Applicando la legge in vigore, ai tre custodi giudiziari dell’acciaieria di Taranto (Barbara Valenzano, Emanuele Laterza e Claudio Lofrumento) dovranno essere liquidati 46 milioni di euro ciascuno. Dalla famiglia Riva o, in mancanza, dallo Stato, cioè dai contribuenti. Se avessero chiesto la liquidazione per l’intero periodo di custodia, cioè oltre 9 anni dal sequestro dello stabilimento nel luglio del 2012, la cifra sarebbe lievitata a livelli stratosferici. La legge prevede anche la valutazione della qualità, della quantità e dei risultati ottenuti dal lavoro svolto. In questo caso, a quanto emerge, non è stato fatto. È lecito quantomeno indignarsi, mentre chiudono le ditte d’appalto dell’acciaieria non pagate dai custodi giudiziari?
◆ L’intervento di MARIO GUADAGNOLO
La Corte d’Assise, a seguito dell’impugnazione della sentenza, riconosce e corregge l’errore, rivede la propria precedente decisione e ricalcola il dovuto in 1.937.521 euro (un milione novecento 37 mila 521 mila euro). Ma neanche su questa cifra concorda la difesa dei Riva e propone ulteriore ricorso avverso la sentenza. A seguito del ricorso la corte d’Assise di Taranto con sentenza del 31 maggio 2021 corregge ulteriormente la sentenza e delibera di corrispondere ai tre custodi giudiziari dello stabilimento siderurgico Barbara Valenzano, Emanuele Laterza e Claudio Lofrumento − tenetevi sulla sedia! − la somma di 139 milioni di euro per trenta mesi di lavoro. Sì, avete letto bene, 139 milioni di euro che divisi fra i tre corrisponde a 46 milioni di euro ciascuno.
Quando ho letto la sentenza mi sono stropicciato gli occhi ed ho riletto tre volte la cifra. Confermato: 139 milioni di euro! Questa cifra dovrebbe essere pagata dai Riva e, in mancanza, dallo Stato cioè da noi contribuenti. Da annotare che i tre custodi giudiziari hanno limitato la loro richiesta di liquidazione ai soli ultimi trenta mesi. Se avessero chiesto la liquidazione per l’intero periodo di custodia, cioè oltre 9 anni dal momento che il sequestro dello stabilimento ha avuto inizio nel luglio del 2012, la cifra sarebbe lievitata a livelli stratosferici. La legge prevede che il calcolo del dovuto non si basi solo su un’operazione aritmetica corrispondente al valore dell’immobile da custodire ma anche una valutazione dell’operato dei custodi giudiziari sulla base di criteri oggettivi: 1) complessità della gestione, 2) ricorso all’opera dei coordinatori, 3) necessità o frequenza dei controlli esercitati, 4) qualità dell’opera prestata e risultati ottenuti, 5) numero dei beni amministrati.
Dai verbali del dibattimento risulta in maniera oggettiva la routinaria qualità dell’opera prestata dai custodi giudiziari e la modestia dei risultati ottenuti. Per questa ragione a parere della difesa dei Riva appare esagerata la determinazione in 139 milioni di euro il compenso per questo tipo di prestazione non particolarmente brillante. Questa semplice constatazione dei fatti avrebbe dovuto, a parere dei ricorrenti, abbassare notevolmente l’importo definito, tenuto anche conto del limitato periodo di tempo in cui la custodia è stata esercitata e c’è la modestia dei risultati del lavoro svolto, sostanzialmente di ordinaria amministrazione.
Personalmente non voglio imbarcarmi in disquisizioni di carattere tecnico e giuridico e non mi interessa l’aspetto giudiziario della questione, perché non è il mio mestiere, ma voglio fare delle semplici considerazioni che un normale cittadino di buon senso fa di fronte a queste cifre esagerate. Il cittadino medio che stenta ad arrivare alla fine del mese, il lavoratore che è un miracolo se riesce a mettere insieme il pranzo con la cena, le imprese dell’indotto che stanno chiudendo i battenti e muoiono come le formiche poiché dai custodi giudiziari non viene loro dato il dovuto che permetta loro di sopravvivere, hanno ragione da vendere se si arrabbiano come iene. Un cittadino medio dotato di un minimo di buon senso, senza pretendere di essere un giurista o un economista si chiede: ma è una cosa seria, tollerabile, razionale, accettabile e giusta che a tre signori vengano corrisposti 139 milioni di euro per soli trenta mesi di durata dell’incarico consistente, come viene assodato nei verbali di dibattimento e come si evince dalla modestia del lavoro prodotto, nella semplice normale amministrazione mentre nel contempo si lesinano a decine di migliaia di lavoratori la miseria che è il loro dovuto per 36 ore settimanali davanti alla bocca di un altoforno e alle imprese il legittimo pagamento per le prestazioni date indispensabili a farle sopravvivere?
La risposta non avrà forse fondamento giuridico poiché le somme spropositate corrisposte ai custodi giudiziari sono previste dalla legge per cui occorrerebbe cambiare la legge, ma al cittadino medio e al lavoratore sia consentita almeno l’indignazione, la rabbia e il disgusto, l’incazzatura, tutti sentimenti che, notoriamente, non si intendono di giurisprudenza. Queste cifre sono uno schiaffo alla povertà e alla miseria, un’offesa al lavoro di chi si sfianca per 36 ore alla settimana davanti alla bocca di un altoforno per prendere se gli va bene 1400 euro al mese e un’offesa a chi dopo quaranta anni di lavoro riesce a prendere sempre se gli va bene una pensione di 1200 euro al mese. Di fronte a questa autentica vergogna non si può chiedere ad un cittadino di stare zitto. © RIPRODUZIONE RISERVATA
