinci dedicò al suo gatto disegni. Mirabili. E con lui, in tempi più recenti, pittori come Picasso, Marc Chagall, Renoir, Monet; mentre il sommo Dante si era fatto ritrarre con un gattino in braccio. 

Mi accorgo di averlo preso molto alla lontana questo mio dissenso con l’assessore municipale tarantino, per questa sua ordinanza che, sicuramente, non avrà il plauso delle gattare, dei gattari e delle varie associazioni ambientaliste. Forse, nella sua poco encomiabile visione di una città spopolata di gattini, l’ordinanza municipale potrebbe essere non in linea con le norme della Legge 281 del 1991 e con la legge 189 del 2004, la quale ultima contiene il concetto fondamentale della tutela dei gatti «liberi», poiché fanno parte del territorio e, perciò, tutelati dalla legge. Fa, tuttavia, riflettere che ci si preoccupi di ciotole e tazzine in un panorama cittadino che giorno dopo giorno diventa sempre più inguardabile. E dove il poco verde che c’era è stato in gran parte sacrificato a sigle misteriose, come questo futuribile BRT. Tornando ai gatti randagi destinati ad essere lasciati senza acqua né cibo e al panorama da offrire agli atleti e ai loro accompagnatori nei prossimi Giochi, siamo poi così sicuri che siano proprio i gattini, che trovano refrigerio e cibo in qualche angolo, ad essere indigesti a chi vorrà venire nella nostra città? Immaginate che il sindaco di Roma volesse, ad un tratto, impedire di dar da mangiare e da bere alle migliaia di gatti che popolano e il Colosseo, e i Fori Romani e Colle Oppio o Villa Borghese? I Quiriti scenderebbero lancia in resta a difendere i loro felini. 

Tornando al Pantheon della terra dei Faraoni, la mite Bastet poteva, se offesa, trasformarsi in un baleno nella formidabile Sekhmet che, al posto della testa di un gatto, aveva quella di una feroce leonessa, pronta ad azzannare. Scherzo, naturalmente, e l’amministratore comunale in oggetto può dormire sonni tranquilli. Al più si formerebbe, ai piedi del suo letto, una fila di “quarantaquattro gatti, con il resto di due”. Seriamente, però, dopo aver subìto per anni i fumi tossici delle ciminiere dell’acciaio, o le polveri nocive della Cementir, o i miasmi della raffineria, senza poter neanche protestare, non vorremmo che ancora la nostra sacrosanta voce di protesta finisse per essere quell’«aegre reprendas quod sinas consuescere» di Syrius Publilius, secondo cui “diventa quasi impossibile censurare ciò che si è permesso diventasse un’abitudine”. I tarantini di abitudini — cattive — ne hanno permesso fin troppe. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.

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