La forza della testimonianza di Grassi ucciso il 29 agosto 1991 sta nella sua radicalità morale. Interpellato sul perché rifiutasse di pagare come “fanno tutti”, rispose con parole che restano il manifesto più limpido dell’antiracket: pagare sarebbe stato «una rinuncia alla mia dignità di imprenditore». Il pizzo non è soltanto un costo economico, è un atto di sudditanza che trasforma il rapporto tra Stato, mercato e cittadino in un rapporto di sudditanza criminale. Palermo non è più la città delle stragi e del controllo militare aperto di Cosa Nostra. La violenza è meno visibile, ma cresce la capacità dell’organizzazione di penetrare nell’economia legale, condizionare i mercati e trasformare capitali illeciti in nuove forme di potere. Il pizzo non è più solo un prelievo, ma può diventare una porta d’ingresso nel circuito economico, attraverso capitali forniti ad attività in difficoltà, partecipazioni occulte e acquisizioni commerciali. “Addiopizzo” ha segnalato, nel 2024, flussi finanziari capaci di modificare rapidamente la struttura commerciale del centro storico, con una forte concentrazione sulla ristorazione, un settore particolarmente esposto all’infiltrazione mafiosa. E la battaglia di Grassi resta, drammaticamente, ancora da vincere
◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI
► Il 29 agosto ricorre il trentacinquesimo anniversario dell’assassinio di Libero Grassi, l’imprenditore palermitano ucciso da Cosa Nostra per essersi rifiutato di pagare il pizzo. Come ogni anno, i familiari rinnovano la protesta affiggendo nel luogo del delitto lo stesso manifesto scritto a caldo da Pina Maisano e dai suoi compagni di lotta: «Libero Grassi, imprenditore e uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall’omertà dell’associazione degli industriali, dall’indifferenza dei partiti e dall’assenza dello Stato». Trentacinque anni non hanno reso quella frase un reperto d’archivio: restano parole di un’attualità che inquieta, perché descrivono un meccanismo di potere che si è trasformato ma non è scomparso.
Un delitto che è anche un fatto sociale
Leggere l’omicidio Grassi solo come cronaca nera significa perdere la sua dimensione più importante, quella sociale. Grassi non fu ucciso soltanto per aver negato cinquanta milioni di lire, ma perché aveva rotto un equilibrio consolidato: quello per cui il racket, più che una fonte di reddito, è uno strumento di governo del territorio. Lo capiva bene Giovanni Falcone, che nei suoi scritti e nelle sue deposizioni insisteva sulla natura organica, non patologica, del fenomeno mafioso: la mafia, ammoniva il magistrato, «non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano», ma un sistema che si radica in un fitto tessuto di connivenze, dal piccolo favore alla grande complicità istituzionale. È esattamente questa la lezione che il caso Grassi mette a nudo: l’estorsione non è un reato isolato, ma un dispositivo di controllo sociale ed economico che ha bisogno, per funzionare, di una rete diffusa di silenzi. Su questo punto il movimento dell’antimafia ha costruito una delle sue categorie più solide, quella di “borghesia mafiosa” elaborata da Umberto Santino, fondatore del Centro di documentazione Giuseppe Impastato di Palermo. Santino sostiene da decenni che la mafia non regge senza un ceto di professionisti, imprenditori, amministratori e politici che ne garantiscono la sponda legale: come scrive lo studioso, senza un sistema di rapporti radicato nella società e nei suoi gangli produttivi la mafia sarebbe soltanto una forma di criminalità marginale. È precisamente il muro contro cui si scontrò Libero Grassi: non un’organizzazione criminale isolata, ma un blocco sociale composito in cui l’associazione degli industriali, invece di fare quadrato attorno a lui, scelse l’indifferenza e, in alcuni casi, l’ostilità aperta.
Dal controllo del territorio all’impresa mafiosa
Il salto compiuto da Cosa Nostra tra gli anni Settanta e Novanta è stato descritto da Pino Arlacchi nella sua analisi della “mafia imprenditrice”: un’organizzazione che abbandona progressivamente i tratti del mediatore agrario legato a un codice arcaico per trasformarsi in un soggetto economico aggressivo, capace di scoraggiare la concorrenza, drenare liquidità dal sistema creditizio e riversare capitali illegali nell’economia legale. In questa cornice il pizzo smette di essere un semplice tributo estorto al singolo commerciante e diventa, come intuiva lo stesso Grassi, lo strumento con cui la mafia esercita una vera e propria “barriera doganale” sul territorio, filtrando chi può fare impresa e a quali condizioni. Non stupisce che Grassi, opponendosi, si sia sentito solo: la sua rivolta minacciava non un singolo clan, ma un intero equilibrio di potere economico-territoriale che coinvolgeva anche settori dell’imprenditoria legale. La forza della testimonianza di Grassi sta nella sua radicalità morale, prima ancora che politica. Interpellato sul perché rifiutasse di pagare come “fanno tutti”, rispose con parole che restano il manifesto più limpido dell’antiracket: pagare sarebbe stato «una rinuncia alla mia dignità di imprenditore». In quella frase c’è la cifra di un’intera visione: il pizzo non è soltanto un costo economico, è un atto di sudditanza che trasforma il rapporto tra Stato, mercato e cittadino in un rapporto di sudditanza criminale. Rifiutarlo significava, per Grassi, riconquistare un pezzo di sovranità individuale e collettiva su un territorio che la mafia pretendeva di amministrare come proprio.
Il territorio come posta in gioco
La mafia che cambia pelle
Palermo non è più la città delle stragi e del controllo militare aperto di Cosa Nostra. La violenza è meno visibile, ma cresce la capacità dell’organizzazione di penetrare nell’economia legale, condizionare i mercati e trasformare capitali illeciti in nuove forme di potere. Il pizzo resta uno strumento centrale di affermazione del controllo economico e simbolico: un’indagine del 2025 ha documentato richieste estorsive accompagnate da minacce e violenza fisica, e nell’agosto dello stesso anno i Carabinieri hanno arrestato due persone per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, con richieste fino a 15.000 euro in un’unica soluzione. Il dato più inquietante è però l’evoluzione del rapporto tra mafia ed economia: il pizzo non è più solo un prelievo, ma può diventare una porta d’ingresso nel circuito economico, attraverso capitali forniti ad attività in difficoltà, partecipazioni occulte e acquisizioni commerciali.
Un vuoto di governo del territorio
Il problema non è la ristorazione in sé, ma un patrimonio urbano trasformato in macchina commerciale senza un adeguato governo degli usi, condizione che, unita a rapida rotazione delle attività, capitali opachi e controlli deboli, crea terreno favorevole all’infiltrazione mafiosa. La mafia prospera dove il mercato è opaco e le istituzioni arrivano tardi: il pizzo diventa così un dispositivo di regolazione privata dell’economia, capace di stabilire chi lavora, chi apre un’attività e da chi si acquista. Palermo non ha bisogno solo di più controlli di polizia, ma di un vero governo del territorio, che integri urbanistica, commercio, turismo, politiche abitative e contrasto alle infiltrazioni. Alcuni interventi, come l’applicazione della legislazione vigente per limitare nuove aperture, restano però provvedimenti episodici, privi di indicatori per misurarne l’efficacia. Ciò che è in gioco non è una questione estetica ma la tenuta degli equilibri abitativi, economici e sociali costruiti nel tempo: il rischio è che la città consumi proprio il patrimonio, la residenza e la memoria dei luoghi che dovrebbe proteggere.
