Se c’è un gruppo di piante che ha mostrato di saper leggere il mondo — resistere al gelo, rinnovarsi ogni anno, nutrire popoli interi — sono proprio loro: Verza e cappuccio. Non solo hanno attraversato la storia agricola, ma custodiscono ancora oggi un patrimonio di biodiversità fatto di forme, colori, sapori e memorie che rischierebbero di perdersi senza la cura di chi continua a coltivarli. Il loro valore nutrizionale è un piccolo regalo dell’inverno: acqua, vitamina C, sali minerali, fibra e quella famiglia di composti solforati – i glucosinolati – che, una volta spezzati con la masticazione o la cottura, danno vita ai profumi intensi e alle molecole dal potenziale benefico. Le cotture brevi, il vapore e la padella conservano il meglio del loro carattere; le bolliture prolungate, si sa, portano via profumi, nutrienti e aromi (anche se per qualcuno non sempre piacevoli)


◆ Il racconto di STEFANIA DE PASCALE

Tra i tanti volti della grande famiglia delle Brassicaceae, ce ne sono due che più di altri hanno plasmato racconti e tradizioni dell’orto e della cucina: la verza e il cavolo cappuccio. Entrambi appartengono alla specie Brassica oleracea, ma si distinguono come due caratteri diversi della stessa “testa” vegetale; non sono semplici varianti, bensì il risultato di una lunga selezione che ha permesso, nei secoli, ai cavoli europei di sopravvivere alle gelate, ai venti taglienti e alle stagioni di penuria di risorse.

Sebbene il loro antenato selvatico fosse una pianta robusta delle scogliere mediterranee, fu soprattutto nel centro e nel nord Europa che verza e cappuccio presero la forma che conosciamo. Qui, dove gli inverni non concedevano tregua, gli agricoltori impararono a selezionare le piante capaci di “chiudersi”, proteggendo l’apice vegetativo in uno scrigno fatto di fitte foglie. La verza rimase la più antica e rustica tra queste forme, con foglie spesse e bollose, capaci di affrontare il gelo come pochi altri ortaggi. Il cappuccio invece seguì una linea evolutiva più disciplinata: foglie lisce, strette, compatte, una sfera vegetale quasi perfetta per la conservazione e per il trasporto.

La loro architettura vegetale è lo specchio del modo in cui crescono. Il fusto è cortissimo, quasi invisibile, gli internodi ridotti al minimo; le foglie si avvolgono una sull’altra fino a creare una testa che può essere tonda, conica o leggermente appiattita secondo la varietà. Alcune varietà italiane conservano ancora questa ricchezza di forme: la Verza di Milano, ampia e generosa, dalla bolla profonda e dal verde intenso; la Verza di Verona, più piccola e serrata, amata per la compattezza; le verze piemontesi, come quella di Asti o di San Martino, nate per resistere al gelo e perfette per le cotture lente dell’inverno. Al Sud sopravvive la Verza di Napoli, più tenera e precoce, che racconta un’altra stagione e un altro clima.

Anche i cappucci hanno una loro geografia: il Cappuccio di Moncalieri, chiaro e dolce, è una presenza affezionata degli orti piemontesi; quello di Lusia, in Veneto, accompagna da decenni i mercati invernali con la sua croccantezza. E poi ci sono i rossi, fiore all’occhiello delle pianure settentrionali: il Rosso di Verona, compatto e violaceo come una gemma vegetale, e il Rosso di Chioggia, più tenero e sfumato, adatto a insalate e marinature perfetto per insalate e per quelle marinature leggere in cui il cavolo, affettato sottile e immerso in aceto e spezie, si ammorbidisce senza perdere la sua croccantezza. In Alto Adige sopravvive il cappuccio tardivo destinato ai crauti, mentre in Emilia si incontrano ancora antiche forme appiattite, come i cappucci tradizionali di Cavolaia. Sono testimonianze vive della biodiversità agricola italiana, spesso custodite da piccoli agricoltori e da reti locali che continuano a salvarle dall’oblio.

Rustici sì, ma con esigenze precise: verza e cappuccio si sviluppano al meglio tra 15 e 20 °C e non amano il caldo eccessivo, che può disturbare la formazione della testa o indurli a “scappare in fiore”, compromettendo compattezza e qualità. Amano invece il fresco e sanno resistere molto bene al gelo: le verze, dopo la prima gelata, si “addolciscono”, e i cappucci ben formati possono sopportare anche temperature fino a –-12 °C. Il terreno ideale è profondo, di medio impasto, ben drenato e con un pH leggermente sub-acido. Non tollerano i ristagni, perché l’acqua in eccesso soffoca le radici e danneggia la struttura delle teste. L’irrigazione deve essere regolare soprattutto nella fase di ingrossamento, quando le foglie si stringono per formare una testa compatta: senza un apporto costante d’acqua la pianta si indebolisce, le foglie restano rade e la testa non si chiude come dovrebbe. I fabbisogni irrigui aumentano nei trapianti estivi, quando l’evapotraspirazione è più intensa.

Anche la nutrizione minerale ha il suo peso. Azoto, fosforo e potassio devono essere ben bilanciati: un eccesso di azoto rende le foglie molli e può favorire l’accumulo di nitrati, mentre il potassio contribuisce alla resistenza al freddo e alla compattezza delle teste. Le brassicacee richiedono inoltre quantità relativamente elevate di zolfo, fondamentale per la sintesi dei loro composti solforati caratteristici. Sebbene siano piante biennali, negli orti vengono coltivate come annuali: la fioritura, indotta dal freddo, è da evitare perché apre la testa e ne compromette la qualità. Le varietà precoci maturano in circa due mesi, quelle medie in tre, e le tardive possono rimanere in campo fino a gennaio o febbraio. Questa ampia gamma di cicli permette agli orticoltori italiani di organizzare produzioni scalari e di avere cavoli disponibili per gran parte della stagione, dalle estati fresche del Nord agli inverni più miti del Sud.

In cucina, verza e cappuccio rivelano ancora una volta il loro doppio carattere. Il cappuccio, con la sua croccantezza, è l’ideale da mangiare crudo, affettato sottile nelle insalate invernali, oggi molto diffuso nei mix della IV gamma, o trasformato in crauti attraverso la fermentazione lattica. La verza, con le sue foglie morbide e strutturate, ama le cotture lente: si presta alle zuppe robuste, agli involtini, ai brasati che profumano la casa. È un’alleata infallibile nelle cucine del Nord, dove ha trovato posto accanto alla polenta, dentro la jota triestina, come mantello profumato degli involtini lombardi.

Il loro valore nutrizionale è un piccolo regalo dell’inverno: acqua, vitamina C, sali minerali, fibra e quella famiglia di composti solforati – i glucosinolati – che, una volta spezzati con la masticazione o la cottura, danno vita ai profumi intensi e alle molecole dal potenziale benefico. Le cotture brevi, il vapore e la padella conservano il meglio del loro carattere; le bolliture prolungate, si sa, portano via profumi, nutrienti e aromi (anche se per qualcuno non sempre piacevoli).

Curioso che proprio a questi ortaggi così intelligenti, adattabili e generosi sia legata un’espressione poco lusinghiera come “non capisci un cavolo”. Eppure, se c’è un gruppo di piante che ha mostrato di saper leggere il mondo — resistere al gelo, rinnovarsi ogni anno, nutrire popoli interi — sono proprio loro. Verza e cappuccio non solo hanno attraversato la storia agricola, ma custodiscono ancora oggi un patrimonio di biodiversità fatto di forme, colori, sapori e memorie che rischierebbero di perdersi senza la cura di chi continua a coltivarli. Due teste piene, davvero: piene di storia, di resilienza, di variazioni infinite. Due modi diversi di essere cavolo, e due modi diversi di raccontare l’inverno. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi senza pubblicità. Aiutaci a restare liberi

Dona ora su Pay Pal

IBAN

Professore ordinario di Orticoltura e Floricoltura dell’Università Federico II di Napoli dove dirige il “Laboratory of Crop Research for Space”, componente del CTS dell’ASI e autrice del libro "Piantare patate su Marte: il lungo viaggio dell’agricoltura" (Aboca, Ed.).

Exit mobile version