Oggi abbiamo già superato alcune soglie limite di usura e di distruzione di equilibri e meccanismi essenziali perché l’intero Sistema Terra sia vivibile, resiliente e ricco di diversità biologica. Se soltanto il 4% degli animali della Terra è ancora selvaggio, questo significa che il capitale biologico delle specie disponibili è ormai compromesso. La concentrazione di Co2 in atmosfera, se anche smettessimo domani di immetterne altra, continuerebbe a far danni all’ecosistema terrestre. Le foreste temperate del Nord America, sono aggredite da specie di coleotteri invasivi favoriti dagli inverni più miti e dalle estati più calde: è quanto accade al pino dalla corteccia bianca, un tempo comune nel nord ovest, oggi spazzato via al 90%. La domanda cruciale è quanto rimane al suolo, per poter ricominciare e rinascere. Se interi ecosistemi sono defaunizzati, non ci sarà più la diversità genetica perché funzionino, in relazioni mutualistiche stabilitesi in decina di migliaia di anni. Se ne potrà uscire con la clonazione delle specie estinte? La risposta di Elisabetta Corrà, nella quarta conversazione con Fabio Balocco, è netta: «c’è un solo modo: uscire dal capitalismo. La frattura di civiltà che stiamo vivendo corrisponde ad un esaurimento della nostra idea di uomo»
Albero secolare in una foresta canadese; sotto il titolo, credit immagine K. P. D. Madhuka, Unsplash
◆ L’intervista di FABIO BALOCCO con ELISABETTA CORRÀ, giornalista e scrittrice ambientale
► L’uomo impatta molto sulla natura, come stiamo vedendo, ma è anche vero che essa ha la capacità di autorigenerarsi. Lo sottolineano molti studiosi. Cosa pensi tu al riguardo?
«Bisogna chiarirsi su che cosa si intende per rigenerazione. Ogni sistema naturale si è evoluto (nelle relazioni e interdipendenze tra animali, piante, clima) per continuare a rispondere alle sollecitazioni ambientali, e per modificarsi sul tempo lungo. Ma oggi noi abbiamo superato alcune soglie limite di usura e di distruzione di equilibri e meccanismi basali, ossia essenziali perché l’intero Sistema Terra sia vivibile, resiliente e ricco di diversità biologica. Se soltanto il 4% degli animali della Terra è ancora selvaggio, questo significa che il capitale biologico delle specie disponibili è ormai compromesso. E non abbiamo dati solidi per capire che cosa succederà ad una Terra sovrappopolata di umani, con gli animali confinati nei parchi nazionali. Perché siamo dentro un esperimento su noi stessi che avviene adesso, qui, ora. Ci sono questioni aperte, gravissime, da portare nel dibattito».
— Ad esempio?
Foliage di una foresta canadese
«La fitness riproduttiva: alcune specie, ridotte di numero, confinate in habitat ristretti, non si riproducono più con lo stesso successo di 2 secoli fa. Se anche smettessimo di pompare Co2 in atmosfera oggi stesso le 425 ppm che sono già su continuerebbero a fare il loro lavoro per secoli, quindi la compromissione della circolazione monsonica in Africa occidentale, o i feedback positivi sull’Amazzonia, che sta diventando una savana, ormai, dovrebbero comunque essere considerati avviati e in certi casi irreversibili. Prendiamo le foreste temperate del Nord America, aggredite da specie di coleotteri invasivi favoriti dagli inverni più miti e dalle estati più calde: è quanto accade al pino dalla corteccia bianca, un tempo comune nel nord ovest, oggi spazzato via al 90%. I megaincendi coinvolgono ormai anche la taiga della Siberia e le foreste dell’Alaska.In un solo secolo, il ventesimo, il Canada ha tagliato le sue foreste di pecci di Sitka, cedri rossi, abeti di Douglas, alberi che possono raggiungere le dimensioni delle sequoie. Erano foreste vecchie di mezzo millennio, molti di quegli alberi avevano 800 anni».
— Considerati, scrive lo scrittore canadese John Vaillant, “Roba marcia del passato”.
Una zanzara inclusa nell’ambra. Da fossili simili si pensava, negli anni Ottanta del XX secolo, di poter ricavare Dna per clonare specie estinte da decine o centinaia di milioni di anni, come nella saga di fantascienza Jurassic Park. Oggi sappiamo che il Dna non sopravvive nell’ambra. (Wikimedia Commons)
«Era quel che sostenevano le imprese del legname; “cose” da tagliare per far posto a “qualcosa di nuovo”. Un ragionamento analogo a quello dei politici, degli scienziati e dei militari che, negli Stati Uniti, tra il 1830 e il 1890, consideravano i Nativi, in quanto selvaggi, condannati all’estinzione per “obsolescenza razziale”. Consideriamo che soltanto ora la governance internazionale sul clima e sulla biodiversità ha riconosciuto che questi due ambiti sono interconnessi e che non si può parlare di mitigazione del cambiamento climatico senza parlare di estinzione delle specie. Nel New England i boschi stanno ricrescendo, tornano volpi e cervi, forse un giorno il puma, ma sono processi su scala secolare che hanno, conficcato nel proprio interno, il cambiamento climatico planetario».
— Parliamo di una ricchezza che si è persa per causa nostra e che non potrà più tornare
«L’Indonesia che ha affidato, per così dire, le proprie foreste pluviali alle multinazionali della palma da olio, se anche smettesse di deforestare oggi, non avrebbe più la popolazione di oranghi di solo mezzo secolo fa. In Africa, le rotte di migrazione degli elefanti sono ormai completamente interrotte. La biosfera risponde, cambia, si assesta. Ma la domanda cruciale è quanto rimane al suolo, per poter ricominciare e rinascere. Se interi ecosistemi sono defaunizzati, non ci sarà più la diversità genetica perché funzionino, in relazioni mutualistiche stabilitesi in decina di migliaia di anni, le interdipendenze tra animali, alberi, geologia dei suoli. Queste cose le sa anche il business, perché c’è un business dell’estinzione e della catastrofe. La biologia sintetica ha capito che senza un coraggio da “regime socialista globale” la biodiversità diventerà presto un sogno del passato e quindi ha deciso di intraprendere una strada pullulante di incognite».
— Intendi gli esperimenti di clonazione?
“Lyuba”, una cucciola di mammut di 42.000 anni fa, preservata grazie al permafrost nel nord della Siberia. Grazie a campioni come questi è stato possibile ottenere il genoma del mammut, condizione essenziale per la sua possibile de-estinzione.(Wikimedia Commons)
«Sì, Clonazione, Crispr (acronimo di Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats), creazione di ibridi, usando il dna di specie diverse, per provare a generare in laboratorio specie con geni di specie estinte, allo scopo di avere “sostituti funzionali” delle specie ormai spazzate via o ridotte a poche decine di esemplari. I sostenitori di questa strada ribadiscono che l’obiettivo è recuperare gli ecosistemi, mettendoci dentro le specie chiave, ingegnerizzate, simili a quelle di un tempo. Potremmo, però, essere anche di fronte ad una gigantesca sostituzione della natura evolutasi lungo 4.5 miliardi di anni con un progetto “naturale” unicamente umano, che risponde al nostro bisogno di avere una natura, ma di averla a modo nostro».
— E intanto la specie umana aumenta.
«Esatto. Occorre riflettere sul peso della nostra demografia, un tabù di proporzioni politiche ancora oggi intoccabili. In conclusione, per tornare alla tua domanda, certo, il Sistema Terra può tornare in asse, le foreste possono ricrescere, ma noi avremo nel prossimo secolo un mondo che, se ci va benissimo, sarà a +1.5 °C e, se ci andrà malissimo, sarà come minimo a + 3°C. Il Pianeta è ormai entrato in una trasformazione cosmica totale, che darà in eredità al futuro ecosistemi molto diversi da quelli celebrati dai documentari di Sir David Attenborough. Abbiamo bisogno di dare spazio alla natura, alle specie. E per farlo c’è un solo modo: uscire dal capitalismo. Ossia, avviare una nuova civiltà umana che pensi prima di tutto a sé stessa in un modo radicalmente nuovo. La frattura di civiltà che stiamo vivendo corrisponde ad un esaurimento della nostra idea di uomo. È una oscurità, una interruzione di qualcosa di simile ad un flusso di energia vitale, che fatichiamo a riconoscere nella distruzione della natura, mentre ci viene più facile e istintivo riconoscerne l’avanzare, ad esempio, nelle guerre spietate cui assistiamo da qualche anno, soprattutto in Medioriente». — (4. continua)
Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020), "Un'Italia che scompare. Perché Ormea è un caso singolare" (Edizioni Il Babi, 2022). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.
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