Nel nostro Paese l’integratore non è più “un supporto”: è diventato un’abitudine nazionale, un laboratorio di consumo, dove il confine tra nutrizione e farmaco si è fatto ambiguo. Da noi l’integratore viene percepito come una sorta di assicurazione sanitaria privata, garantita dai claim patinati sulle confezioni e dalla pubblicità aggressiva e ingannevole. Una realtà che fotografa un mercato che ha smesso di vendere “prodotti” e ha iniziato a vendere “sicurezza psicologica”, creando dipendenza culturale. Gli integratori servono in casi mirati: carenze documentate, fragilità, gravidanza, anziani, condizioni cliniche valutate dal medico. Difatti, com’è noto, gli integratori non vengono né testati né autorizzati dalle autorità sanitarie prima di essere venduti. E occhio ai “miracoli” del marketing: il mercato degli integratori cresce più delle prove scientifiche. Ma se la scienza frena e il mercato accelera significa che la bussola non è più la prevenzione primaria ma il profitto
◆ L’analisi di VITO AMENDOLARA, presidente Osservatorio nazionale Dieta Mediterranea
► L’Italia è diventata la capitale europea degli integratori alimentari. Non per virtù, ma per dipendenza culturale, un primato che non rappresenta una tendenza salutistica ma un mercato che ha trasformato il benessere in un prodotto da banco, con la promessa implicita di una prevenzione facile e rapida. Tra I canali di vendita le farmacie svettano con il 78% seguite dalla grande distribuzione con il 7,7% e con 6,9% dall’acquisto on line. I numeri sono eloquenti: nel 2025 il comparto italiano ha raggiunto 5 miliardi di euro di fatturato, (fonte: Integratori&Salute), collocando l’Italia al primo posto in Europa con una quota del 26% del mercato europeo, davanti a Germania (19%) e Francia (15%). Non si tratta quindi di un segmento marginale, ma di un’industria consolidata che muove capitali enormi e orienta le scelte quotidiane dei cittadini.
Vale la pena sottolineare, a tal proposito, quanto dichiarato dalla U.S. Preventive Services Task Force (Uspstf, nota 3), organismo indipendente di riferimento internazionale in ambito preventivo, che ha pubblicato raccomandazioni chiare: per la popolazione in generale, le evidenze scientifiche non sono sufficienti per sostenere che i multivitaminici portino benefici clinicamente rilevanti nella prevenzione delle principali patologie croniche. In più, per alcune supplementazioni specifiche, l’indicazione è apertamente contraria quando usate come prevenzione generalizzata. Tradotto in linguaggio economico: il mercato degli integratori cresce molto più delle prove scientifiche che non hanno ancora validato l’efficacia terapeutica, e in molti casi neanche la loro sicurezza a lungo termine.
Ironia della sorte questo accade proprio nel Paese che possiede la più potente strategia nutrizionale naturale riconosciutaci dall’Unesco: la Dieta Mediterranea, patrimonio culturale e modello alimentare diffuso in tutto il mondo come il più sostenibile, certificato dalla Fao e dall’Oms. Non è una “dieta” nel senso moderno del termine, ma un regime alimentare completo: frutta, verdura, legumi, cereali integrali, olio extravergine d’oliva, pesce, stagionalità, sobrietà e convivialità. Un modello che funziona perché lavora sulla matrice alimentare: fibre, polifenoli, micronutrienti e grassi buoni agiscono insieme, non isolati. E la prova non è ideologica, è clinica. Il trial Predimed, nota 4, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha mostrato che l’adozione di una dieta mediterranea arricchita con olio extravergine d’oliva o frutta secca è associata a una riduzione degli eventi cardiovascolari maggiori in soggetti ad alto rischio rispetto al gruppo di controllo. In altre parole: mentre la capsula promette, la Dieta Mediterranea dimostra nei fatti la sua efficacia.
