Più di 612 milioni di donne e ragazze vivono in zone di conflitto, tra cui Sudan, Ucraina, Gaza, Myanmar, Repubblica Democratica del Congo e Haiti subendo le più atroci violenze, diventando loro stesse delle armi da usare contro il nemico. Alle atroci violenze morali e fisiche nelle zone di guerra si aggiungono le violazioni dei diritti umani in paesi come Afghanistan, Iran, Corea, per le quali è sempre più necessaria una fattiva azione di contrasto e un maggiore impegno delle organizzazioni internazionali. Nessuna delle sfide globali che abbiamo di fronte, dall’emergenza climatica ai conflitti armati alla crescente violazione dei diritti umani, può essere affrontata da un solo Paese e nessuna di queste sfide, profondamente interconnesse tra loro, sono neutrali rispetto al genere. Il cambiamento climatico rischia di far sprofondare fino a 158,3 milioni di donne e ragazze in più nella povertà, una maggiorazione di circa 16 milioni rispetto a uomini e ragazzi, mentre le donne anziane titolari di una pensione sono ancora la netta minoranza; la maggior parte esposte non solo alla povertà ma anche ad abusi e violenze
◆ L’analisi di ANNALISA ADAMO AYMONE
►In questo momento sono in corso ben 61 conflitti in tutto il mondo e i casi di violenza sulle donne sono aumentati, tra 2022 e il 2024, complessivamente dell’87% secondo quanto riferito dal nuovo rapporto del Segretario Generale dell’Onu su donne, pace e sicurezza. Nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne non si può non partire da questo punto estremo se si vuole affrontare il tema in tutta la sua complessità e tragica realtà perché, se da un lato gli ultimi avanzamenti normativi nei nostri confini nazionali fanno ben sperare, molto poco si sta facendo per contribuire a far cessare le guerre che si stanno consumando sui corpi delle donne nei conflitti armati. Più di 612 milioni di donne e ragazze vivono in zone di conflitto, tra cui Sudan, Ucraina, Gaza, Myanmar, Repubblica Democratica del Congo e Haiti subendo le più atroci violenze, diventando loro stesse delle armi da usare contro il nemico. Nel Sudan, dove si sta consumando uno dei conflitti più brutali e la più grave crisi umanitaria al mondo (con oltre 150.000 morti e 13 milioni di sfollati in due anni), attualmente migliaia di donne sono in attesa di un figlio generato da uno stupro mentre tutt’intorno sono ancora in atto distruzioni, incendi, esecuzioni sommarie, mutilazioni, violenze e torture anche su bambini e bambine.
Violenza sulle giovani donne in Congo
Difficile pensare di avere ancora un futuro per tante donne colpite da violenze, abusi sessuali e maltrattamenti, ma per alcune donne è ancora più difficile, quasi impossibile, soprattutto quando manca tutto: dalle cure al cibo, dall’acqua alle più elementari necessità umane come la casa. Ma come si possono fermare gli stupri di guerra se si continua ad alimentare, incessantemente e largamente, il mercato delle armi e se di fronte a queste crudeltà indicibili, come Nazioni e come persone, non ci sentiamo in qualche modo coinvolti e obbligati ad intervenire? Così in questo scenario apocalittico, mentre il Parlamento italiano portava avanti l’iter di approvazione – conclusosi il 19 novembre scorso – della modifica integrale dell’art. 609-bis del codice penale introducendo, in linea con la Convenzione di Istanbul, la nozione di ‘consenso libero ed attuale’, nei mesi scorsi veniva pubblicato anche il Gender Snapshot 2025 lanciando un allarme di non poco conto. Infatti, questo rapporto annuale di UN Women e del Dipartimento per gli affari economici e sociali delle Nazioni Unite (UN DESA), che fornisce i dati relativi ai progressi verso la parità di genere e degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, evidenziava in modo molto chiaro e approfondito che, se le tendenze attuali dovessero continuare, oltre 351 milioni di donne e ragazze potrebbero ancora vivere in povertà estrema entro il 2030. Un dato importante, specie se letto in relazione alla stima degli effetti dell’inclusione finanziaria che riduce la violenza del 2% ogni +10% di accesso, mentre attualmente sono ben 708 milioni di donne fuori dal lavoro.
Sarah Hendriks, direttrice delle politiche del programma e della divisione intergovernativa di UN Women, durante la presentazione del rapporto fatta all’Onu alla stampa internazionale, ha sottolineato quanto sia preoccupante lo stato attuale, essendo evidente un arretramento globale che «si misura in vite, diritti e opportunità perdute». Come da più parti evidenziato, le politiche pubbliche si dimostrano di fatto insufficienti principalmente per mancanza di stanziamenti finanziari adeguati per combattere concretamente la violenza sulle donne e ad attuare l’inclusione lavorativa e finanziaria delle donne, costituendo per gli Stati le necessità di spesa pubblica in questo campo un minus, rispetto al maior rappresentato dalla spesa pubblica per gli armamenti. «A livello globale si spendono 2,7 trilioni l’anno in armamenti e non si trovano 420 miliardi per colmare il fabbisogno di parità», ha sottolineato La voce di New York parlando dell’intervento di Sarah Hendriks e dei vari rischi messi a fuoco da rapporto Gender Snapshot 2025, tra i quali impressionano molto anche i dati sulle ricadute negative sulle donne del cambiamento climatico qualora non si riuscisse ad invertire la rotta e la condizione femminile di estrema fragilità in età avanzata. E, infatti, il cambiamento climatico rischia di far sprofondare fino a 158,3 milioni di donne e ragazze in più nella povertà, una maggiorazione di circa 16 milioni rispetto a uomini e ragazzi, mentre le donne anziane titolari di una pensione sono ancora la netta minoranza rimanendo la maggior parte esposte fortemente non solo alla povertà ma anche ad abusi e violenze.
Risulta evidente che l’uguaglianza e l’emancipazione delle donne si potranno conquistare solo a condizione che nuove e più ingenti risorse vengano impiegate per il raggiungimento degli obiettivi chiave fissati Agenda 2030 sulla cui tabella di marcia si registra un fortissimo ritardo, tenendo conto che ci sono altre aree fuori dai confini europei dove la condizione femminile è ancora a dir poco drammatica secondo i dati Onu. Alle atroci violenze morali e fisiche nelle zone di guerra si aggiungono le violazioni dei diritti umani in paesi come Afghanistan, Iran, Corea, per le quali è sempre più necessaria una fattiva azione di contrasto e un maggiore impegno delle organizzazioni internazionali. Infatti nessuna delle sfide globali che abbiamo di fronte, dall’emergenza climatica ai conflitti armati alla crescente violazione dei diritti umani, può essere affrontata da un solo Paese e nessuna di queste sfide, profondamente interconnesse tra loro, sono neutrali rispetto al genere.
È stata dirigente degli Affari Generali, Istituzionali e Legali, dell’Archivio Storico, del Patrimonio e dei servizi Appalti e Contratti del Comune di Taranto, occupandosi di una delle più complesse macchine amministrative pubbliche nel periodo successivo al dissesto dell’ente, curandone altresì i rapporti istituzionali ed i rapporti interni. È stata successivamente vicepresidente di una delle più grandi aziende pubbliche di rifiuti ed altresì assessore agli Affari Generali, all’Ambiente e alla Legalità, alle Risorse umane dello stesso Comune di Taranto. Formatrice e docente, attualmente scrive per la testata nazionale “Italia Libera” di cultura, ambiente, politiche pubbliche e democrazia.
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