Il petrolio, nel Novecento, non è stato soltanto una merce: è stato la sostanza fisica dell’egemonia occidentale. Le guerre mondiali, la spartizione del Medio Oriente, i colpi di Stato, le alleanze militari, le sanzioni, le rotte marittime presidiate dalle flotte, la nascita e il consolidamento del complesso militare-industriale statunitense, sono nella medesima architettura di un ordine mondiale fondato sugli idrocarburi e garantito dalla potenza politico-militare-industriale degli Stati Uniti. Il Golfo Persico, lo Stretto di Hormuz, il Mar Rosso, il Mediterraneo orientale, l’Iraq, l’Iran, la Siria, la Palestina, il Libano, lo Yemen: non sono scenari separati, ma frammenti di un’unica geografia dell’energia e del dominio. E ogni crisi locale produce effetti globali. L’energia del futuro? Non più concentrata in pochi giacimenti, controllata da poche corporation, trasportata lungo rotte militarizzate e pagata nella valuta dell’Impero. Dovrebbe diventare distribuita, reticolare, cooperativa, democratica. Non più un sistema verticale, ma una rete. Non più pochi produttori e miliardi di consumatori dipendenti, ma milioni di soggetti capaci di produrre, accumulare, condividere e scambiare energia. Utopia? Fino a quando non sarà chiaro che è necessaria

Una veduta dei primi pozzi petroliferi a Baku, nel Caucaso, alla fine dell’800 (dal sito Azer.com); sotto il titolo, Guerra del Golfo

◆ L’analisi di FERNANDO PETRIVELLI

Nella storia dei popoli, il controllo dell’energia non è mai stato una questione puramente tecnica. Non ha riguardato soltanto il modo in cui le società si scaldano, producono, si muovono o illuminano le proprie città. È sempre stato, prima di tutto, un problema di potere. Chi controlla la fonte energetica dominante di un’epoca controlla le vie del commercio, l’organizzazione del lavoro, la struttura della produzione, la potenza militare, la moneta, la finanza e, in ultima istanza, il grado di libertà o di subordinazione dei popoli. Il petrolio, più di ogni altra fonte, ha reso evidente questa verità. Nel Novecento esso non è stato soltanto una merce: è stato la sostanza fisica dell’egemonia. Le guerre mondiali, la spartizione del Medio Oriente, i colpi di Stato, le alleanze militari, le sanzioni, le rotte marittime presidiate dalle flotte, la nascita e il consolidamento del complesso militare-industriale statunitense, tutto si tiene dentro una medesima architettura: quella di un ordine mondiale fondato sugli idrocarburi e garantito dalla potenza politico-militare-industriale degli Stati Uniti.

Un’azione della Standard Oil Company statunitense, dominus della politica energetica statunitense da un secolo e più
Il dollaro come infrastruttura monetaria dell’impero

In questo ordine, il dollaro ha svolto una funzione decisiva. Non è stato semplicemente la valuta di uno Stato nazionale. È diventato l’infrastruttura monetaria dell’impero. Il fatto che gli scambi internazionali di petrolio e di molte altre materie prime siano stati a lungo regolati prevalentemente in dollari ha conferito agli Stati Uniti un privilegio storico: finanziare i propri disavanzi, proiettare potenza militare, esercitare sanzioni extraterritoriali, imporre regole finanziarie globali, trasformare la moneta in un’arma geopolitica. La cosiddetta “sicurezza energetica” dell’Occidente ha significato, per decenni, l’insicurezza permanente di altre aree del mondo. In nome della stabilità dei mercati, intere regioni sono state rese instabili. In nome della libertà di navigazione, sono stati militarizzati mari e stretti. In nome della democrazia, sono stati sostenuti regimi autoritari purché allineati all’ordine petrolifero dominante. In nome della lotta al terrorismo, si è consolidata una presenza militare permanente Usa nel cuore dell’Asia occidentale, cioè proprio nel quadrante in cui si concentrano alcune delle principali riserve mondiali di petrolio e gas e i più delicati colli di bottiglia del commercio energetico globale.

Bombardamento dei pozzi di petrolio nel Kuwait, 1990-1991

L’attuale fase storica nasce dalla crisi di questo sistema. Gli Stati Uniti restano la principale potenza militare del pianeta e il dollaro resta la valuta dominante nella finanza internazionale. Ma l’ordine unipolare nato dalla fine della Guerra fredda è entrato in una fase di logoramento. La Cina è divenuta il principale centro manifatturiero del mondo, il baricentro della domanda energetica si è spostato verso l’Asia, la Russia ha consolidato il proprio ruolo di potenza energetica eurasiatica, l’India è emersa come attore autonomo, e i Brics+ hanno cominciato a rappresentare, pur con molte contraddizioni interne, il tentativo di costruire uno spazio politico-economico alternativo alla subordinazione all’Occidente collettivo. Non si tratta ancora di un nuovo ordine compiuto. I Brics+ non sono un blocco omogeneo, non hanno una moneta comune, non condividono sempre gli stessi interessi strategici. Ma esprimono una tendenza storica: la ricerca di margini di autonomia rispetto al dominio del dollaro, alle istituzioni finanziarie occidentali, alle sanzioni unilaterali, alle catene di approvvigionamento controllate da Washington e dai suoi alleati. Questa ricerca passa inevitabilmente anche dall’energia. Pagare petrolio, gas, carbone, minerali critici e infrastrutture in valute diverse dal dollaro significa ridurre la presa dell’Impero sulla circolazione mondiale della ricchezza.

Fine del monopolio occidentale sul mercato mondiale?
Depositi di carburante in Iran bombardati da Stati Uniti e Israele, 2026

Da qui nasce la crescente aggressività strategica degli Stati Uniti. La competizione con la Cina non riguarda soltanto Taiwan, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale o le rotte dell’Indo-Pacifico. Riguarda anche la possibilità che il cuore produttivo del mondo si sottragga progressivamente alla dipendenza energetica e finanziaria dall’Occidente. Riguarda la prospettiva che gli scambi tra Asia, Russia, Africa, America Latina e Medio Oriente si organizzino secondo infrastrutture, valute, reti logistiche e alleanze non più controllate da Washington. Riguarda, soprattutto, la perdita del monopolio occidentale sulla definizione delle regole del mercato mondiale. In questo quadro, l’Asia occidentale continua a essere il luogo in cui le contraddizioni dell’ordine fossile esplodono con maggiore violenza. Il Golfo Persico, lo Stretto di Hormuz, il Mar Rosso, il Mediterraneo orientale, l’Iraq, l’Iran, la Siria, la Palestina, il Libano, lo Yemen: non sono scenari separati, ma frammenti di un’unica geografia dell’energia e del dominio. Ogni crisi locale produce effetti globali perché il petrolio e il gas continuano a viaggiare attraverso strozzature marittime vulnerabili, presidiate da flotte militari e attraversate da interessi contrapposti.

Azioni militari nel Golfo Persico dal 1990 in avanti

L’Occidente descrive spesso le proprie iniziative militari come azioni difensive: difesa della libertà di navigazione, difesa degli alleati, difesa della stabilità, difesa dell’ordine internazionale. Ma questa narrazione occulta una realtà più profonda: il sistema fossile, proprio perché centralizzato, concentrato e territorialmente diseguale, genera strutturalmente conflitto. Se l’energia decisiva si trova in pochi luoghi, quei luoghi diventano inevitabilmente oggetto di conquista, presidio, ricatto, destabilizzazione. Se il commercio energetico mondiale passa attraverso pochi stretti, quegli stretti diventano teatri militari. Se la moneta dell’energia è la moneta di una potenza, quella potenza tenderà a difendere con ogni mezzo il privilegio che ne deriva. 

“L’economia all’idrogeno” e la terza rivoluzione industriale
La produzione energetica in rete

È qui che il pensiero di Jeremy Rifkin conserva una forza profetica. In “L’economia all’idrogeno” e negli altri saggi dedicati alla terza rivoluzione industriale, Rifkin rovescia la logica dell’ordine fossile. L’energia del futuro, nella sua visione, non dovrebbe più essere concentrata in pochi giacimenti, controllata da poche corporation, trasportata lungo rotte militarizzate e pagata nella valuta dell’Impero. Dovrebbe diventare distribuita, reticolare, cooperativa, democratica. Non più un sistema verticale, ma una rete. Non più pochi produttori e miliardi di consumatori dipendenti, ma milioni (e in prospettiva, miliardi) di soggetti capaci di produrre, accumulare, condividere e scambiare energia. La sua intuizione più potente è l’analogia tra internet e l’energia. Così come la rete digitale ha trasformato ogni utente da semplice destinatario passivo di informazioni in potenziale produttore di contenuti, una rete energetica intelligente potrebbe trasformare ogni casa, edificio, quartiere, impresa agricola, fabbrica, comunità locale in un nodo attivo di produzione energetica. Il consumatore diventerebbe “prosumer”: produttore e consumatore insieme. L’energia rinnovabile prodotta localmente verrebbe utilizzata per i propri bisogni; l’eccedenza verrebbe immessa nella rete; l’idrogeno e gli altri sistemi di accumulo servirebbero a conservare l’energia intermittente del sole e del vento; le reti intelligenti permetterebbero scambi orizzontali, cooperativi, decentralizzati.

Manifestazione a favore delle Comunità energetiche davanti al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica

Questo passaggio avrebbe conseguenze enormi. Una società in cui l’energia viene prodotta diffusamente da comunità, famiglie, cooperative, enti locali, imprese, reti territoriali e consorzi non elimina automaticamente il conflitto sociale, ma sottrae agli imperi una delle loro armi fondamentali. Riduce la rendita geopolitica dei giacimenti. Riduce la vulnerabilità dei colli di bottiglia. Riduce la necessità di presidiare militarmente le rotte. Riduce il potere delle oligarchie fossili. Riduce il ricatto dei prezzi internazionali. Riduce la dipendenza dei popoli da catene di approvvigionamento controllate da potenze esterne. La democrazia energetica, in questo senso, non è una formula ambientalista astratta. È un progetto di pace. Non perché le tecnologie rinnovabili siano di per sé pacifiche, ma perché modificano la struttura materiale del potere. Un mondo fondato su milioni di micro-produttori interconnessi è meno compatibile con la logica imperiale di un mondo fondato su pochi pozzi, pochi oleodotti o gasdotti, pochi terminali, poche flotte, poche borse merci, poche banche d’affari. La pace non nasce dai buoni sentimenti. Nasce anche dalla trasformazione delle condizioni materiali che rendono conveniente la guerra.

La democrazia energetica come progetto di pace
Terre rare, l’oro cinese che spaventa il mondo

Naturalmente, la transizione energetica non è priva di contraddizioni. Le tecnologie rinnovabili richiedono minerali critici, terre rare, rame, litio, cobalto, nichel. Anche queste risorse possono diventare oggetto di nuove forme di estrazione coloniale, sfruttamento del lavoro, devastazione ambientale e competizione geopolitica. Una “rivoluzione verde” guidata dalle stesse logiche del capitalismo fossile rischierebbe di sostituire un dominio con un altro: meno petrolio, più miniere; meno trivelle, più catene globali controllate da multinazionali; meno emissioni in una parte del mondo, più sacrificio sociale e ambientale in un’altra. Per questo la prospettiva rifkiniana va radicalizzata in senso democratico e sociale. Non basta cambiare fonte energetica. Bisogna cambiare il modello proprietario, produttivo e distributivo dell’energia. Non basta installare pannelli solari se la rete resta monopolio di pochi operatori. Non basta parlare di idrogeno se la sua produzione è affidata agli stessi giganti fossili. Non basta elettrificare i consumi se l’elettricità diventa una nuova rendita privata. La questione decisiva è chi possiede l’infrastruttura, chi decide gli investimenti, chi controlla i dati energetici, chi beneficia degli incentivi, chi paga i costi della transizione. La vera alternativa all’impero fossile non è un capitalismo verde centralizzato, ma una democrazia energetica multilivello: comunità energetiche, reti pubbliche intelligenti, cooperative locali, pianificazione democratica, accesso universale all’energia, accumulo diffuso, produzione rinnovabile distribuita, controllo pubblico delle infrastrutture strategiche, riduzione dei consumi inutili, riconversione ecologica dell’industria, giustizia sociale per i lavoratori dei settori in transizione.

Il ciclo di produzione dell’idrogeno verde (credit foto Evgenii & Karina Gerasimovi / Depositphotos)

In questa visione, anche l’Europa potrebbe scegliere un ruolo diverso da quello di vassallo energetico e militare degli Stati Uniti. Potrebbe smettere di concepire la propria sicurezza come dipendenza da forniture esterne, da gas liquefatto importato, da alleanze militari aggressive e da mercati finanziari instabili. Potrebbe fare della transizione energetica una strategia di autonomia, pace e cooperazione mediterranea. Potrebbe guardare all’Africa, al Medio Oriente e all’Asia non come serbatoi di risorse o frontiere da contenere, ma come partner di una nuova infrastruttura energetica comune, fondata su reciprocità, trasferimento tecnologico, sovranità locale e beneficio condiviso. Il bivio storico è netto. Da una parte vi è la prosecuzione dell’ordine fossile: guerre per procura, sanzioni, colpi di mano militari, militarizzazione degli stretti, competizione tra blocchi, ritorno della logica imperiale, subordinazione dell’Europa alla strategia statunitense, uso della moneta come arma, uso dell’energia come ricatto. Dall’altra vi è la possibilità di una transizione che non sia soltanto tecnologica, ma politica: una trasformazione del modo in cui l’umanità produce e condivide la base materiale della propria esistenza.

Spezzare il nesso storico tra energia, dominio e guerra

L’economia dell’idrogeno immaginata da Rifkin può apparire, a tratti, utopica. Ma le grandi svolte storiche sono sempre apparse impossibili prima di diventare necessarie. Oggi l’utopia più irrealistica non è pensare un mondo fondato su reti energetiche democratiche. L’utopia più pericolosa è credere che il sistema fossile possa continuare indefinitamente senza precipitare l’umanità in una spirale di guerre, crisi climatiche, diseguaglianze e autoritarismi. L’energia è stata l’arma degli imperi. Può diventare il terreno della liberazione. Ma ciò accadrà solo se la transizione sarà sottratta alle oligarchie e restituita ai popoli. Il sole, il vento, l’acqua, l’idrogeno verde, le reti intelligenti, le comunità energetiche non sono soltanto tecnologie. Sono la possibilità concreta di disarmare una parte del potere imperiale, spezzando il nesso storico tra energia, dominio e guerra. La pace del XXI secolo non nascerà dai vertici diplomatici delle potenze che hanno costruito la propria ricchezza sul controllo delle risorse altrui. Nascerà, se nascerà, da una nuova infrastruttura materiale della convivenza: un sistema energetico diffuso, cooperativo, accessibile, democratico e “socialista”. Un mondo in cui nessun popolo debba essere bombardato perché sotto il suo suolo c’è petrolio; nessuno stretto debba essere militarizzato perché da lì passa il gas; nessuna moneta debba dominare le altre perché con essa si compra l’energia del pianeta. Solo allora l’energia cesserà di essere il linguaggio nascosto dell’impero e potrà diventare il linguaggio comune della libertà. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista online “L’Eguaglianza”

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Avvocato cassazionista, svolge la professione forense a Roma da oltre trent’anni, si occupa di diritto civile e amministrativo, diritto urbanistico, ambientale e paesaggistico. È stato presidente del Parco Regionale dei Monti Simbruini dal 1999 al 2002 e del Parco Regionale di Veio dal 2007 al 2010. Dalla fine del 2025 collabora con Giuristi e Avvocati per la Palestina e da gennaio 2026 con il mensile "L’Eguaglianza".

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