Il nuovo Piano di gestione del rischio alluvioni dell’Autorità di bacino distrettuale delle Alpi Orientali sottopone a restrizioni, secondo il Comune, quasi un terzo del territorio cortinese. È contestato dall’amministrazione con la mobilitazione di quaranta comuni bellunesi. Ma contestare una perimetrazione perché limita l’edificazione equivale a contestare il termometro perché segnala la febbre. Le leggi della fisica non si adeguano ai calendari elettorali, né la stabilità di un versante aumenta perché un’opera è stata dichiarata strategica. Un amministratore che autorizza trasformazioni in aree fragili rinvia la manutenzione o delegittima un vincolo e difficilmente pagherà il costo politico della decisione. La frana potrà verificarsi dopo dieci o vent’anni. Maggioranze e responsabili saranno invece cambiati, ma i cittadini resteranno: perderanno case, attività, servizi e memoria dei luoghi. L’inerzia quindi è una decisione che trasferisce rischi e costi dal presente al futuro, dalla rendita privata alla fiscalità generale, dai decisori alle generazioni che non hanno partecipato alla scelta. La vicenda di Niscemi è lì a dimostrarlo


◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI

Qui e sotto il titolo, l’alluvione di Cortina del 4-5 agosto 2017 (foto torrente Alverà, Cnr)

C’è una forma di irresponsabilità politica più grave dell’errore: sapere e non agire. La vicenda di Cortina d’Ampezzo è il paradigma di un conflitto che attraversa molte città e territori italiani: da una parte la conoscenza tecnico-scientifica, che attraverso cartografie, analisi geomorfologiche e modelli idrologici delimita le aree pericolose; dall’altra una politica locale che considera i vincoli un ostacolo allo sviluppo. Il nuovo Piano di gestione del rischio alluvioni dell’Autorità di bacino distrettuale delle Alpi Orientali sottopone a restrizioni, secondo il Comune, quasi un terzo del territorio cortinese. Il ricorso straordinario presentato dall’amministrazione e la mobilitazione di oltre quaranta comuni bellunesi mostrano che lo scontro non è soltanto tecnico. È una contesa sul modo di intendere il territorio: bene comune e sistema vivente, oppure supporto disponibile per rendita immobiliare, grandi eventi e infrastrutture. Le mappe, tuttavia, non producono il rischio: lo rendono socialmente visibile. I vincoli non causano frane o alluvioni; cercano di impedire che nuove esposizioni si sommino a vulnerabilità già note. Contestare una perimetrazione perché limita l’edificazione equivale a contestare il termometro perché segnala la febbre. Certo, ogni cartografia può essere aggiornata quando nuovi dati lo giustificano; ma la richiesta di valutazioni “caso per caso” diventa politicamente sospetta quando serve a trasformare l’eccezione in regola e a subordinare la sicurezza collettiva alla pressione di investimenti già decisi. Le leggi della fisica non si adeguano ai calendari elettorali, né la stabilità di un versante aumenta perché un’opera è stata dichiarata strategica.

Qui emerge una patologia della governance territoriale italiana: l’asimmetria tra il tempo lungo dei processi ecologici e il tempo breve del consenso. Un amministratore che autorizza trasformazioni in aree fragili rinvia la manutenzione o delegittima un vincolo difficilmente pagherà il costo politico della decisione. La frana potrà verificarsi dopo dieci o vent’anni, quando maggioranze e responsabili saranno cambiati. I cittadini, invece, resteranno: perderanno case, attività, servizi e memoria dei luoghi. L’inerzia non è dunque assenza di decisione. È una decisione distributiva che trasferisce rischi e costi dal presente al futuro, dalla rendita privata alla fiscalità generale, dai decisori alle comunità e alle generazioni che non hanno partecipato alla scelta. Niscemi offre la rappresentazione più brutale di questo meccanismo. Dopo la frana del 1997, vulnerabilità e condizioni geomorfologiche erano conosciute; eppure, per quasi trent’anni annunci, finanziamenti e progetti non sono diventati una strategia organica di mitigazione. Quando il versante è tornato a muoversi nel 2026, il disastro è stato raccontato come emergenza improvvisa. È la tecnica politica della smemoratezza: l’omissione accumulata scompare dietro la spettacolarizzazione dell’evento. Il dissesto diventa “naturale”, mentre vengono rimossi il ritardo amministrativo, la frammentazione delle competenze, la manutenzione mancata e l’urbanizzazione che ha ampliato l’esposizione.

La stessa rimozione opera sul consumo di suolo. Il Rapporto Snpa 2025 registra nel 2024 quasi 84 chilometri quadrati di nuove superfici artificiali e oltre 78 chilometri quadrati di consumo netto, il valore più alto dell’ultimo decennio. Ogni ora scompare circa un ettaro di suolo. Impermeabilizzare significa ridurre l’effetto spugna, accelerare il deflusso e aggravare gli impatti delle precipitazioni intense. Non siamo davanti a una fatalità, ma a un modello urbano fondato sull’espansione continua, sulla svalutazione dei servizi ecosistemici e sulla socializzazione dei danni. La prevenzione resta politicamente invisibile; il nuovo cantiere, invece, produce inaugurazioni, immagini e consenso immediato. Nelle Alpi questa contraddizione è amplificata dal cambiamento climatico. Carovana dei ghiacciai 2025 documenta, nell’arco alpino, 40 eventi franosi in alta quota e 154 eventi meteorologici estremi; in sessant’anni i ghiacciai italiani hanno perso oltre 170 chilometri quadrati. Il ritiro glaciale e il deterioramento del permafrost aumentano l’instabilità dei versanti, mentre precipitazioni più intense interagiscono con infrastrutture, piste, bacini artificiali e superfici impermeabilizzate. Il rischio nasce dall’incontro tra pericolosità naturale, vulnerabilità sociale ed esposizione prodotta dalle scelte territoriali. Ridurlo richiede quindi non soltanto opere di difesa, ma limiti all’urbanizzazione e un adattamento climatico integrato nella pianificazione.

La contrastatissima Pista da bob per Cortina 2026

Eppure, Cortina ha conosciuto, in nome delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, una governance dell’urgenza. La pista da bob “Eugenio Monti”, finanziata con circa 131,7 milioni di euro pubblici, ha comportato l’abbattimento censito di 560 larici e circa 260 arbusti nel Bosco di Ronco. La qualificazione dell’intervento come riqualificazione e il ricorso a procedure accelerate hanno alimentato una domanda inevitabile: perché la prudenza scientifica viene descritta come burocrazia quando limita le opere, mentre l’eccezione amministrativa diventa efficienza quando consente di realizzarle? Il punto non è opporre astrattamente ambiente e sport, ma denunciare una gerarchia politica che rende negoziabili boschi, suolo e sicurezza, e intoccabili scadenze, appalti e visibilità internazionale. La polemica sui vincoli rivela così un vero capovolgimento della pianificazione: non è più il territorio, con i suoi limiti biofisici, a orientare le trasformazioni; sono le trasformazioni desiderate a pretendere la ridefinizione del rischio. È la forma contemporanea dell’estrattivismo urbano e montano: appropriazione selettiva del valore paesaggistico, privatizzazione dei benefici, collettivizzazione delle esternalità. La montagna viene consumata come scenario competitivo e prodotto turistico, mentre le comunità locali ereditano costi di manutenzione, pressione immobiliare, frammentazione ecologica e vulnerabilità climatica.

Foto aerea della frana di Niscemi, gennaio 2026

L’inerzia dei decisori è tanto più grave perché non deriva da ignoranza. Le amministrazioni dispongono ormai di mappe digitali, sistemi di allerta, serie climatiche e competenze specialistiche. Ciò che manca non è l’informazione, ma la volontà di trasformarla in scelte vincolanti. Si preferisce commissionare nuovi studi anziché applicare quelli esistenti, convocare tavoli anziché definire responsabilità, promettere compensazioni anziché rinunciare alle trasformazioni incompatibili. Questa inflazione procedurale simula l’azione e consente di guadagnare tempo, mentre il rischio continua ad accumularsi. Il rinvio diventa così una tecnologia di governo: diluisce la responsabilità, protegge gli interessi organizzati e lascia alla collettività il costo dell’emergenza futura. Anche il sistema dell’informazione contribuisce all’irresponsabilità. L’ipercomunicazione cancella la durata: ogni emergenza sostituisce la precedente, le vittime occupano per pochi giorni la scena, le omissioni restano senza autori. Un giornalismo democratico dovrebbe ricostruire la genealogia dei disastri: quali studi erano disponibili, quali prescrizioni furono ignorate, quali opere rinviate, chi decise e chi trasse beneficio. Senza questa memoria pubblica, la catastrofe appare imprevedibile e la responsabilità si dissolve nella successione dei mandati.

La politica dovrebbe dire con chiarezza che un vincolo non è il nemico della libertà, ma un’assicurazione collettiva sul futuro; che prevenire costa meno di ricostruire; che il territorio non è il fondale passivo dello sviluppo, bensì il capitale naturale e sociale da cui ogni economia dipende. Servono registri pubblici delle decisioni, monitoraggio indipendente, responsabilità amministrative verificabili oltre la durata del mandato e bilanci che contabilizzino il rischio climatico. Il vero scandalo non è che una parte di Cortina sia vincolata. È che decisori informati continuino a trattare il sapere scientifico come un intralcio, confidando che il conto arriverà quando loro non saranno più in carica. La natura conserva memoria di ogni trasformazione. È la politica, troppo spesso, a organizzare l’oblio. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Già ordinario di Sociologia dell'Ambiente, ha insegnato all'Università di Palermo: Sociologia Urbana, Ecologia, Diritto dell’Ambiente, Sociologia delle Migrazioni. Nell'università Iulm di Milano: Politica del territorio e dell’ambiente, Ambiente e sviluppo sostenibile. Nel l'Università Kore di Enna è stato preside di facoltà e coordinatore di un dottorato di ricerca in ambiente e stili di vita. Coordinatore Nazionale di Movimento Ecologista. In ambito UNESCO ha redatto diversi dossier di candidatura e Piani di gestione è stato direttore della Fondazione Patrimonio UNESCO, ed è presidente del Comitato Nazionale per l’Educazione alla Sostenibilità - Agenda 2030. In Sicilia, fa parte del Comitato scientifico dell’Autorità di Bacino ed è stato presidente della Commissione Tecnica Specializzata per le valutazioni ambientali. È autore di oltre 200 pubblicazioni accademiche, è condirettore della rivista scientifica Culture della Sostenibilità e dirige la collana della FrancoAngeli: Benessere Ambiente e Salute.

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