Eravamo nel 1960, a Sassari non c’erano auto come taxi bensì moto-taxi. Si saliva dietro nel cassone assieme ai bagagli. Anche l’albergo della catena dei Jolly Hotel di Marzotto era quanto mai spartano. Specie per chi doveva fermarsi più giorni. A Porto Torres c’era un Polo petrolchimico altamente inquinante e con scarsa occupazione se non veniva collegato a industrie di trasformazione. E al momento non lo era affatto. Era il Piano di Rinascita sardo: industrie di base senza industrie di trasformazione. Col latte di pecora e coi carciofi, si era cercato di creare una industria di conservazione e di trasformazione ma questa giusta politica si era scontrata con antichi e radicati individualismi. Le forme cooperative e consortili in agricoltura non avevano attecchito. Da lì a vent’anni sarebbe scoppiato il boom turistico e l’Isola avrebbe cambiato pelle, non tutta in meglio
◆ Il corsivetto di VITTORIO EMILIANI
► La prima volta che andai in Sardegna mi imbarcai sulla nave-traghetto a Civitavecchia viaggiando di notte e arrivando a Porto Torres la mattina dopo all’alba. Dovevo raggiungere Sassari e lì rimasi stupito nel vedere che non c’erano auto come taxi bensì moto-taxi. Si saliva dietro nel cassone assieme ai bagagli. Anche l’albergo della catena dei Jolly Hotel di Marzotto era quanto mai spartano. Specie per chi doveva fermarsi più giorni. Porto Torres doveva costituire il Polo Industriale della Sardegna ma, di fatto, era un Polo Petrolchimico altamente inquinante e con scarsa occupazione se non veniva collegato a industrie di trasformazione. E al momento non lo era affatto. Era il dato di fondo del piano di Rinascita sardo: industrie di base senza industrie di trasformazione o quasi, e quindi con una occupazione decisamente ridotta.
In agricoltura prevaleva una pastorizia non collegata a caseifici sociali e che non produceva formaggi vendibili, esportabili sui mercati del Continente, di Roma e del Lazio in prima battuta. Nell’isola si era cercato, col latte di pecora e coi carciofi, di creare una industria di conservazione e di trasformazione ma questa giusta politica si era scontrata con antichi e radicati individualismi. Le forme cooperative e consortili in agricoltura non avevano attecchito nell’Isola anche perché nel contempo forniva redditi immediati il turismo stagionale. Il boom turistico della Sardegna doveva ancora scoppiare. Eravamo nel 1960.
Bisognava insistere per creare e consolidare una cultura cooperativa e consortile sin lì estranea all’individualismo atavico dei pastori. Come stava avvenendo lentamente ma positivamente nell’area padana dell’Ente Delta e con più difficoltà nel Mezzogiorno pugliese o lucano. In Sardegna tutto era più difficoltoso. Anche perché si pretendeva di gestire da Sassari o addirittura da Cagliari questi processi. E così è stato per molti anni. © RIPRODUZIONE RISERVATA
