Il verdetto della Cassazione a Sezioni Unite emesso a fine luglio avrà un forte impatto su tutte le cause climatiche in corso o future in Italia, rafforzando la protezione dei diritti umani legati alla crisi climatica, già riconosciuti dalla Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu). Eni, Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. (Cdp) e ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) − azionisti principali del colosso Oil&Gas − dovranno rispondere in Tribunale dei danni subiti e futuri derivanti dai cambiamenti climatici dai dodici cittadini italiani e dalle due associazioni ambientaliste che hanno avviato l’azione giudiziaria. Nel maggio 2023 era stata avviata la prima causa civile di climate change litigation nel nostro Paese e gli azionisti di Eni, se condannati dai Tribunali italiani, dovranno ora rispondere, in sede patrimoniale e non, dei danni derivanti dai gas climalteranti che il colosso italiano del gas e del petrolio ha immesso in atmosfera negli ultimi decenni, pur essendo pienamente consapevole degli effetti negativi sin dagli anni Settanta del secolo scorso. Nelle settimane e nei mesi prossimi, la parola passa al giudice ordinario che dovrà pronunciarsi sull’azione intrapresa dalla “Giusta Causa”, com’è stata definita l’azione contro Eni e i suoi due principali azionisti
L’importantissimo verdetto avrà infatti impatto su tutte le cause climatiche in corso o future in Italia, rafforzando la protezione dei diritti umani legati alla crisi climatica, già riconosciuti dalla Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu). Non solo potrà essere decisa nel merito la causa contro Eni, Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. (Cdp) e ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), avviata da Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini davanti al Tribunale di Roma perché sia imposto alla società di rispettare l’Accordo di Parigi, ma la decisione indica la strada per tutte le future azioni giudiziarie nel nostro Paese. Questa pronuncia si inserisce nel quadro delle più importanti decisioni giudiziarie europee ed internazionali di climate change litigation.
Nel maggio 2023, Greenpeace Italia, ReCommon e i 12 cittadine e cittadini italiani avevano presentato una causa civile nei confronti di Eni, Cdp e Mef – questi ultimi due enti in qualità di azionisti che esercitano un’influenza dominante su Eni – per i danni subiti e futuri, in sede patrimoniale e non, derivanti dai cambiamenti climatici a cui il colosso italiano del gas e del petrolio ha significativamente contribuito con la sua condotta negli ultimi decenni, pur essendone pienamente consapevole sin dagli anni Settanta del secolo scorso. Alla chiamata in causa, Eni, Cdp e Mef avevano eccepito «il difetto assoluto di giurisdizione del giudice ordinario adito», ritenendo che nel nostro Paese una causa climatica non fosse procedibile. Greenpeace Italia, ReCommon e le cittadine e cittadini che hanno promosso la “Giusta Causa” hanno dunque fatto ricorso per regolamento di giurisdizione alla Suprema Corte, a cui hanno chiesto un pronunciamento in via definitiva. Il verdetto delle Sezioni Unite della Cassazione, pubblicato nel pomeriggio del 22 luglio scorso, ha infine dato ragione a cittadine, cittadini e organizzazioni.
Inoltre le Sezioni Unite chiariscono che i giudici italiani sono competenti anche in relazione alle emissioni climalteranti emesse dalle società di Eni presenti in Stati esteri, sia perché i danni sono stati provocati in Italia, sia perché le decisioni strategiche sono state assunte dalla società capogruppo che ha sede in Italia. A questo punto il giudice a cui è stato assegnato il contenzioso climatico lanciato nel 2023 da Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini italiani dovrà entrare nel merito dei danni che Eni ha contribuito ad arrecare agli attori ricorrenti, ma non c’è più alcun dubbio sul diritto ad agire per la tutela dei loro diritti di fronte a un giudice italiano quando gli effetti del cambiamento climatico si verifichino in Italia e quando le decisioni che hanno contribuito al cambiamento climatico siano state prese in Italia.
