La baronessa Von der Leyen ha fatto anticamera per consentire al sovrano di finire la partita a golf col figlio nel suo resort. Una umiliazione senza precedenti per chi rappresenta 448 milioni di cittadini europei. In tutta la sua vita non si è mai misurata con il voto dei cittadini e non ha mai ricoperto una carica elettiva, facendo carriera solo dentro il suo partito, il Ppe. È priva di autonomia e visione politica propria: una mera esecutrice, brava come manager e nell’accentrare il potere e i centri decisionali della Commissione su di sé. I mandanti politici di questo brutto accordo sono soprattutto i governi della Germania e dell’Italia, i due principali paesi esportatori verso gli Stati Uniti che, per ragioni non solo economiche ed industriali, vogliono a tutti i costi ammansire l’estorsore ed evitare una guerra commerciale. Su dazi, energia e investimenti, la subordinazione è lampante ma poggia su piedi d’argilla: gli acquisti di gas e petrolio vengono fatti dalle compagnie energetiche e non dalla Commissione. Chi le convince a triplicare gli acquisti a prezzi fuori mercato? Gli accordi commerciali con i paesi terzi devono essere approvati a maggioranza qualificata dal Consiglio Ue e votati dal Parlamento Europeo. Le forze progressiste si daranno una svegliata?
◆ L’analisi di NICOLA DALL’OLIO
► Il principio della capitolazione è il luogo scelto per annunciare l’accordo: un resort per il golf di proprietà di Trump in Scozia. La Von der Leyen invece di ricevere Trump in una sede istituzionale è corsa alla corte privata del re. E dai resoconti dei giornalisti presenti, pare abbia anche fatto parecchia anticamera: Trump doveva finire la partita di golf con suo figlio. Una umiliazione senza precedenti per chi rappresenta 448 milioni di cittadini europei. Questo segno di subordinazione clamoroso è il riflesso della mancanza di peso, statura e sensibilità politica della presidente della Commissione. D’altronde la Von der Leyen è una che in tutta la sua vita non si è mai misurata con il voto dei cittadini e non ha mai ricoperto una carica elettiva, facendo carriera solo dentro il suo partito. Un politico vero, con un po’ di schiena dritta e con la consapevolezza dei cittadini che rappresenta, non si sarebbe mai prestato ad un simile atto di sottomissione. Quanto meno a livello di immagine esterna.
1. Le parole
Quello che Von der Leyen ha detto è che l’accordo commerciale creava certezza in tempi incerti e garantiva stabilità e prevedibilità per gli investitori di entrambe le parti, celebrando con i numeri la dimensione delle due economie, come se prima non vi fossero accordi commerciali e non fossero ben più favorevoli per le aziende e per i consumatori di quello attuale. Ha poi detto che questo era il secondo blocco costitutivo (building block) che riaffermava e rafforzava il partenariato transatlantico, facendo esplicito riferimento all’altra capitolazione sul 5% per le spese militari già concessa dall’altro cortigiano Rutte per conto degli stati europei della Nato. Si è spinta perfino a dire che l’accordo riequilibrava le relazioni commerciali tra Usa e Ue, avvallando quindi la narrativa di Trump, quando è notorio che, se si considerano i servizi e non solo i beni, gli scambi grosso modo si compensano. Ora è del tutto evidente che le parole della Von der Leyen su certezza e stabilità lasciano il tempo che trovano. Il creatore dell’incertezza è proprio Trump e l’accordo annunciato non garantisce in alcun modo che il presidente americano possa di nuovo rovesciare il tavolo e alzare la posta nel momento in cui venissero toccati altri interessi americani o venisse semplicemente offeso il suo narcisismo. Al contrario, la capitolazione apre la strada a nuove estorsioni. La debolezza con i bulli e i prepotenti non paga mai.
2. L’accordo
La prima cosa da sottolineare è che nessuno ha ancora visto l’accordo scritto e che, per alcune delle misure annunciate, la Commissione Europea si è già affrettata a dire che non sono giuridicamente vincolanti (come se a Trump importasse qualcosa del giuridicamente vincolante o delle regole del commercio internazionale). Si deve quindi stare a quanto uscito dall’incontro e raccolto dai vari media specializzati nei corridoi della Commissione Europea.
Dazi: ci vuole molta faccia tosta da parte della Von der Leyen per presentare come un successo dei dazi unilaterali al 15% su gran parte dei prodotti europei, se si tiene conto che gli scambi commerciali in essere erano praticamente esenti per entrambe le parti (media inferiore all’1,5%) e che, fino a qualche settimana fa, la Commissione lavorava per un dazio reciproco del 10%, come quello ottenuto dal Regno Unito. Alcuni prodotti come quelli dell’aeronautica, farmaci, semiconduttori, materie prime critiche dovrebbero essere esentati. Per altri, come l’agroalimentare che interessa particolarmente l’Italia, si è in attesa di veder la lista dei prodotti non sensibili che potrebbero rientrare nell’esenzione. Tra questi non ci sarà il vino. Su acciaio e alluminio rimarranno invece i dazi al 50% imposti da Trump a tutti i paesi
Energia: la Commissione Europea si sarebbe impegnata ad importare gas naturale liquido, petrolio e combustibile nucleare per un importo di 750 miliardi di dollari in tre anni, a prezzi non definiti, triplicando in pratica le attuali importazioni dagli Usa. Secondo Von der Leyen questo aiuterebbe la Ue ad affrancarsi dalle importazioni di gas e petrolio russo, che però sono già ai minimi: nel 2024 sono ammontate a 23 miliardi di euro, dieci volte meno di quanto si vuole importare dagli Usa. C’è poi un problema attuativo: gli acquisti di gas e petrolio vengono fatti dalle compagnie energetiche e non dalla Commissione. Chi le convince a triplicare gli acquisti a prezzi fuori mercato?
Investimenti: è stato annunciato che le aziende europee investiranno ulteriori 600 miliardi di euro negli Stati Uniti. Questo porterebbe crescita di impieghi e trasferimento di ricchezza sul suolo americano a detrimento dell’occupazione e degli enormi investimenti necessari in Europa per mantenere impieghi e competitività. Un fabbisogno che Draghi, nel suo rapporto, ha stimato in 800 miliardi di euro all’anno. Parrebbe una pessima notizia per la Ue, ma anche in questo caso saranno le aziende a decidere se farlo. La Commissione non ha nessuno strumento per attuare questa misura
3. I mandanti
La Von der Leyen, si è visto, non ha alcuna autonomia e visione politica propria. È una mera esecutrice, brava come manager e nell’accentrare il potere e i centri decisionali della Commissione su di sé. I mandanti politici di questo brutto accordo sono soprattutto i governi della Germania e dell’Italia, i due principali paesi esportatori verso gli Stati Uniti che, per ragioni non solo economiche ed industriali, vogliono a tutti i costi ammansire l’estorsore ed evitare una guerra commerciale.
La Germania del governo Merz tratta ormai la Commissione Europea come un’agenzia a servizio degli interessi tedeschi, in particolare dell’industria automobilistica e manifatturiera in crisi di competitività rispetto alla Cina che ha saputo scommettere e vincere nella partita della green economy (e qui bisognerebbe aprire una lunga parentesi sul green deal nato come politica industriale proprio per contrastare questa concorrenza, arrivato troppo tardi e senza adeguate risorse e poi affossato sull’onda politica della destra fossile). Anche il Parlamento Europeo è nelle mani del Ppe a guida tedesca, con il suo presidente Manfred Weber che gioca di sponda con i gruppi politici sovranisti e di estrema destra. Poi c’è l’Italia con la Meloni che più che essere il ponte e il canale privilegiato con Trump (si è visto quale influenza ha) è soprattutto il ponte per costruire la prossima maggioranza al Parlamento Europeo tra Ppe e la destra, sul modello dello stesso governo italiano, con in testa un disegno di una Ue non più federale, ma intergovernativa a completo servizio degli Stati.
4. Chi perde e chi vince
L’unico vincitore di questa partita pare essere il narcisismo e l’ego ipertrofico di Trump. Mentre a perdere sono un po’ tutti, alcuni più di altri. I conti si potranno fare meglio quando saranno noti e definiti i termini dell’accordo, ma a pagare saranno soprattutto le aziende europee e i consumatori di entrambe le sponde dell’Atlantico, compresi gli elettori Maga. A perdere è sicuramente l’Unione Europea in quanto tale come soggetto politico coeso e autonomo in grado di fare valere sul piano internazionale la propria forza economica e i propri principi. Il Canada, ben più piccolo della Ue, non si è piegato alle minacce e ai ricatti dell’estorsore e non ha avuto paura di applicare contromisure commerciali. Più di tutti, perde la presidente della Commissione Europea Von der Leyen che dimostra tutta la sua inadeguatezza politica a rappresentare 450 milioni di cittadini europei.
5. Cosa succede ora?
In linea generale, in base ai trattati, gli accordi commerciali con i paesi terzi negoziati dalla Commissione Europea su mandato e per conto degli Stati membri devono essere approvati a maggioranza qualificata dal Consiglio Ue e votati anche dal Parlamento Europeo. Non è però ancora chiaro a quale base giuridica la Commissione farà riferimento per questo accordo e quindi quale procedura di adozione sarà seguita. Il modus operandi della Von der Leyen 2 è di accentrare tutto, da brava esecutrice degli Stati e in particolare del suo, riducendo al minimo il confronto e i passaggi in Parlamento. Per ora siamo nel limbo delle dichiarazioni. C’è da augurarsi che le forze progressiste del Parlamento Europeo, su questo come sulla pessima proposta di bilancio pluriennale 2028-2034 presentata dalla stessa Von der Leyen, abbiano un sussulto d’orgoglio e facciano sentire la loro voce votando contro. © RIPRODUZIONE RISERVATA
