A Cino Del Duca non difettavano il coraggio e la determinazione: aveva partecipato alla prima guerra mondiale come uno dei ‘ragazzi del ’99’ e fu insignito di una Croce al merito di guerra. A causa della sua militanza socialista scontò il confino ad Agropoli nel 1921 e un licenziamento nel 1923. Partecipò alla Resistenza in Francia e in Italia. Il suo esercito di autori creativi e brillanti li arruolò con l’annuncio della sua piccolissima casa editrice aperta a Milano: “Si offre la pubblicazione a Giovani Abilissimi Scrittori”. Fondò il “Monello” e “L’Intrepido” con cui fece concorrenza al governativo “Corrierino”, filiazione del “Corriere della Sera”, al cattolico “Giornalino”, al fastiscissimo “Giornalino dei Balilla”, mentre arrivava il cattolicissimo “Vittorioso”. Allargò l’attività editoriale a Parigi con giornalini per ragazzi, romanzi d’amore e d’avventura a dispense. Significativo il suo contributo anche in campo cinematografico. «C’è un po’ di amarezza in famiglia – ci ha detto la nipote Lulù Benvenga – perché in Italia è stato completamente dimenticato, mentre in Francia è stato annoverato tra i grandi mecenati della cultura ed è ancora ricordato come esempio di imprenditore illuminato e generoso con i suoi dipendenti»
◆ Il racconto di CESARE A. PROTETTÌ
► Si avvicina il fine-settimana delle Giornate Europee del Patrimonio che in Francia si celebrano il 19 e il 20 settembre. Le principali città coinvolte saranno Parigi, Lione, Bordeaux e Nizza, ma in tutto il paese saranno aperti al pubblico, in genere gratuitamente, migliaia di monumenti storici, musei, chiese ed edifici governativi. Sono molti i media che ne scrivono (tra i più dettagliati: www.sortiraparis.com). L’apertura straordinaria del Palace Pereire ci ha offerto l’occasione per scrivere qui di Cino Del Duca e della Fondazione intitolata a lui e a sua moglie Simone e soprattutto delle attività editoriali del papà di Grand Hotel, dell’Intrepido e del Monello che ancora oggi risvegliano ricordi ed emozioni in chi ha vissuto quei tempi.
«Certo che io e mia sorella Mara – ha reagito Lulù Benvenga, nipote di Cino Del Duca, che ha vissuto in Francia dal 1952 al 1968 – lo leggevamo L‘Intrepido! Ce lo mandavano dall’Italia, insieme a Hurrah! e al Monello: adoravo quel meraviglioso personaggio di Cuoricino che faceva solo buone azioni…». Nei ricordi della sorella Mara – affidati al docufilm Una passione, due nazioni – anche quello del portiere del suo albergo parigino che avverte Del Duca che la Gestapo è nel suo appartamento. Così Cino riesce a fuggire in tempo: «I francesi lo hanno sempre aiutato perchè era un antifascista». In questo caso sembra che i tedeschi non abbiano gradito la copertina di Hurrah! (o Tarzan?) con la scritta “cercate il quinto mostro“ e una figurina di Hitler.
A Cino Del Duca non difettavano certo il coraggio e la determinazione: aveva partecipato alla prima guerra mondiale come uno dei ‘ragazzi del ’99’ e fu insignito di una Croce al merito di guerra. Tornato in Italia fu assunto nelle Ferrovie, ma a causa della sua militanza socialista scontò il confino ad Agropoli nel 1921 e un licenziamento – perchè sovversivo – nel 1923. Durante la seconda guerra mondiale entrò a far parte della Resistenza francese (nella rete Alliance) col nome di battaglia di Robert; fu anche animatore di una nuova Legione garibaldina e dell’Associazione combattenti volontari italiani dell’esercito francese. Dopo l’8 settembre si unì alla Resistenza italiana. Nella scheda segnaletica della polizia fascista c’era scritto, tra l’altro, espressione sorridente, segno della sua sicurezza. Divenne miliardario, ma rimase sempre con il cuore a sinistra.
Nel ’29, l’anno della Grande Depressione in America, Cino Del Duca aveva aperto a Milano una piccolissima casa editrice, la Moderna, che poi cambiò nome diventando l’Editrice Universo, specializzata in romanzi popolari a dispense. Aveva pochi soldi per pagare giornalisti e scrittori di fama e così li reclutò con questo annuncio: “Si offre la pubblicazione a Giovani Abilissimi Scrittori”. La prima a rispondere all’appello fu una donna, Luciana Peverelli, con la quale Del Duca avviò una lunga e produttiva collaborazione. A lei si deve il primo successo editoriale della Moderna: il romanzo Cuore garibaldino, pubblicato nel 1930 a fascicoli periodici. Grazie anche alle ottime vendite del romanzo, Cino Del Duca acquistò la sua prima tipografia.
Nel 1933 la Moderna entrò nel settore dei periodici con due riviste per ragazzi: prima Il Monello (diretto da Peverelli) e poi L’Intrepido. Le due testate si inserivano – ricorda Paola Severini Melograni – in un contesto editoriale nel quale c’erano il governativo Corrierino, filiazione del Corriere della Sera, il cattolico Giornalino, il fastiscissimo Giornalino dei Balilla, mentre stava per arrivare, nel 1937, il cattolicissimo Vittorioso. Intanto, ottenuta nel 1932 la doppia cittadinanza, Del Duca aveva avviato un’attività editoriale parallela anche in Francia, semplicemente riproponendo le formule di successo già sperimentate in patria: giornalini per ragazzi, romanzi d’amore e d’avventura a dispense. Con la sua casa editrice parigina, Les éditions mondiales, divenne nel giro di un decennio uno dei maggiori editori nel settore dei romanzi rosa e della stampa d’evasione. Del Duca continuò a fare la spola tra Italia e Francia fino al 1938 quando, anche a causa delle leggi razziali, l’azienda milanese fallì.
Dopo la guerra il Nostro ricominciò tutto daccapo, puntando molto sui giornalini per ragazzi, sia in Italia che in Francia. Qui i suoi assegni circolari si chiamavano Mireille, Intrépide, Hurrah! In Italia Intrepido, Albi dell’Intrepido, Il Monello. Avevano migliaia di giovani lettori. Italo Pietra ha scritto che Del Duca è stato il mago della stampa popolare, il magnate europeo del sentimento. I numeri lo confermavano: tutte le sue testate della stampa rosa e d’evasione facevano registrare vendite formidabili, come ricorda lo storico Claudio Siniscalchi: Nous deux due milioni di copie, Intimitè un milione Bolero, Madrigal e Intrepid 400mila ciascuna, Histoire 200mila. Nel 1956 Del Duca diventa editore anche del Giorno, affiancandosi al principale finanziatore della testata, il presidente dell’Eni, Enrico Mattei, che l’aveva fondata soprattuto per difendersi dagli attacchi della stampa confindustriale e dei suoi molti avversari. Ma l’intesa con Mattei durò poco.
Dal 1953 aveva anche cominciato a interessarsi di cinema, finanziando, tra il 1954 e il 1962, poco meno di una ventina di film di alcuni registi di valore, alcuni d’oltralpe – come Claude Autant-Lara, Jacques Becker, Marcel Carné – e alcuni italiani di cui produsse film di successo come Il vedovo di Dino Risi, Il Bell’Antonio di Mauro Bolognini e L’Avventura di Michelangelo Antonioni. Già nel 1954 era arrivato il suo primo grande successo cinematrografico, Grisbì, di Jacques Becker, con la soubrette Delia Scala. Dopo altri film francesi, Del Duca entra nel mondo delle coproduzioni alternando film autoriali con commedie. Quando Fellini declinò l’invito a realizzare Accattone di Pier Paolo Pasolini, fu lui, insieme a Alfredo Bini, a renderne possibile la realizzazione. «Erano tempi in cui – afferma il critico cinematografico Stefano Della Casa – un produttore poteva rischiare di fare un film tutto interpretato dal sottoproletariato del quartiere popolare romano del Pigneto. Non era un caso isolato nel cinema di quegli anni che è stato il miglior cinema italiano di sempre».
Cino, che era nato nel luglio del 1899 a Montedinove, in provincia di Ascoli Piceno, morì a Milano nel maggio del 1967, ma volle essere sepolto a Parigi, nel cimitero di Père-Lachaise, ultimo indirizzo terreno di importanti figure del mondo della cultura europea, come Frédéric Chopin, Gioacchino Rossini, Oscar Wilde, Moliere, La Fontaine, Baudelaire, Maria Callas e Edith Piaf. Su di lui esiste una sola biografia, quella scritta da Isabelle Antonutti, con prefazione di Jean-Yves Mollier. Ma «Cino Del Duca – ha scritto Giuliano Compagno – lascerà ai posteri non soltanto beni e segni di enorme solidarietà, ma anche il racconto di una vita quasi impossibile da credere». «C’è un po di amarezza, tra noi della famiglia – ci ha detto la nipote Lulù Benvenga congedandoci al termine dell’incontro nella sua casa di Grottammare – proprio per il fatto che in Italia è stato completamente dimenticato, mentre in Francia è stato annoverato tra i grandi mecenati della cultura ed è ancora ricordato come esempio di imprenditore illuminato e generoso con i suoi dipendenti. Li trattava come figli, con visite mediche annuali, una mensa degna di un buon ristorante e generose strenne natalizie».
Come recita la voce fuori campo del biopic Una passione, due nazioni – «muore miliardario, nasce poverissimo. La sua tomba è in terra di Francia. La sua culla sul suolo italiano. Da ragazzo cerca un mestiere. Da uomo ogni mestiere è in cerca di lui. È vissuto in alberghi sontuosi e in una cella freddissima, su tante Rolls Royce e in una trincea piena di topi, lottando in piazza e vincendo al casinò, forte nel successo e nella fatica. La sua vita … un romanzo. E lui ne fu l’editore». — (2. fine; la prima parte è stata pubblicata domenica 6 settembre 2026)
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