Sono state le condizioni sociali ed economiche a generare in Italia una situazione demografica esplosiva. E il cuore del problema è la questione femminile. Non si possono chiedere più figli alle donne senza creare le condizioni perché possano averli senza perdere lavoro, reddito, carriera e autonomia. Nidi insufficienti, assenza di servizi di cura, difficoltà abitativa, precarietà e mancata condivisione del lavoro familiare producono un evidente corto circuito: maternità e lavoro continuano troppo spesso a essere percepiti come alternative. La denatalità si combatte con una politica di libertà. Libertà per una donna di essere madre senza rinunciare al lavoro. Libertà per un giovane di costruire il proprio futuro senza dover emigrare. Libertà per una famiglia di vivere nel proprio territorio senza essere penalizzata dalla mancanza di servizi. E serve un Rapporto pubblico Pnrr-Mezzogiorno che dica, con dati verificabili, quanto è stato investito al Sud e quali risultati ha prodotto sull’occupazione, sui servizi, sulle infrastrutture, sulla condizione femminile e sulla capacità dei giovani di costruire il proprio futuro
◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA
Il Pnrr avrebbe potuto cambiare questa situazione. Con Next Generation Eu l’Europa ha compiuto una scelta storica, mettendo in comune risorse straordinarie per affrontare le conseguenze della pandemia e ridurre le disuguaglianze. L’Italia ne è stata il principale beneficiario proprio perché presentava fragilità strutturali profonde. E il Mezzogiorno concentrava gran parte di quelle fragilità. È importante però essere precisi sul tema del 70% e del 40%: il 70% non era una quota obbligatoria imposta dall’Europa per il Sud, ma una richiesta politica avanzata dalla Rete dei 500 sindaci del Recovery Sud, dall’Osservatorio sul Piano di Rilancio e Mezzogiorno e dal Movimento 24 Agosto. Il Governo ha fissato invece al 40% la quota minima delle risorse territorializzabili destinata al Mezzogiorno.
La vera domanda, tuttavia, è un’altra: quel 40% è stato sufficiente a ridurre concretamente i divari territoriali? E soprattutto: quanto di quelle risorse è stato realmente trasformato in sviluppo? Non basta sapere quanto è stato assegnato. Bisogna sapere quanto è stato impegnato, pagato e soprattutto quanto è diventato infrastrutture, servizi, lavoro e opportunità. La prova sono le donne. Il Pnrr aveva individuato l’occupazione femminile e giovanile tra le grandi fragilità italiane. Aveva previsto investimenti nei servizi per l’infanzia e nella conciliazione tra vita e lavoro. Gli asili nido sono il caso emblematico. Quegli investimenti non erano semplicemente edilizia scolastica: erano infrastrutture per l’occupazione femminile e per la libertà delle famiglie di scegliere.
Eppure l’attuazione ha incontrato forti difficoltà, soprattutto nei territori meridionali più fragili. Questo dovrebbe farci riflettere. Perché se proprio nei territori che hanno maggiore bisogno di servizi è più difficile realizzarli, il rischio è che le risorse destinate a ridurre i divari non riescano a raggiungere pienamente il loro obiettivo. La denatalità non si combatte con la retorica sulla famiglia e neppure chiedendo alle donne di fare più figli. Si combatte creando le condizioni per poterli scegliere. Servono nidi, tempo pieno, servizi di cura, congedi parentali realmente condivisi, congedi di paternità adeguati, case accessibili, lavoro stabile, salari dignitosi e una diversa organizzazione del lavoro. In altre parole: la vera politica demografica è una politica di libertà. Libertà per una donna di essere madre senza rinunciare al lavoro. Libertà per un giovane di costruire il proprio futuro senza dover emigrare. Libertà per una famiglia di vivere nel proprio territorio senza essere penalizzata dalla mancanza di servizi. E allora bisogna fare i conti con il Pnrr.
