Di notte, il telefono con il combinatore telefonico a rotella, accanto al letto, era presidiato dalla giovane moglie del Presidente. Era lei a rispondere alle chiamate e decidere se era il caso o meno di svegliarlo. Carla Voltolina, giornalista e psicoterapeuta, donna riservata, schiva e tenace, aveva chiesto al suo Sandro di non abitare al Quirinale e lui aveva cercato un appartamento in affitto. La soffitta di Piazza Fontana di Trevi, piuttosto malandata, fu ristrutturata a spese della coppia presidenziale. Un nido inviolabile anche dalla scorta che si fermava al pianerottolo davanti agli ultimi gradini. Dalla finestra la moglie del presidente poteva scorgere la bandiera del Capo dello Stato quando veniva ammainata: Sandro aveva finito di lavorare e tornava a casa. In giro per il piccolo appartamento gli oggetti della quotidianità del Presidente: il contenitore in pelle delle bocce e quello delle carte da gioco. Celebre la foto della partita con Zoff e Bearzot, sull’aereo con la coppa del Mundial 1982. Tra i frequentatori della sua casa anche Alberto Sordi e politici come Spadolini, Berlinguer e Craxi: nelle cornici da tavolo le loro foto in bianco e nero

Il celebre scopone scientifico tra Pertini, Bearzot, Zoff e Causio (impallato da Zoff) sull’aereo di ritorno dal Mundial in Spagna del 1982; sotto il titolo, la splendida vista da Casa Pertini Voltolina a Fontana di Trevi, ribattezzata “Terrazza del Tricolore” (credit The Art Libido)

 ◆ La visita di CESARE A. PROTETTÌ

Una delle prime macchine da caffè nella cucina della mansarda Pertini Voltolina con cui la coppia presidenziale preparava la colazione del mattino (foto di Cesare Protettì e Ramona Calvino)

Ci sono un paio di telefoni a casa Pertini, a Fontana di Trevi. Tutti naturalmente col vecchio combinatore telefonico a rotella: uno, color avorio, è ancora appoggiato sul comodino, a destra, a fianco al letto dalla parte della moglie Carla: «Aveva preteso di averlo a portata di mano; voleva essere lei – ci racconta il prof. Ivan Drogo Inglese, presidente degli Stati Generali del Patrimonio italiano – a rispondere alle chiamate notturne e decidere se era il caso o meno di svegliare il Presidente». Una forte decisionista, Carla Voltolina, giornalista e psicoterapeuta. Aveva chiesto al suo Sandro, dopo l’elezione, di non abitare al Quirinale e lui aveva accettato e si era messo alla ricerca di un appartamento in affitto, dopo averla convinta che nella loro casa al Quadraro non potevano tornare, visto che era piuttosto periferica e che attraversare ogni giorno la città, andata e ritorno, con la scorta, sarebbe stata un’impresa e un disagio ulteriore per il traffico romano, già perennemente congestionato. 

Intervenne il sindaco di allora, Giulio Carlo Argan, e fece in modo che il Comune desse in affitto ai coniugi Pertini questa soffitta, piuttosto malandata, al quarto piano di Palazzo Castellani, con l’impegno che sarebbero stati loro ad affrontare le spese di adattamento e ristrutturazione. E così fu. Carla fu soddisfatta, anche perché dalla terrazza sopra l’appartamento (con una vista meravigliosa su una trentina di palazzi e monumenti storici di Roma) poteva scorgere distintamente il Torrino con la bandiera del Capo dello Stato: quando veniva ammainata era il segno che Sandro aveva terminato la sua giornata di lavoro e stava per tornare a casa. Il percorso era prederminato: al ritorno il piccolo corteo scendeva dal Quirinale per via della Dataria (dove tuttora c’è la sede dell’Ansa); all’andata invece passava per via del Lavatore, dove puntualmente ogni mattina Marco Pannella, che abitava da quelle parti, si metteva in mezzo alla strada gesticolando. L’auto di Pertini si fermava, il Presidente abbassava il finestrino e scambiava quattro chiacchiere con l’infervorato leader radicale. Pannella non sgarrava mai, anche perché sapeva che alle 7.45 la scorta saliva al quarto piano del palazzo Castellani e aspettava che il Capo dello Stato, puntualissimo, scendesse i pochi gradini dalla porta di casa al pianerottolo dove i militari lo aspettavano. Carla aveva chiesto anche questo: che la scorta non superasse mai quel pianerottolo che segnava il confine della loro intimità domestica. Poco più sopra, nella piccola cucina, la coppia aveva per tempo consumato il caffè che si erano preparati con una delle prime macchine elettriche che vanno oggi per la maggiore e che si può vedere ancora sul tavolino della cucina.

Pertini Spadolini e qualche pipa (foto di Cesare Protettì e Ramona Calvino)

Gli addetti alla sicurezza capirono ben presto che Carla Voltolina sarebbe stata una cliente difficile. Lei odiava il ruolo della First Lady e chiedeva solo di continuare la sua vita di sempre, compreso il lavoro di psicoterapeuta negli ospedali. Usciva di casa, prendeva la metropolitana e arrivava a destinazione. All’inizio non notò che otto uomini della scorta, con fare indifferente, scendevano e salivano con lei sulla stessa carrozza della metro e poi la seguivano ovunque. Poi sicuramente se ne accorse, ma fece finta di niente. Ancora peggio andò con la prima visita ufficiale di Pertini all’estero: destinazione Cina. Non la Cina di oggi, ma quella dell’inizio degli anni Ottanta. Una visita programmata nei minimi dettagli dagli uomini della sicurezza e da un cerimoniale che Carla Voltolina violò subito, appena scesa dalla scaletta dell’aereo, andandosene in giro da sola per Pechino con lo zainetto in spalla. Fu il primo e l’ultimo viaggio all’estero con il marito presidente.

Fin qui il racconto del prof. Inglese. Ma non è difficile trovare in rete il seguito, o meglio l’antefatto, di questa narrazione. Il Foglio, per esempio, ha ospitato un resoconto piuttosto vivace, firmato Adriano Sofri, che faceva parte del gruppo dei giornalisti al seguito. “Fin dallo sbarco a Pechino, Pertini fece un’intemerata al corrispondente del “Corriere”, Piero Ostellino che aveva pubblicato sul settimanale del Pli, “l’Opinione”, un reportage preventivo irriguardoso. Ostellino aveva scritto che Pertini «si portava appresso una moglie bizzosa e indisposta ai rapporti diplomatici, decisa ad andare in giro da sola e a svegliarsi all’ora che preferiva». Un articolo che fece infuriare Pertini: «Mia moglie non si tocca!». Conducendoci in giro per la piccola casa il prof. Inglese ci fa osservare gli oggetti della quotidianità del Presidente: il contenitore in pelle delle bocce e quello delle carte da gioco. Amava giocare a Scopone scientifico e Ramino, sopratutto. Anche con gli sportivi che venivano a trovarlo. La foto della partita a carte con Zoff e Bearzot, sull’aereo di ritorno dalla vittoriosa trasferta in Spagna al Mundial del 1982 non dice tutto. Zoff e Mennea furono altre volte suoi compagni di gioco nella casa di piazza Fontana di Trevi. «Ma Zoff non sa giocare» confidò una volta a un suo collaboratore. Tra i frequentatori della sua casa anche Alberto Sordi, oltre a politici come Spadolini, Berlinguer e Craxi: nelle cornici da tavolo le loro foto in bianco e nero.

La scrivania con gli occhiali di Pertini, il ritratto di Carla Voltolina e il libro del card. Schuster (foto di C. Protettì e R. Calvino)

Nella camera da letto, appeso dalla parte di Pertini, c’era un quadro, riconoscibilissimo, di Novella Parigini: «Glielo aveva regalato Fellini, insieme ad un altro», commenta il prof. Inglese. Sulla sedia vicino alla finestra un borsello di buona fattura: «un regalo della figlia di Nazareno Gabrielli». Sembra appena scartato dalla busta regalo: si vede che il destinatario non usava borselli. Sulla scrivania dello studio i suoi occhiali, la foto della moglie, giovanissima (aveva 25 anni meno di lui), e, vicino alla cartellina color carta da zucchero della Rassegna stampa, una pubblicazione oggi praticamente introvabile: un saggio del cardinale Ildefonso Shuster, arcivescovo di Milano, intitolato Gli ultimi tempi di un regime.  Il libro del cardinale Schuster porta con sè il ricordo di un altro evento sul quale si è ricamato in cronache non molto accurate e anche un po’ fantasiose. Sulle scale dell’arcivescovado di Milano Mussolini e Pertini il 25 aprile del 1945 furono protagonisti in un fuggevole incontro. La vulgata dice che Pertini non riconobbe un Mussolini «molto emaciato, pallido, irriconoscibile, non era più il baldanzoso delle fotografie»; ma non risponde alla verità – secondo il prof. Inglese – la frase a lui attribuita: “Se lo avessi riconosciuto lo avrei abbattuto a colpi di rivoltella”. 

Di certo Mussolini scendeva le scale, Pertini le saliva, un poco in ritardo rispetto agli altri membri del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (Clnai): salita e discesa come metafora dei loro destini. Di lì a poco Mussolini sarebbe stato giustiziato a Dongo, a conclusione della sua fuga disperata verso la Svizzera. Pertini, negli anni seguenti, sarebbe stato eletto prima presidente della Camera e poi, nel 1978, Capo dello Stato, il più amato dagli italiani. Ancora oggi c’è chi lascia nell’atrio del palazzo Castellani, in segno di affetto, un garofano rosso. — (2. fine; la prima parte è stata pubblicata domenica 21 settembre 2025)

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Giornalista e saggista, è stato fino al gennaio 2016 il direttore delle testate del Master di Giornalismo dell’Università Lumsa di Roma, dopo essere stato per molti anni docente ai corsi per la preparazione all’esame di Stato organizzati dall’Ordine dei giornalisti a Fiuggi. E’ stato Caporedattore centrale dell’agenzia di stampa ApBiscom (ora Askanews) dopo una lunga carriera all’Ansa nel Servizio Diplomatico, al Politico e agli Interni. Autore di una decina di saggi e manuali, con Stefano Polli ha scritto E’ l’agenzia bellezza! (seconda edizione nel 2021), ha curato “Pezzi di Storia” (2021) ed è coautore del libro di Giovanni Giovannini Il Quaderno Nero, Settembre 1943-aprile 1945 (2004, Scheiwiller).

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