I 48mila ettari di vigne piemontesi crescono ogni anno ma il consumo pro-capite si abbassa: in cinquant’anni meno 75%. Ad estendersi sono le superfici dei vigneti più redditizi con l’ingresso, nelle Langhe, di imprenditori con grossi patrimoni e fondi internazionali. Scompaiono i “vignaiuoli”, aumentano gli enologi e si allarga il turismo enogastronomico, con una forte crescita dei prezzi della ristorazione e degli affitti delle case: anche nella Bassa Langa, i B&B “sfrattano” i residenti meno abbienti. Sono gli effetti più appariscenti del “marchio Unesco” e dello sviluppo esponenziale del mercato, con tutto ciò che questo ha comportato nel bene e nel male. «Si sta passando da piccole imprese familiari a grandi concentrazioni a carattere finanziario. Anche perché il piccolo imprenditore è stimolato a vendere i propri terreni, valutati a peso d’oro. È arrivata la ricchezza ma si è persa la consapevolezza di quello che eravamo e che avremmo dovuto difendere», sostiene Ascheri, già presidente del Consorzio di tutela del Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, imprenditore vitivinicolo langarolo da sette generazioni


 ◆ L’intervista di FABIO BALOCCO con MATTEO ASCHERI, imprenditore vitivinicolo

Matteo Ascheri, imprenditore vitivinicolo langarolo da sette generazioni

Matteo Ascheri, classe 1962, laurea in Economia e Commercio, è un imprenditore vitivinicolo, titolare dell’omonima azienda di famiglia fondata nel 1880 e oggi alla settima generazione, con sede nella cittadina di Bra. Dal 2018 a maggio 2024 è stato Presidente del Consorzio di Tutela del Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani e in passato ha ricoperto diversi incarichi istituzionali nel campo vitivinicolo e non solo. A lui rivolgo alcune domande sulle Langhe e più in generale sul mondo del vino. Come sono cambiate le Langhe, in particolare la Bassa Langa, in questi ultimi decenni? Te lo chiedo sia dal punto di vista territoriale, ma anche economico.

«Ci sono due date da ricordare in proposito. La prima che riguarda il mondo del vino in generale è il 1986, quando scoppiò lo scandalo del metanolo. La seconda riguarda specificamente le Langhe, in particolare la Bassa Langa, che nel 2014 ricevette il riconoscimento Unesco di Patrimonio dell’Umanità insieme a Roero e Monferrato. Di questi due fattori, il primo stimolò la crescita di qualità del prodotto e il secondo la sua conoscenza a livello planetario creando uno sviluppo esponenziale del mercato, con tutto ciò che questo ha comportato nel bene e nel male. Parlo della Bassa Langa in particolare, beninteso. Dico nel bene se si pensa alla ricaduta sul territorio come ricchezza materiale. Nel male perché l’estensione della superficie vitata ha comportato un’ulteriore riduzione della biodiversità e ha attratto l’attenzione di soggetti esterni alle Langhe con grossi patrimoni, disposti ad investire sul territorio. Imprenditori in altri campi, come Farinetti, Rosso, Illy, Krause, ma anche addirittura fondi di investimento. A questo proposito occorre ricordare che l’Ue – dopo che per un certo periodo aveva contenuto la produzione del vino secondo la regola dell’estirpo e reimpianto, essendoci sovraproduzione – da circa dieci anni consente ad ogni Paese di aumentare la superficie vitata dell’1% all’anno rispetto all’esistente. In ogni regione italiana si può procedere in tal senso».

  Tradotto in concreto, cosa implica tutto questo per il Piemonte? 

«Il Piemonte ha scelto ovviamente l’1%: su 48mila ettari di superficie vitata, significa che ogni anno si possono autorizzare 480 ettari di nuovi impianti) dove si va ad estendere la coltura? Dove ci sono i vini più cari ed apprezzati. Dicevo che l’ingresso dei grandi capitali sta comportando un cambiamento epocale nel mondo vinicolo. Si sta passando da piccole imprese familiari a grandi concentrazioni a carattere finanziario. Anche perché il piccolo imprenditore è stimolato a vendere i propri terreni, valutati a peso d’oro. È arrivata la ricchezza ma si è persa la consapevolezza di quello che eravamo e che avremmo dovuto difendere. Questo senza contare un altro aspetto nuovo ed importante, e cioè il distacco che si viene a creare tra il proprietario del vigneto e chi il vigneto lo coltiva, che ha alimentato il fenomeno della manodopera ormai esclusivamente straniera nelle vigne ed anche quello, purtroppo, del caporalato».

Quali le conseguenze, in particolare, del riconoscimento di Patrimonio Mondiale Unesco?

«L’arrivo massiccio di turisti da tutto il mondo. Un po’ di turismo va bene, ma adesso è decisamente troppo. Anche perché comporta gravi conseguenze sul tessuto sociale: aumento del prezzo dei prodotti e dei servizi (basti pensare alla ristorazione), diffusione dell’accoglienza turistica nelle case private con B&B, Booking, Airbnb, con conseguente eliminazione dell’affitto a lungo termine ed espulsione di residenti. Oggi le Langhe, la Bassa Langa in particolare è diventata di fatto un territorio elitario».

Qual è il ruolo delle cantine sociali nel mercato del vino?

«Il mondo del vino ha al proprio interno sostanzialmente tre specie di soggetti diversi. Ci sono quelli che potremmo definire “hors categorie”, come Cerreto, Gaia, ed altri, con marchi riconosciuti e affermati. Per queste aziende il marchio personale è più forte del marchio collettivo rappresentato dal nome del vino. Al di sotto ci sono i produttori di filiera piccoli o medio piccoli che producono l’uva, la trasformano e vendono il vino con il proprio marchio e dove il marchio collettivo (la denominazione del vino) rappresenta un valore aggiunto fondamentale. A livello più basso ci sono coloro che conferiscono l’uva alla cantina sociale, che produce il vino e poi lo vende, solo in parte già imbottigliato, altrimenti sfuso alle aziende imbottigliatrici. Queste ultime hanno come interesse quello di comprare il vino ad un prezzo più competitivo possibile e poi rivenderlo con il proprio mark-up in qualsiasi canale distributivo, molte volte a prezzi veramente infimi, svilendo il prodotto, ma anche tutto il lavoro che ci sta a monte. Tali aziende non hanno sicuramente l’obiettivo di valorizzare il marchio collettivo… Le cantine sociali nacquero con uno scopo nobilissimo, ma attualmente la loro natura si è modificata e sono diventate soggetti di questo sistema che non valorizzano assolutamente il prodotto e il marchio collettivo con cui viene presentato e che alla fine rappresenta tutta una comunità».

I viticoltori sono un notevole serbatoio di voti. Cosa puoi dire al riguardo?

«I viticoltori sono chiaramente degli agricoltori che in Italia rappresentano una comunità di circa cinque milioni di persone e quindi effettivamente costituiscono un bel serbatoio di voti gestito dalle associazioni di categoria, principalmente Coldiretti. Associazioni di categoria che, tramite politici di riferimento, hanno garantito e garantiscono tuttora vantaggi di notevole portata al mondo agricolo, dai benefici fiscali agli interventi a favore da parte dell’Ue sotto forma di contributi e quant’altro. Sono cinque milioni di persone che vanno costantemente alle urne, che non conoscono il fenomeno dell’astensionismo».

Il biologico in Langa avanza oppure no?

«No, non avanza, anzi regredisce. Soprattutto perché a seguito di controlli in vigna furono scoperti nelle vigne biologiche principi attivi incompatibili con il bio, magari anche solo perché i vigneti erano contaminati da altri terreni viciniori su cui veniva praticata un’agricoltura tradizionale, ossia con prodotti chimici di sintesi. A ciò aggiungasi il problema delle bizzarrie climatiche, che hanno allontanato molti agricoltori dal biologico. Alla fine soltanto un agricoltore molto benestante si può permettere di avere una resa nel raccolto molto inferiore. Non il vignaiolo medio».

Ecco, veniamo al vignaiolo, anzi al “vignaiuolo”, come lo definiva Veronelli: esiste ancora?

«Un tempo il viticoltore curava la terra direttamente, raccoglieva l’uva, la trasformava e vendeva il vino. Ora i figli di quegli agricoltori dopo aver studiato alla scuola enologica sono diventati enologi, lavorando solo più nella cantina. Inoltre si occupano anche della vendita e del marketing come export managers e girano il mondo per vendere il vino. Il vignaiuolo, è vero, non esiste più.

Come vedi il futuro del vino?

«Il vino una volta lo si beveva per dissetarsi magari allungandolo con l’acqua o veniva consumato come alimento. Oggi questo tipo di consumo non esiste più, ma il vino viene bevuto per gratificazione o addirittura usato come uno status symbol. In cinquant’anni il consumo di vino in Italia si è ridotto di oltre tre quarti. È chiaro, in base a questa evoluzione, come i numeri siano costantemente in calo e il consumo di vino in continuo decremento [nota]. Come si concilia questo con l’aumento delle superfici vitate? Si concilia col fatto che l’incremento riguarda i vini di pregio, come il Barolo o il Barbaresco. Nelle Langhe le maggiori estensioni di viti riguardavano l’uva Dolcetto, che adesso è in forte contrazione. Il Barolo invece è passato dai tre milioni di bottiglie degli anni Sessanta ai quindici milioni attuali».

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Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020), "Un'Italia che scompare. Perché Ormea è un caso singolare" (Edizioni Il Babi, 2022). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.

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