I protagonisti dei suoi 350 racconti — Don Camillo e Peppone — non erano macchiette ma un ritratto antropologico dell’Italia rurale divisa tra cattolicesimo e comunismo. Fu un intellettuale complesso, a lungo emarginato dalla cultura ufficiale, un intellettuale capace di criticare i totalitarismi di ogni colore e geloso della propria libertà di giornalista e di scrittore. Da direttore di “Candido”, è stato un polemista feroce e geniale, pagando di persona con il carcere i suoi errori. Fu il primo giornalista, in epoca repubblicana, a finire dietro le sbarre per oltre 400 giorni, riconosciuto colpevole per il reato di diffamazione ai danni di Alcide De Gasperi. Da autore, si “macchiò” del peccato più grave, un successo sensazionale e popolarissimo: oltre 20 milioni di copie vendute in 142 lingue. Il film “Non muoio neanche se mi ammazzano” di Andrea Porporati interpretato da Giuseppe Zeno nei panni del giornalista, è stato trasmesso su Rai 1 il 20 settembre. È stato girato a Brescello e nei paesi intorno della Bassa Padana. Chi l’ha perso in diretta può vederlo sull’app gratuita RaiPlay
◆ Il racconto di CESARE A. PROTETTÌ
► Se rubo la scena, per una volta, a Battista Gardoncini che su questo giornale scrive magistralmente di cinema, è perché il personaggio di Giovannino Guareschi – giornalista, scrittore, disegnatore, umorista e polemista politico alla direzione di Candido – mi ha sempre interessato. E il 20 settembre scorso, su Rai 1, è andato finalmente in onda un film su di lui che era pronto da quasi due anni, con la regia di Andrea Porporati.
Guareschi è stato un intellettuale scomodo, indipendente e profondamente popolare, rivalutato recentemente come uno dei testimoni più acuti dell’Italia del dopoguerra. Don Camillo e Peppone – con i loro scontri e le bonarie composizioni – non erano macchiette ma un ritratto antropologico dell’Italia rurale divisa tra cattolicesimo e comunismo. La storiografia moderna lo vede come un autore complesso, a lungo emarginato dalla cultura ufficiale, un intellettuale capace di criticare i totalitarismi di ogni colore e geloso della propria libertà di giornalista e di scrittore. Come giornalista, da direttore di “Candido”, è stato un polemista feroce e geniale, pagando di persona con il carcere i suoi errori. Fu il primo giornalista, in epoca repubblicana, a finire dietro le sbarre per oltre 400 giorni, riconosciuto colpevole per il reato di diffamazione ai danni di Alcide De Gasperi.
Qualche anno fa la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori ha pubblicato un piccolo libro intitolato “Contrordine Guareschi!”, nella quale sono raccolti gli interventi di autorevoli firme, da Claudio Carabba a Michele Serra, per fare qualche nome. «È un contrordine multiplo – scrive Enrico Mannucci – che riguarda storici e critici, destra e sinistra, mondo dei giornali e accademia». Un invito a rivedere le etichette appiccicate a Guareschi negli anni: un isolato, un naif, un criptofascista rozzo, letterariamente insignificante. «Infine il peccato più grave di tutti: essere stato un autore di successo sensazionale, popolarissimo», con oltre 20 milioni di copie vendute in 142 lingue.
Non era facile, dunque, scrivere un film su Guareschi, anche se è ispirato (liberamente) al libro “Chi sogna nuovi gerani?”, autobiografia edita da Rizzoli e curata dai figli Alberto e Carlotta, custodi dei ricordi e degli archivi familiari. Porporati ha avuto il coraggio di scrivere il film, (curandone anche la regia), in collaborazione con Marco Ferrazzoli e con la consulenza in esclusiva di Alberto Guareschi. Aggiungo che sono affascinato dai luoghi e dalla vita della Bassa Padana che sono protagonisti del film non meno di Giuseppe Zeno, nel ruolo di Giovannino, e di sua moglie Ennia (una dolcissima Benedetta Cimatti), sempre a fianco di un marito vulcanico e spesso incontenibile. Un fascino dei luoghi che ha colpito anche Michele Serra, se nel suo contributo al volume “Contrordine Guareschi!” – raccontando di un pomeriggio canicolare a Roncole di Busseto, dove ha incontrato i figli di Guareschi – ha scritto di «uno spicchio d’Italia decisivo, minuscolo e intenso quanto Venezia o Firenze o Roma sono immense e spettacolari».
Il film è stato girato a Bagnolo in Piano, Castelfranco Emilia, Colorno, Coltaro, Guastalla, Luzzara, Mezzano Rondani, Novellara, Polesine Zibello, Reggio Emilia, Sissa Trecasali e Sorbolo Mezzani. Ma soprattutto a Brescello. Ero a Brescello, due anni fa, poco prima dell’avvio delle riprese e ne ho scritto un pezzo proprio su Italia Libera, respirando l’aria di queste zone, davanti a un bel piatto di tortellini. Il casting e le successive riprese, a Brescello e in altri comuni della Bassa, hanno scosso la placida quotidianità di quei territori. Nei bar di Brescello giravano foglietti con precise indicazioni: «il casting è rivolto ad adulti, uomini e donne dai 20 ai 75 anni, di tutte le stature e fisicità, volti segnati, antichi, vissuti, nasi importanti (e nel film ce ne sono di imponenti, ndr). Non saranno ammessi candidati con capelli con tagli moderni, tinti o con mèches e rasati, e nemmeno con piercing e tatuaggi».
Immancabile, in quei giorni, qualche polemica da cortile, come quando – per ovvie esigenze di scena – sono state tolte le statue di Don Camillo (davanti alla chiesa) e di Peppone (davanti al municipio), protagonisti di quel Mondo Piccolo che divenne il grande successo letterario e cinematografico, nato dai 350 racconti di Guareschi. Le statue sono state poi rimesse al loro posto, chiudendo ogni polemica locale.
Qualche polemica “nazionale” ha seguito invece la prima visione televisiva del film. Mi riferisco a un articolo di Tiziana Lupi uscito sulla pagina Spettacoli di Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, nel quale l’autrice nota «come dal racconto sia quasi del tutto assente la sua fede che, invece, era alla base della sua coerenza interiore e morale. E non si tratta di una disattenzione, ma di una scelta». E riporta le parole di Porporati che prima si difende sottolineando che «non c’è un’insistenza eccessiva sul tema, ma la fede c’è». E alla fine ammette: «Volevamo che il film fosse universale. Insistere sulla fede avrebbe fatto piacere ai cattolici ma, magari, avrebbe potuto dispiacere qualcun altro»; e poi taglia corto: «nel punto cruciale del film, alla domanda su cosa significhi per lui la politica, il protagonista risponde con parole molto cristiane, dicendo di voler essere un uomo, un essere umano degno di questo nome».
Nei 100 minuti del film, prodotto da Anele in collaborazione con Rai Fiction, c’è tutto il percorso umano e personale di Guareschi, un uomo mosso dalla passione politica ma, soprattutto, un uomo libero. Profondamente cattolico (seppure molto critico verso la Democrazia Cristiana), fervente anticomunista, contrario al capitalismo americano e decisamente poco incline ai compromessi, Guareschi ha finito spesso per scontrarsi con le istituzioni e il film di Porporati ne restituisce al meglio lo spirito: la schiena dritta del protagonista. Il parroco, con Fernandel nei panni di Don Camillo, nel film compare quando è necessario allo sviluppo del racconto, e sempre insieme al sindaco comunista Peppone. E questo grazie al ricorso a due sagome nere parlanti, che il regista introduce in momenti topici del racconto filmico. «Tenevo per don Camillo – scrive Michele Serra, riandando alle sue prime letture importanti – perché nessun buon lettore può permettersi di disobbedire all’autore… ma le sconfitte di Peppone mi diedero pena quanto la sventura dei Troiani. O la disfatta degli Apache».
Il film, ovviamente, è tutto incentrato sulla figura del giornalista e scrittore e sui suoi affetti: la moglie Ennia (una efficacissima Benedetta Cimatti), il padre Primo Augusto (un burbero Andrea Roncato), la mamma Lina, i figli Alberto e Carlotta. E, naturalmente, sulla comunità della Bassa Padana che è un personaggio a parte, altrettanto importante. Il titolo del film Non muoio neanche se mi ammazzano, riprende una frase del diario che Guareschi scrisse quando era internato militare in Polonia e Germania (1943-1945) dopo aver rifiutato di combattere a fianco dei nazifascisti all’indomani dell’8 settembre 1943. Un rifiuto che al presidente Carlo Azeglio Ciampi piaceva chiamare «la Resistenza allargata» che si manifestò «in quella sorta di plebiscito che fecero le centinaia di migliaia di nostri militari deportati nei campi di concentramento tedeschi, preferendo, a schiacciante maggioranza, una durissima prigionia, che costò a molti di loro la vita, pur di mantenere fede al giuramento prestato».
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La citata Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, che conserva materiali legati a Guareschi, oltre all’archivio storico della casa editrice e del gruppo Saggiatore, conserva il fondo Linder, il fondo Bottai, il fondo Testori, il fondo Manzini, il fondo Mazzucchetti e la collezione Minardi. Questa collezione include 1.757 fogli originali e 5 faldoni di scritti. Contiene disegni e vignette satiriche di Guareschi. La Fondazione ha inoltre curato e digitalizzato la Raccolta delle opere tradotte, costituito da oltre 300 edizioni straniere di opere di Guareschi. La raccolta fisica è tuttavia conservata presso la sala studio dell’Archivio del Club die Ventitré a Roncole Verdi (Parma).
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