Chi discute sulle necessità di dotare il territorio di infrastrutture più utili e urgenti per la mobilità e per la qualità della vita di milioni di siciliani e calabresi, dovrebbe domandarsi da quant’è che nel nostro Paese non esiste una vera pianificazione che abbia tenuto nel dovuto conto le effettive esigenze dei territori. Scavando scavando, arriviamo all’Unità d’Italia: le vie di comunicazione entro i confini del nuovo Stato e verso i paesi confinanti furono concentrate nelle regioni settentrionali e portarono alla realizzazione di importanti trafori alpini. Nessuna importanza fu data al Sud e ai porti a cui non fu riconosciuto il ruolo che avrebbero potuto avere per incrementare i traffici oltremare verso i contenuti emergenti. I risultati si vedono


L’intervento di ALESSIO LATTUCA

Con alcuni amici ho discusso su cosa significa intavolare un negoziato: è tra le prove più difficili per chiunque. Tuttavia credo valga la pena partecipare alla discussione relativa al Ponte sullo Stretto, tema scivoloso non solo sulla fattibilità tecnica, i cui parametri, per taluni scienziati sarebbero insufficienti a garantirne la sicurezza, ma ancora più lo è sulla questione politica. Ho ascoltato le considerazioni dei numerosi benaltristi i quali ovviamente discutono sulle necessità di dotare il territorio di infrastrutture più utili e urgenti per la mobilità e per la qualità della vita di milioni di siciliani e calabresi. Ma il tema sarebbe credibile se nel Paese esistesse una vera pianificazione che tenesse nel dovuto conto le effettive esigenze dei territori, se chi ha responsabilità politica scegliesse le opere da realizzare (come per tutte le realtà) secondo processi di necessità, opportunità, merito. Se così fosse il divario tra nord e sud non esisterebbe.

Ma, al di là delle legittime considerazioni, non mi pare sia emerso un dibattito che si occupasse di rendere possibile la definizione del “Corridoio 1 Berlino-Palermo” già finanziato, in gran parte con fondi dedicati, dalla Comunità Europea. E, soprattutto, sul fatto che le opere (alta velocità da Messina a Palermo-Trapani?) per le quali i demagoghi di turno sono impegnati “a parole” risulterebbero “davvero possibili”: perché comprese nel Corridoio. Semmai sarebbe prova di dignità se gli agitatori di turno si battessero perché attorno alla grande opera si progettassero opere collaterali, di enorme valore per lo sviluppo. Perché se corrispondesse al vero le questioni dibattute potrebbero contribuire a rimuovere  l’idea di immobilismo di Gattopardiana memoria che dipinge il Sud fannullone… Tuttavia l’attualità offre l’occasione per riflettere sulle ataviche criticità che affliggono il Mezzogiorno. Infatti la questione del Ponte ha a che fare con la “Questione Meridionale” e richiederebbe un doveroso richiamo di carattere storiografico. 

Nei primi quattro decenni dopo l’Unità d’Italia, le opere di ammodernamento delle infrastrutture e delle vie di comunicazione entro i confini del nuovo Stato e verso i paesi confinanti furono concentrate nelle regioni settentrionali e portarono alla realizzazione di importanti trafori alpini (Frejus-1871; Gran San Bernardo-1882; Col di Tenda, stradale-1882; Col di Tenda, ferroviario-1890; Sempione-1898). A cui erano collegate le relative vie di accesso irradiate verso i territori circostanti. Al Sud, in generale, non fu data importanza, meno che mai ai porti ai quali evidentemente non fu riconosciuto il ruolo che avrebbero potuto avere per incrementare i traffici oltremare. Non furono avviate di conseguenza importanti opere di ammodernamento e/o realizzazioni di arterie stradali e ferroviarie, che avrebbero potuto evitare o alleviare il processo di isolamento.

Tutte argomentazioni, queste, che oggi dovrebbero indurre a riflettere su determinate scelte operate dalla politica. Su che fine abbiano fatto i corposi finanziamenti deliberati dall’Ue (vedi libro bianco di Delors), su chi abbia la responsabilità delle decisioni che hanno determinato l’azzoppamento del Corridoio 1 Berlino-Palermo e, soprattutto, quale sia la mente sopraffina che ha partorito l’idea di deviare la tratta da Napoli a Bari (per stoccare le merci ad oriente e non al sud) e tagliato definitivamente fuori il Mezzogiorno del Paese con negative ricadute su milioni di ignari cittadini. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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È presidente di Confimpresa Euromed e di Confidi per l’impresa, Imprenditore agrigentino, si batte da anni contro il rigassificatore, in buffer zone Unesco e il metanodotto in area archeologica: che definisce un “progetto folle”, a pochi passi dalla Valle dei Templi, a ridosso della casa di Luigi Pirandello in contrada Kaos.

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