Per la prima volta, la residenza privata di un Presidente della Repubblica è aperta al pubblico ed è visitabile (su prenotazione) al quarto piano del palazzo Castellani in piazza Fontana di Trevi 86 a Roma. È una casa che sussurra, parla, lascia emozioni e anche ricordi intensi, rimasta chiusa per vent’anni. Parlano anche le cose attaccate al muro, come la bandiera che celebra la vittoria nei campionati del mondo di calcio del 1982 in Spagna, con Pertini – tutti ne abbiamo viva l’immagine (“nevèro?”, come diceva lui) – che esultava in tribuna come un tifoso qualsiasi. Ogni immagine è una storia da raccontare. Come quella del 1981, poggiata su una mensola, dietro le scatole del tabacco da pipa, in cui Pertini e François Mitterrand sorridono durante una visita ufficiale a Roma del presidente francese: due grandi socialisti saliti al vertice di due repubbliche sorelle

La foto con Pertini e Mitterrand accanto alle pipe e le scatole di tabacco; sotto il titolo, tramonto dalla terrazza su piazza Fontana di Trevi

◆ L’articolo di CESARE A. PROTETTÌ (foto di Cesare Protettì e Ramona Calvino)

Alfredino Rampi, il bambino di 6 anni che fu seguito per diciotto ore, al pozzo di Vermicino e in diretta tv, dal presidente Pertini nel 1981. I soccorritori non riuscirono a salvarlo

Su un ripiano, in una nicchia, c’è la foto di un bambino sorridente in canottiera a righe. Siamo nello studio della casa romana di piazza Fontana di Trevi abitata da Sandro Pertini e da sua moglie Carla Voltolina dal 1978, l’anno della sua elezione a Capo dello Stato. Qui è morto nel 1990 il presidente partigiano, seguito nel 2005 dalla moglie Carla. Il bambino di quella foto non è un nipote (i due non hanno avuto figli): è Alfredino Rampi, 6 anni, morto in fondo a un pozzo, a Vermicino, vicino a Roma, nel luglio del 1981, un anno dopo il terremoto dell’Irpinia. Il suo sguardo innocente sembra ancora incrociare quello dell’uomo che sedette per 12 anni sulla poltrona rivestita di tessuto blu, dietro la massiccia scrivania in rovere che campeggia, austera, nello studio domestico del Capo dello Stato. La tragica agonia di Alfredino, in 18 ore di angosciante diretta televisiva, fu uno degli avvenimenti che scosse maggiormente il Presidente, incapace di rassegnarsi al fatto che, nel 1981 – come era stato l’anno prima per il terremoto dell’Irpinia – in un paese avanzato come l’Italia prevalessero la disorganizzazione, la confusione e l’inadeguatezza dei soccorsi nella gestione di grandi e meno grandi emergenze. 

Pertini, che era stato per una notte intera a Vermicino a seguire gli infruttuosi tentativi di salvare il bambino, raccolse l’appello della mamma di Alfredino, Franca Rampi, e diede la spinta decisiva per la nascita della Protezione civile, affidata a Franco Zamberletti, fino all’anno prima Commissario per il terremoto in Irpinia. Un sisma che aveva registrato, alla fine, 2.500 morti, ottomila feriti, moltissimi con danni permanenti; 300mila abitazioni distrutte o inagibili; 18 comuni rasi completamente al suolo, quelli del “cratere”, e altri 99 definiti “devastati” nella gerarchia dei danni. Pertini non accettava questa contabilità di guerra con moltissime persone morte di fame, di sete e di mancanza d’aria perché i soccorritori, non avendo in mano – nelle prime ore – nient’altro che pale e badili, non fecero in tempo a salvarle.

Lo studio di casa Pertini, sulla parete la bandiera del Mundial vinto in Spagna nel 1982

Come nel caso della foto di Alfredino, questa, al quarto piano del palazzo Castellani in piazza Fontana di Trevi 86, è una casa che sussurra, parla, lascia emozioni e anche ricordi intensi, specialmente a uno che, come me, ha mosso i suoi primi passi da giornalista quirinalista proprio con Pertini, quando il suo settennato stava per concludersi e la mia indimenticabile avventura nel Servizio Diplomatico dell’Ansa stava iniziando. La casa, da poco visitabile (con prenotazione) grazie all’impulso della Giunta e dell’Assemblea capitolina, è la prima residenza privata di un Presidente della Repubblica aperta al pubblico in Italia. È rimasta chiusa e inutilizzata per vent’anni. Vi sono ancora custoditi arredi, cimeli, documenti, fotografie, libri, oggetti, quadri. Perfino scarpe e abiti della coppia in quella che oggi si chiamerebbe una cabina-armadio. Parlano anche le cose attaccate al muro, come la bandiera che celebra la vittoria nei campionati del mondo di calcio del 1982 in Spagna, con Pertini – tutti ne abbiamo viva l’immagine (“nevèro?”, come diceva lui) – che esultava in tribuna come un tifoso qualsiasi. 

Naturalmente non mancano, disseminate in tutta la casa, le cento pipe del Presidente, appoggiate su portapipe di vari tipi, da tavolo e da mensola: “tutte pipe usate da Pertini”, come tiene a precisare chi mi accompagna nella visita, il prof. Ivan Drogo Inglese, presidente degli Stati Generali del Patrimonio italiano, che è un ente di interesse pubblico per la valorizzazione delle attività, dei beni e del patrimonio culturale. E debbo proprio al prof. Inglese le risposte alle tante domande, espresse e inespresse, in questa visita. Ogni immagine meriterebbe una storia da raccontare magari ai giovani che non conoscono e forse non conosceranno mai il ruolo di statisti come Pertini e François Mitterrand che in una fotografia del 1981, poggiata su una mensola, dietro le scatole del tabacco da pipa, sorridono durante una visita ufficiale a Roma del presidente francese: due grandi socialisti saliti al vertice di due repubbliche sorelle.

La foto di Carla Voltolina sempre sulla scrivania di Pertini

Nei giorni scorsi anche l’ambasciatore della Repubblica francese, Martin Briens, ha voluto far visita a Casa Pertini Voltolina, accompagnato dall’assessore Tobia Zevi e dal prof. Ivan Drogo Inglese. Una visita, 44 anni dopo quella del Presidente François Mitterrand al Quirinale, che sottolinea ancora una volta il legame tra Italia e Francia che le recenti turbolenze verbali italiane non dovrebbero avere troppo scalfito. Un legame che toccò anche la vita privata di Pertini, legatissimo a Nizza, la città che gli ha reso omaggio dedicandogli un parco pubblico e nella quale possedeva una mansarda in cui trascorreva periodi di villeggiatura. Casa Pertini Voltolina si pone così non solo come luogo della memoria, ma anche come ponte simbolico tra culture e nazioni, capace di evocare i valori di dialogo e umanità in un tempo, quello presente, per altri versi molto cupo.

Un manifesto, affisso a sinistra della scrivania, ricorda un altro incontro importante, questa a volta a Sanremo, dove, in occasione delle Giornate Nobeliane, Pertini ha accolto il re Carlo Gustavo XVI. Il mio pensiero corre subito alla villa sanremese – imponente, di stile moresco – dove Alfred Nobel, creatore del più importante riconoscimento letterario e scientifico del mondo, scelse di abitare alla fine del 1800. Scelse la Riviera di Ponente come ritiro per motivi di salute (come molti stranieri e come fece la mia famiglia trasferendosi da Torino), ma anche perché lì poté installare un laboratorio per gli studi della sua invenzione, la dinamite.

Approfondendo questa coincidenza sono venuto a scoprire di aver frequentato a Sanremo, nei miei anni ginnasiali. lo stesso storico liceo il Gian Domenico Cassini, dove Alessandro Pertini sostenne da privatista l’esame di maturità: l’archivio storico di Imperia conserva la pagella dell’anno scolastico 1918-1919 del futuro Capo dello Stato. Un’emozione in più per me, dopo aver scoperto, alla morte di Eugenio Scalfari, che anche lui – con accanto Italo Calvino – era stato sui banchi del mio liceo. E soprattutto che suo nonno e il mio bisnonno lavorarono insieme, come giornalisti, all’ “Avvenire Vibonese”. 

Davanti a quel manifesto mi sono venuti in mente gli anni della mia vita da studente a Sanremo: l’ora di ginnastica correndo a piedi scalzi sul bagnasciuga degli stabilimenti chiusi, la selezione per partecipare al Certamen Latinum, i visi sorpresi dei tabaccai della città quando – su input della nostra estrosa professoressa di filosofia – chiedevamo di acquistare i nuovi accendini a Paraclito. “Mi dispiace, li abbiamo finiti”, rispondeva bugiardamente qualcuno, ignaro che la fiammella del Paraclito è quella con cui veniva raffigurato lo Spirito Santo. La cartellina azzurra sulla scrivania di Pertini con la scritta Rassegna Stampa, invece mi riporta ad anni più recenti: proprio quelli del Servizio Diplomatico, quando fummo alle prese con una delle fulminee decisioni del Capo dello Stato: il licenziamento immediato del capo ufficio stampa del Quirinale, Antonio Ghirelli (Totò per gli amici), anche lui partigiano durante la guerra di Liberazione. La cronaca più fedele di quell’infortunio è probabilmente quella di Cesare Lanza:

Antonio Ghirelli semicoperto dal fumo della pipa di Pertini (credit foto “GiornalistiItalia”, Il giornale dei giornalisti: “Antonio Ghirelli, un signore del giornalismo”)

“Pertini con il suo seguito era in visita ufficiale a Barcellona da re Juan e sollecitò il suo portavoce Antonio Ghirelli a partecipare a un pranzetto a Barcelloneta con alcuni compagni socialisti catalani: «Ottimo pesce e buon vino», gli disse il presidente di buon umore, «sarà una colazione fantastica». Ma intanto a Roma era scoppiato un finimondo politico: Francesco Cossiga, presidente del Consiglio, era accusato di aver informato il collega democristiano Carlo Donat-Cattin che suo figlio, Marco, filoterrorista, stava per essere arrestato. Ghirelli informa Pertini, che esplode: «È una vergogna! Cossiga deve dimettersi!». Non è la prima volta che le sparate impulsive del presidente vengono controllate ed edulcorate. Antonio chiama un funzionario e gli detta due righe caute. Quello capisce male e legge ai giornalisti la dichiarazione esplosiva del presidente. E così la piacevole colazione è turbata dal conseguente casino che esplode a Roma: il segretario della Democrazia cristiana, Flaminio Piccoli, annuncia la richiesta di impeachment se l’episodio non sarà chiarito. Il presidente fa marcia indietro e chiede il licenziamento immediato del funzionario. Ghirelli risponde: «Non possiamo. È un padre di quattro figli. E poi la responsabilità è mia». E Pertini: «E allora io licenzio lei». E così fu. Tutto questo, e molto altro, è raccontato in un libro di Ghirelli, che – licenziato in tronco – tornò a Roma a sue spese, in compagnia della moglie Barbara, con un volo di linea. Inutile fu l’appello a Pertini di tutti i giornalisti, inviati al seguito della visita presidenziale perché Ghirelli restasse nel suo ruolo: una testimonianza della stima di cui Totò godeva”.

Domenica prossima la seconda parte della visita con altri protagonisti, le sue carte da gioco, le partite con Dino Zoff e Pietro Mennea. Tra i frequentatori della sua casa anche Alberto Sordi, oltre a politici come Spadolini, Berlinguer e Craxi. — (1. continua; la seconda parte esce domenica 28 settembre 2025)

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Giornalista e saggista, è stato fino al gennaio 2016 il direttore delle testate del Master di Giornalismo dell’Università Lumsa di Roma, dopo essere stato per molti anni docente ai corsi per la preparazione all’esame di Stato organizzati dall’Ordine dei giornalisti a Fiuggi. E’ stato Caporedattore centrale dell’agenzia di stampa ApBiscom (ora Askanews) dopo una lunga carriera all’Ansa nel Servizio Diplomatico, al Politico e agli Interni. Autore di una decina di saggi e manuali, con Stefano Polli ha scritto E’ l’agenzia bellezza! (seconda edizione nel 2021), ha curato “Pezzi di Storia” (2021) ed è coautore del libro di Giovanni Giovannini Il Quaderno Nero, Settembre 1943-aprile 1945 (2004, Scheiwiller).

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