Da vent’anni l’Unione Europea promuove investimenti nella riduzione delle emissioni di CO₂ attraverso un mercato delle quote di anidride carbonica che rende più convenienti le tecnologie meno inquinanti piuttosto che continuare a inquinare. La revisione del sistema Emissions Trading System (Ets), proposta dalla Commissione Von der Leyen, rallenta il taglio delle quote, prolunga le assegnazioni gratuite e introduce nuove flessibilità. Mentre la crisi climatica mostra tutta la sua violenza e la Cina consolida il vantaggio su rinnovabili e auto elettriche, l’Italia reclama un compromesso ancora più debole. Non è pragmatismo: è una politica di rinvio che può accelerare il declino manifatturiero. La strada alternativa passa da investimenti, innovazione e riforma del prezzo dell’energia. Un Ets annacquato non compra tempo. Vende a prezzo scontato il futuro industriale che dice di proteggere, mentre il caldo record presenta già il conto del rinvio. L’Italia di Meloni tira il freno sulle innovazioni
◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI
Le imprese che producono emissioni devono possedere un numero di quote corrispondente alla quantità di CO₂ immessa nell’atmosfera: una parte di queste quote viene comprata all’asta o scambiata sul mercato, mentre un’altra parte, come vedremo, è tuttora assegnata gratuitamente ad alcuni settori. In questo modo, il sistema crea un incentivo economico: investire nella riduzione delle emissioni diventa più conveniente che continuare a inquinare. Dal 2005 al 2024 le emissioni dei settori sottoposti all’Ets si sono ridotte di circa il 50%. La revisione dell’Ets nasce dalla necessità di adattare il sistema al nuovo obiettivo climatico europeo per il 2040, che prevede una riduzione del 90% delle emissioni nette rispetto ai livelli del 1990. Il rischio è quello di rallentare la transizione proprio nel momento in cui la competizione internazionale sulle tecnologie pulite sta accelerando.
Le quote si abbassano e chi inquina di più paga meno
Il primo elemento della riforma riguarda il numero di quote disponibili. Oggi ogni anno il totale delle quote viene progressivamente ridotto con un ritmo del 4,3% annuo. La Commissione propone di abbassare questa percentuale al 3,7% tra il 2031 e il 2035 e all’1,7% tra il 2036 e il 2040. Questa scelta equivale a un rallentamento della decarbonizzazione ma per la Commissione, invece, rappresenta una misura necessaria per evitare una crisi industriale. Il secondo cambiamento riguarda le quote gratuite, cioè la parte di quote che per molti anni alcune industrie hanno ricevuto senza doverle acquistare, proprio per evitare che le aziende europee perdessero competitività rispetto ai concorrenti internazionali. La riforma approvata nel 2023 aveva stabilito che queste agevolazioni sarebbero state eliminate entro il 2034; la nuova proposta rinvia questa scadenza al 2038. Secondo le stime della Commissione, il beneficio economico per le industrie energivore ammonterebbe a circa 6 miliardi di euro tra il 2026 e il 2030. In realtà le quote gratuite rappresentano, di fatto, un sussidio alle attività più inquinanti. Inoltre, la Commissione propone anche di consentire alle imprese di utilizzare crediti internazionali per compensare una parte delle proprie emissioni.
La riforma interviene anche sulla cosiddetta Market Stability Reserve, la riserva che regola il numero di quote disponibili per evitare un eccesso di offerta. Attualmente il meccanismo assorbe il 24% delle quote in eccesso. La Commissione propone di ridurre questa percentuale al 12%: così facendo aumenta il numero di quote disponibili sul mercato, il loro prezzo tende a scendere e le imprese hanno meno incentivi a investire nelle tecnologie pulite. C’è un momento, nella storia di ogni transizione mancata, in cui retorica e fatti smettono di coincidere. Per l’Europa è arrivato il 17 luglio 2026, con la proposta di revisione dell’Ets, durante un’estate non ancora conclusa e quindi non proclamabile scientificamente “la più calda di sempre”. I dati sono però già inequivocabili: Copernicus ha registrato nell’Europa occidentale il giugno più caldo e il periodo giugno-luglio più caldo della serie; maggio aveva portato un’ondata eccezionalmente precoce e luglio incendi estremi e temperature oceaniche record. Rallentare le riduzioni è irresponsabilità climatica e industriale. Il paradosso è evidente a chiunque guardi i numeri senza il filtro della diplomazia comunitaria. Mentre Pechino consolida un vantaggio enorme su pannelli fotovoltaici, batterie e veicoli elettrici, costruito attraverso investimenti pubblici, integrazione delle filiere e politica industriale, l’Europa discute di quanto più lentamente ridurre i permessi di emissione.
Il caso emblematico dell’auto elettrica
Non c’è settore in cui questa dinamica sia più visibile che nelle automotive. La crisi europea dell’auto elettrica non nasce da un eccesso di ambizione climatica, ma dal ritardo negli investimenti tecnologici e industriali. I produttori cinesi hanno raggiunto economie di scala, integrazione nella filiera delle batterie e prezzi che molte case europee non replicano. Indebolire il segnale del carbonio toglie pressione competitiva proprio quando servirebbero regole stabili, ricerca, infrastrutture e domanda pubblica capaci di orientare i capitali verso le tecnologie pulite. Il risultato non sarà un’industria più forte, ma un’industria mantenuta artificialmente nelle tecnologie del passato, mentre il mercato si riempie di pannelli, batterie e veicoli progettati e prodotti altrove.
L’Italia e la tentazione del ribasso
In questo scenario la posizione italiana è un’aggravante. Prima della proposta, l’Italia e altri nove Stati hanno chiesto maggiore flessibilità e il prolungamento delle quote gratuite. Il ministro Pichetto Fratin ha poi accolto con favore il rafforzamento degli investimenti, insistendo però sulla competitività. Ma Roma tratta ancora la decarbonizzazione come costo da differire, non come terreno su cui ricostruire capacità produttiva: difende gli impianti esistenti, socializza i costi e rimanda l’innovazione. Non chiede soltanto una transizione governata: spinge verso un Ets ancora più accomodante.
Il vero nodo: il prezzo dell’energia, non il prezzo del carbonio
Una scelta che si può ancora correggere
La revisione non è un destino: la proposta della Commissione deve, infatti, essere approvata da Parlamento europeo e Consiglio (i governi degli Stati membri), che possono ancora correggerla. Ma non possono ignorare il messaggio dell’estate 2026. A metà agosto non è ancora possibile assegnarle un primato stagionale definitivo; è già possibile, invece, riconoscere una sequenza eccezionale di caldo precoce, record regionali, siccità e incendi. Aspettare settembre per nominare statisticamente il record non cambia il dovere politico di agire ora. Il clima non negozia, non concede proroghe e non compensa l’inazione con gradualità amministrativa.
L’Europa deve scegliere se produrre le tecnologie della transizione o importarle. L’Italia deve scegliere se usare la crisi manifatturiera per riconvertire apparati, competenze e lavoro oppure trasformarla in una rendita per chi rifiuta di cambiare. Non può proclamare la difesa dell’industria e, nello stesso tempo, sottrarle lo stimolo, le infrastrutture e gli investimenti che ne determinano il futuro. Ai movimenti ambientalisti, alla comunità scientifica, ai sindacati e alla parte di industria che ha già investito nella transizione spetta ricordarlo con chiarezza: la vera alternativa non è tra occupazione e clima, ma tra una politica industriale che anticipa il cambiamento e una politica dei sussidi che amministra il declino. Servono scelte immediate e misurabili: energia rinnovabile a costo stabile, reti e accumuli, fondi Ets vincolati alla trasformazione degli impianti, condizionalità occupazionali, tempi certi e verifica pubblica dei risultati. Un Ets annacquato non compra tempo. Vende a prezzo scontato il futuro industriale che dice di proteggere, mentre il caldo record presenta già il conto del rinvio.
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