L’isola brucia per effetto della crisi climatica globale e anche per una crisi tutta siciliana: quella della governance del territorio. Qui il fuoco non incontra soltanto temperature record; incontra decenni di incuria, ritardi amministrativi, interessi speculativi e infiltrazioni mafiose. Negli ultimi vent’anni la Sicilia ha registrato una riduzione significativa delle precipitazioni medie annuali, mentre le temperature sono aumentate di circa 2 °C rispetto all’epoca preindustriale, con punte estive che superano ormai frequentemente i 45-48 °C. Nel solo 2023 gli incendi hanno devastato oltre 100.000 ettari di territorio siciliano, interessando boschi, macchia mediterranea, aree agricole e numerosi siti della rete Natura 2000. Ogni anno si assicura che la macchina è pronta. Poi arrivano luglio e agosto. E arrivano puntualmente le stesse dichiarazioni: servono più Canadair, servono più uomini, servono più risorse. È la confessione implicita del fallimento ripetuto ad ogni stagione


◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI

Dalla California al Canada, dalla Grecia alla Spagna, dal Portogallo alla Francia, gli incendi boschivi sono ormai uno dei simboli più evidenti della crisi climatica. Quella che fino a pochi anni fa veniva considerata un’emergenza straordinaria è diventata la nuova normalità del XXI secolo. L’aumento delle temperature medie, le ondate di calore sempre più intense e prolungate, la riduzione delle precipitazioni e la crescente aridità dei suoli stanno trasformando vaste aree del pianeta in ecosistemi sempre più vulnerabili al fuoco. Il bacino del Mediterraneo rappresenta uno dei principali climate hotspot del pianeta, come documentato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc). Qui il riscaldamento procede più rapidamente della media globale e gli effetti si manifestano con particolare intensità: siccità ricorrenti, incendi di enorme estensione, eventi meteorologici estremi e progressiva desertificazione stanno modificando il paesaggio e mettendo sotto pressione ecosistemi, economie e comunità.

In questo scenario la Sicilia occupa una posizione emblematica. È una delle regioni europee maggiormente esposte agli effetti del cambiamento climatico, ma è anche il luogo in cui tali effetti si intrecciano con una fragilità istituzionale sedimentata nel tempo. L’isola, infatti, non brucia soltanto per l’aumento delle temperature: brucia perché la crisi climatica incontra un territorio reso più vulnerabile da decenni di cattiva pianificazione, ritardi amministrativi, gestione emergenziale delle risorse e, in molti casi, dalla pressione di interessi economici e criminali. Il cambiamento climatico rappresenta il moltiplicatore del rischio; la debolezza della governance ne amplifica gli effetti. È questa combinazione a trasformare ogni estate in una tragedia largamente prevedibile.

La desertificazione avanza nel silenzio

La desertificazione non è un fenomeno futuro, ma una realtà già in atto. Secondo Ispra e il ministero dell’Ambiente, oltre il 70% del territorio siciliano è classificato come vulnerabile o altamente vulnerabile ai processi di degradazione del suolo. Negli ultimi decenni le precipitazioni si sono progressivamente ridotte, mentre le temperature medie sono aumentate di circa due gradi rispetto al periodo preindustriale, con picchi estivi che superano ormai frequentemente i 45 °C. Il fuoco accelera ulteriormente questa trasformazione. Ogni incendio distrugge la sostanza organica del terreno, riduce la capacità del suolo di trattenere l’acqua e favorisce l’erosione. Quando, dopo lunghi periodi di siccità, arrivano precipitazioni intense, il terreno impoverito non riesce più ad assorbirle: l’acqua defluisce rapidamente in superficie, trascinando con sé lo strato fertile e aumentando il rischio di frane e alluvioni. Si innesca così un circolo vizioso nel quale incendi, perdita di fertilità, dissesto idrogeologico e desertificazione si alimentano reciprocamente, riducendo anno dopo anno la resilienza del territorio.

Diga siciliana al 50% di capacità di stoccaggio idrico nell’invaso
La grande sete dell’isola

Attribuire la crisi idrica siciliana esclusivamente al cambiamento climatico significa ignorarne le cause strutturali. La scarsità delle precipitazioni costituisce certamente un fattore determinante, ma non spiega da sola una situazione che è anche il risultato di decenni di insufficiente manutenzione delle infrastrutture e di una cronica incapacità di programmare gli interventi. Le reti acquedottistiche dell’isola disperdono mediamente oltre la metà dell’acqua immessa, con punte superiori al 60% in diversi comuni. In altre parole, più di un litro d’acqua su due viene perso prima di raggiungere cittadini, imprese e aziende agricole. A questo si aggiunge il progressivo interrimento di numerosi invasi artificiali, che negli anni hanno visto ridursi sensibilmente la loro capacità di accumulo a causa del mancato dragaggio e dell’insufficiente manutenzione. Si tratta di opere realizzate con ingenti risorse pubbliche che oggi funzionano ben al di sotto delle loro potenzialità. Il risultato è un paradosso che sintetizza efficacemente la crisi della governance siciliana: mentre famiglie, agricoltori e imprese subiscono razionamenti sempre più frequenti, una quota enorme della risorsa idrica continua a essere dispersa lungo le reti o non può essere immagazzinata nei bacini esistenti. L’acqua che manca ai cittadini è la stessa che manca agli ecosistemi forestali, all’agricoltura e alle attività di prevenzione e spegnimento degli incendi. In un contesto climatico sempre più estremo, la cattiva gestione delle risorse idriche diventa essa stessa un fattore di amplificazione del rischio ambientale.

Il suolo consumato, una contraddizione della transizione ecologica 

Alla crisi climatica e alla scarsità idrica si aggiunge un’altra emergenza spesso sottovalutata: il consumo di suolo. L’ultimo Rapporto Ispra documenta come nel 2024 l’Italia abbia impermeabilizzato circa 78 km² di nuovo territorio, il valore più elevato dell’ultimo decennio. Anche la Sicilia continua a perdere superfici agricole e naturali proprio mentre il cambiamento climatico rende il suolo una risorsa strategica. Ogni ettaro sottratto all’agricoltura o agli ecosistemi naturali riduce la capacità del territorio di assorbire l’acqua piovana, immagazzinare carbonio, mitigare le temperature estreme e conservare la biodiversità. Particolarmente delicata è la diffusione di grandi impianti fotovoltaici realizzati direttamente su terreni agricoli fertili. La decarbonizzazione rappresenta una priorità assoluta, ma non può essere perseguita sacrificando una risorsa non rinnovabile come il suolo. Una vera transizione ecologica richiede coerenza tra gli obiettivi climatici e la tutela del territorio. La disponibilità di aree industriali dismesse, cave abbandonate, ex discariche, parcheggi, coperture di edifici e altre superfici già artificializzate offre alternative ampiamente sufficienti per una significativa espansione delle energie rinnovabili senza compromettere ulteriormente il patrimonio agricolo e paesaggistico dell’isola. Consumare nuovo suolo nel nome della sostenibilità significherebbe sostituire un problema con un altro, aggravando proprio quella fragilità ambientale che la transizione energetica dovrebbe contribuire a ridurre.

Gli incendi: una guerra contro il territorio

Ogni estate la Sicilia si trasforma nel principale fronte italiano degli incendi boschivi. Migliaia di ettari di boschi, macchia mediterranea, aree agricole e habitat naturali vengono distrutti, mentre il fumo invade città e paesi, compromettendo la salute dei cittadini, l’economia locale e un patrimonio naturale costruito in secoli di evoluzione ecologica. Sarebbe però un errore interpretare questa tragedia come una semplice conseguenza delle temperature elevate. Il caldo estremo, la siccità e il vento rappresentano il contesto nel quale gli incendi si propagano con maggiore violenza, ma nella maggior parte dei casi non ne costituiscono la causa iniziale. Il fuoco nasce quasi sempre dall’azione dell’uomo: per negligenza, imprudenza o deliberata volontà criminale. I dati raccolti negli ultimi anni confermano che una quota significativa dei roghi ha origine dolosa o colposa. Il cambiamento climatico rende gli incendi più rapidi, intensi e difficili da spegnere; non sostituisce però le responsabilità umane. Al contrario, ne aumenta il peso e le conseguenze. La domanda, allora, non è soltanto perché la Sicilia bruci, ma perché continui a bruciare nello stesso modo, negli stessi luoghi e con la stessa drammatica regolarità. La risposta conduce inevitabilmente al tema della prevenzione e della qualità del governo del territorio.

L’emergenza permanente come modello di governo

In uno Stato efficiente gli incendi si combattono soprattutto nei mesi invernali, quando si pianificano gli interventi di manutenzione forestale, si realizzano fasce tagliafuoco, si ripristina la viabilità forestale, si rimuove il materiale combustibile accumulato, si monitorano le aree più vulnerabili e si rafforzano gli organici destinati alla prevenzione. In Sicilia, troppo spesso, accade l’opposto. L’attenzione pubblica si concentra quasi esclusivamente durante l’estate, quando l’emergenza è ormai esplosa. Ogni anno vengono annunciati nuovi piani straordinari, cabine di regia, centrali operative, droni, satelliti, sistemi di intelligenza artificiale, campagne di comunicazione e investimenti eccezionali. L’impressione è quella di una macchina organizzativa in continua trasformazione. Eppure, il risultato rimane sostanzialmente immutato. Gli incendi continuano a devastare il territorio con la stessa intensità, mentre le istituzioni ripropongono, estate dopo estate, un copione ormai prevedibile: dichiarazione dello stato di emergenza, richiesta di ulteriori mezzi aerei, ricerca di nuove risorse finanziarie, promesse di riforme strutturali rinviate all’anno successivo. L’emergenza finisce così per diventare una modalità ordinaria di governo. È un modello amministrativo che interviene quando il danno è già avvenuto, anziché investire sistematicamente nella prevenzione. Una politica che privilegia la gestione della crisi rispetto alla riduzione del rischio è destinata a rincorrere gli eventi senza riuscire a governarli. La prevenzione, al contrario, produce risultati poco visibili dal punto di vista mediatico. Un bosco che non brucia non genera immagini spettacolari, non alimenta conferenze stampa né inaugurazioni. Eppure, rappresenta il più importante indicatore dell’efficacia delle politiche pubbliche.

Mafia, incendi ed ecomafie

Ridurre gli incendi boschivi a un fenomeno esclusivamente climatico significherebbe ignorare un elemento che accompagna da decenni la storia del territorio siciliano: l’intreccio tra criminalità organizzata, interessi economici illegali e controllo del territorio. Le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia, della Commissione parlamentare antimafia e i rapporti annuali di Legambiente sulle ecomafie documentano da anni come i reati ambientali costituiscano uno dei settori più redditizi dell’economia criminale. Gli incendi possono rispondere a finalità diverse: liberare aree per attività agricole o edilizie, modificare l’uso del suolo, alimentare interessi connessi al pascolo abusivo, favorire attività speculative o esercitare forme di intimidazione e controllo territoriale. Ogni episodio richiede naturalmente un accertamento giudiziario, ma sarebbe altrettanto irresponsabile negare l’esistenza di un fenomeno ampiamente documentato dalle indagini delle autorità competenti. Un territorio privo di manutenzione, caratterizzato da controlli insufficienti, procedure amministrative lente e pianificazione debole, offre maggiori opportunità alle organizzazioni criminali. L’illegalità ambientale non nasce dal nulla: cresce negli spazi lasciati liberi dall’inefficienza delle istituzioni. Per questa ragione la lotta agli incendi non può essere considerata esclusivamente una questione di protezione civile o di gestione forestale. È anche una politica di legalità, di trasparenza amministrativa e di presidio democratico del territorio.

La crisi della governance

Il cambiamento climatico costituisce un fenomeno globale. Le responsabilità amministrative, invece, sono inevitabilmente locali. Quando oltre metà dell’acqua potabile si disperde nelle reti di distribuzione; quando gli invasi non vengono periodicamente dragati; quando la manutenzione forestale resta insufficiente; quando il consumo di suolo continua a ridurre la capacità del territorio di trattenere acqua e mitigare gli effetti delle ondate di calore; quando la prevenzione viene sistematicamente subordinata alla gestione dell’emergenza, gli incendi cessano di essere soltanto calamità naturali. Diventano l’esito prevedibile di una crisi della governance. Il termine-concetto s-governance non vuole essere uno slogan polemico, ma la descrizione di un sistema nel quale le istituzioni faticano a svolgere la propria funzione fondamentale: ridurre la vulnerabilità del territorio prima che il rischio si trasformi in disastro. La differenza tra una buona amministrazione e una cattiva amministrazione non si misura dalla capacità di spegnere gli incendi, ma dalla capacità di impedirne la propagazione e di limitarne gli effetti. È questa la distinzione tra governo e semplice gestione dell’emergenza. — (1. continua)

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Già ordinario di Sociologia dell'Ambiente, ha insegnato all'Università di Palermo: Sociologia Urbana, Ecologia, Diritto dell’Ambiente, Sociologia delle Migrazioni. Nell'università Iulm di Milano: Politica del territorio e dell’ambiente, Ambiente e sviluppo sostenibile. Nel l'Università Kore di Enna è stato preside di facoltà e coordinatore di un dottorato di ricerca in ambiente e stili di vita. Coordinatore Nazionale di Movimento Ecologista. In ambito UNESCO ha redatto diversi dossier di candidatura e Piani di gestione è stato direttore della Fondazione Patrimonio UNESCO, ed è presidente del Comitato Nazionale per l’Educazione alla Sostenibilità - Agenda 2030. In Sicilia, fa parte del Comitato scientifico dell’Autorità di Bacino ed è stato presidente della Commissione Tecnica Specializzata per le valutazioni ambientali. È autore di oltre 200 pubblicazioni accademiche, è condirettore della rivista scientifica Culture della Sostenibilità e dirige la collana della FrancoAngeli: Benessere Ambiente e Salute.

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