Dopo il 2021 Londra non ha aderito a 28 nuove direttive e regolamenti europei in materia ambientale, tra cui norme su pesticidi, sostanze chimiche e tutela degli ecosistemi marini. Questa “divergenza per inerzia”, come la definisce l’Institute for European Environmental Policy, rischia di diventare strutturale: mentre l’Unione Europea consolida un programma sempre più ambizioso in materia green, il Regno Unito sembra accontentarsi di standard più deboli e meno vincolanti. Il proseguimento di una politica di allentamento delle normative ambientali potrebbe portare ad un impatto economico fino a 80 miliardi di sterline in trent’anni, tra spese sanitarie, danni agli ecosistemi e perdita di produttività. Con Keir Starmer a Downing Street le cose non sono mutate. Le promesse laburiste di coniugare crescita e sostenibilità appaiono al momento difficilmente conciliabili, e il compromesso tra ambizione verde e cautela politica rischia di rivelarsi insostenibile


◆ L’articolo di SAMUEL CAMPANELLA, da Londra 

DataRoom / Corriere della Sera luglio 2024

L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ha avuto numerose conseguenze, tra cui la perdita dell’ombrello normativo che per decenni aveva orientato e vincolato le politiche ambientali nazionali. A pochi anni di distanza il quadro appare frammentato, con alcune tutele indebolite, altre sospese o rinviate, mentre i nuovi organismi di vigilanza faticano a sostituire il ruolo di garanzia e di impulso che un tempo spettava a Bruxelles. Situazione su cui la giornalista Helena Horton del Guardian ne discute apertamente, dimostrando come dall’uscita dall’Unione Europea nel 2021, le politiche ambientali britanniche si siano progressivamente indebolite, mentre l’Ue continua a rafforzare i propri obiettivi ecologici. In collaborazione con l’Institute for European Environmental Policy (Ieep), la Horton documenta un quadro preoccupante che riguarda la qualità dell’aria, la tutela delle acque e la protezione degli habitat naturali.

L’avvento della Brexit ha comportato non solo la perdita dei meccanismi europei di controllo e sanzione ambientale, sostituiti dall’Office for Environmental Protection (Oep) – un ente che, come segnalato da The Guardian e da ClientEarth, dispone di poteri limitati e di un’indipendenza ridotta rispetto alla Commissione europea – ma anche un progressivo distacco dal quadro normativo comunitario. Dopo il 2021Londra non ha infatti aderito ad almeno 28 nuove direttive e regolamenti europei in materia ambientale, tra cui norme su pesticidi, sostanze chimiche e tutela degli ecosistemi marini. Questa “divergenza per inerzia”, come la definisce l’Ieep, rischia di diventare strutturale: mentre l’Ue consolida un programma sempre più ambizioso in materia green, il Regno Unito sembra accontentarsi di standard più deboli e meno vincolanti.

DataRoom / Corriere della Sera luglio 2024

Un problema ancor più aggravato dal Retained EU Law (Revocation and Reform) Act 2023, che ha reso più semplice la revoca delle leggi di origine europea. La testata nazionale Bbc stimava già nel 2022 che oltre 1.100 regolamenti ambientali sarebbero finiti sotto revisione, con la possibilità che centinaia di norme venissero cancellate senza adeguate alternative, comprese quelle di materia ambientale. Il proseguimento di una politica di allentamento delle normative ambientali, potrebbe portare ad un impatto economico fino a 80 miliardi di sterline in trent’anni, tra spese sanitarie, danni agli ecosistemi e perdita di produttività. ClientEarth e altre Ong hanno avvertito che le comunità più vulnerabili saranno le prime a pagare, esposte a un peggioramento della qualità dell’aria e dell’acqua. Una situazione che andrebbe inevitabilmente ad influenzare la reputazione internazionale del Paese stesso sia in termini di approvvigionamento che di accordi commerciali. Il tutto a scapito di una controparte Europea sempre più orientata verso una netta transizione ecologica.

L’arrivo di Keir Starmer a Downing Street aveva alimentato le speranze dei green britannici. Durante la campagna elettorale, il Labour aveva promesso un “Green Prosperity Plan” da 28 miliardi di sterline per accelerare la transizione energetica, ma poi ridimensionato per motivi di bilancio. Una volta eletto però il primo ministro ha deciso di adottare una linea più prudente, disponibile ad allinearsi ad alcune normative ambientali comunitarie per facilitare i rapporti commerciali ma con l’assoluta prerogativa di non ritornare nei meccanismi europei. Nonostante questo durante il suo mandato sono state già fatte interessanti riforme, come il divieto alla pesca delle sandeel nel Mare del Nord, misura considerata dagli ambientalisti un esempio di divergenza positiva, l’Environment Act 2021 e il più recente Product Regulation and Metrology Act 2025 il quale ha introdotto strumenti per fissare obiettivi vincolanti in materia ambientale.

Fonte: Niesr e Cambridge Econometrics. DataRoom / Corriere della Sera luglio 2024

Guardando al quadro complessivo, la direzione sembra chiara: senza un cambio netto di passo, il Regno Unito rischia di restare indietro rispetto all’Europa proprio sul terreno decisivo del XXI secolo, quello ambientale. Le promesse di Keir Starmer di coniugare crescita e sostenibilità appaiono al momento difficilmente conciliabili, e il compromesso tra ambizione verde e cautela politica rischia di rivelarsi insostenibile. Alla fine, non si tratta solo di standard o riforme normative, ma della capacità del Paese di scegliere se partecipare attivamente alla corsa globale verso la transizione ecologica, o accontentarsi di una politica simbolica fatta di interessi di parte e mezze misure. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Laureato in Antropologia presso La Sapienza di Roma, scrive per diversi giornali italiani e inglesi. Attualmente sta perseguendo un Master in Sviluppo Sostenibile a Londra, presso la prestigiosa Loughborough University, con un focus sull'analisi e sull'implementazione di soluzioni sostenibili per il Sud Globale e il settore sociale. Nel tempo libero, si dedica alla produzione di film indipendenti incentrate su tematiche ambientali e sociali.

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