L’aria fetida e mortifera — come nel dipinto la “Città dei lavoratori” del 1920 di Hans Baluschek — trionfa ormai da decenni su questo lembo di terra italica, spacciata, venduta e tradita insieme ai suoi figli, condannati in questo orrore a cercare di sopravvivere. Il primo marzo anche Loris Costantino, di 36 anni — dopo Claudio Salamida, morto a metà gennaio —, non ce l’ha fatta. Il suo nome si aggiunge alla lista di quelli che hanno pagato il prezzo più alto e senza alcuno sconto. Resta la disperazione di chi a Taranto aspetta di risalire il piano della vita. E «se comprendere è impossibile, conoscere è necessario»
◆ Il commento di ANNALISA ADAMO AYMONE
► Si continua a morire nell’ex Ilva di Taranto. Dopo Claudio Salamida, morto a metà gennaio per il cedimento del piano di calpestio al convertitore 3 dell’acciaieria 2, a distanza di un mese e mezzo è morto anche Loris Costantino, l’operaio di 36 anni impiegato dalla società di pulizie Gea Power nell’area agglomerato caduto all’inizio di marzo dall’altezza di circa 10 metri mentre svolgeva il suo lavoro. La storia delle morti sul lavoro non è solo mera cronaca di fatalità, ma misura del valore attribuito alla vita umana da una società. Come scriveva Primo Levi, «se comprendere è impossibile, conoscere è necessario». Nei giorni caldi dell’ultimatum appena dato al compendio ex Ilva dal Tribunale di Milano per adeguare l’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia) al fine di evitare la chiusura – che scadrà il 24 agosto 2026 – si conferma che dalle piramidi tra le sabbie dell’antico Egitto ai colossi industriali del Novecento la contemporaneità non è riuscita ad archiviare, la storia del lavoro continua ad essere una storia di vite spezzate che relega la sicurezza ad una conquista ancora troppo fragile.
Se il sacrificio tributato al lavoro ha trovato nella letteratura le sue testimonianze più alte, partendo dalle Storie scritte da Erodoto, che raccontano della mattanza vicino al Nilo, per giungere ad Hard Times di Charles Dickens, che fotografa il modello inumano a cui era votato il sistema produttivo dell’Inghilterra ottocentesca, è nella distopia figurativa di Hans Baluschek che si può cogliere tutta l’attuale apocalisse che ancora avvolge la città dei due mari e che all’indomani dell’ennesima morte si ravviva in tutta la sua tetra realtà. La “Città dei lavoratori” fu dipinta nel 1920 da Hans Baluschek, membro del partito socialdemocratico e sostenitore dei diritti dei lavoratori, dopo la sconfitta della Germania nella Prima Guerra Mondiale per muovere una potente critica di ciò che le questioni politiche e sociali possono fare ai cittadini comuni. La disumanizzazione incombente e minacciosa della fabbrica ingloba un paesaggio urbano la cui disperante bellezza si consuma giornalmente nei bagliori dei fuochi e nel nero dei fumi emessi dal mostro.
L’aria fetida e mortifera che aleggia nelle nuance delle tinte ad olio, spalmate su questa tela incredibilmente intensa ed attuale conservata al Milwaukee Art Museum, è la stessa che trionfa ormai da decenni su questo lembo di terra italica, spacciata, venduta e tradita insieme ai suoi figli, condannati in questo orrore a cercare di sopravvivere. Loris Costantino non ce l’ha fatta. Il suo nome si aggiunge alla lista di quelli che hanno pagato il prezzo più alto e senza alcuno sconto. Allo sciopero di 24 ore annunciato fin da subito delle organizzazioni sindacali e alle dichiarazioni dei rappresentanti delle massime istituzioni territoriali, si accompagna un nuovo appello alla responsabilità da parte della politica di cui, però, è impossibile non riscontrare il profondo mimetismo. Intanto la città del disincanto resta sostanzialmente paralizzata dall’ennesimo dolore sentendosi ancora senza via d’uscita. Ma la disperazione di questi “ultimi”, sacrificati alla patria, aspetta di risalire il piano della vita. Come in una guerra. © RIPRODUZIONE RISERVATA
