All’inizio degli anni Ottanta del Novecento, dopo un lungo percorso nella sinistra, Alex Langer abbracciò l’ecologismo politico per radicarlo «dove non è giunta la lobotomia industrialista e modernizzatrice». Il suo confronto critico non si è però mai spezzato pur elaborando un pensiero autonomo rispetto alla storia politica e ideologica della sinistra, storica e nuova. A trent’anni dalla sua scomparsa, scrive oggi Marco Boato, «sarebbe una forzatura indebita pretendere di far parlare post-mortem Alexander Langer dell’attualità politica». Tuttavia, è indubbio che la Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) ha consentito ai Verdi di rientrare nel parlamento italiano ed europeo. «Non si è trattato, e non si tratta, della nascita di un nuovo ed unico soggetto politico, ma appunto di una alleanza tra due forze politiche diverse, comunque in dialogo tra di loro, in una logica non di identificazione, ma di “contaminazione” reciproca: sui temi sociali i Verdi, sulla questione ecologica la Sinistra italiana»


◆ L’intervento di MARCO BOATO

La copertina del n. 77 della rivista Alfabeta pubblicata a ottobre 1985

Nel 1985, all’epoca dei Verdi in fase di iniziale formazione e non ancora entrati in Parlamento (vi entrarono la prima volta nel 1987), Alexander Langer promosse nella sua Bolzano un Convegno internazionale intitolato: Quanto sono verdi i conservatori e quanto sono conservatori i verdi. In quella occasione promosse un confronto e fece interagire tra di loro ambientalisti ed ecologisti di diversa estrazione politica e culturale, anche nella dimensione europea. L’iniziativa suscitò interesse da una parte, ma anche polemiche “ideologiche” dall’altra. Qualche mese dopo, Langer scrisse un lungo articolo, con lo stesso titolo del Convegno bolzanino, sulla rivista Alfabeta dell’ottobre 1985, nel quale si legge questa riflessione conclusiva:

«Ora mi pare che per il movimento verde possa aprirsi uno spazio di coinvolgimento e di affermazione popolare laddove i ‘rossi’ non sono riusciti a fare breccia. Se i verdi sapranno rinunciare alla tentazione intellettualistica di presentarsi come rinnovatori del mondo in nome di progetti e princìpi astratti, e riusciranno invece a collegarsi a quanto di vivo e di positivo si può ricavare dall’esperienza non ancora cancellata dei rapporti tra uomo e natura, e tra uomini, nella cultura popolare, il discorso verde potrebbe smascherare contemporaneamente la falsità del ‘conservatorismo’ della destra e del ‘progressismo’ della sinistra, prospettando una via d’uscita davvero liberata dalla consunta polarizzazione ereditaria tra destra e sinistra. Un motivo in più per chiedere che i verdi non si presentino come semplice appendice o riedizione della sinistra, ma facciano il possibile per sviluppare piena autonomia e per recuperare un saldo rapporto con elementi della tradizione e della ‘conservazione’».

E infine aveva aggiunto:

«Il discorso verde non può parlare solo di futuro e non di passato, di utopia e non di esperienza, di visione e non di buon senso… In questa luce credo che il vero banco di prova dei movimenti verdi si trovi non nelle metropoli e nei ceti post-industriali, ma nelle regioni e negli strati sociali che non hanno ancora subìto per intero la lobotomia industrialista e modernizzatrice. Un banco di prova assai difficile, ma inevitabile, se si vuole arrivare in profondità».

Assemblea all’università Statale di Milano a metà degli anni Ottanta

Queste riflessioni di Langer risalgono a metà degli anni ’80 del secolo scorso, e già nel dicembre 1984, tenendo a Firenze la relazione introduttiva al primo Convegno nazionale delle Liste verdi aveva affermato, tra l’altro, che «i verdi non sono né di destra né di sinistra, ma avanti»: una espressione molto semplificata, e spesso poi da altri abusata, ma per la verità mai più da lui ripresa in questi termini nei discorsi e negli scritti degli anni successivi a questa fase “aurorale” dei verdi di allora. 

Non c’è dubbio, tuttavia, che la prima parte della vita di Langer sia stata caratterizzata da molti impegni precedenti, politici e militanti, che senza forzature si possono collocare nell’ambito di una storia “di sinistra”, tanto più che lui è stato anche un esponente del movimento extra-parlamentare “Lotta continua”. La riprova si trova, ad esempio, in un suo testo datato 4 marzo 1990 (quindi dopo quasi dieci anni di ecologismo politico nei Verdi), nel quale lui stesso pone, in tedesco, alcune domande (Fragen), delle quali l’ultima è rivolta proprio a sé stesso in questi termini espliciti:

«Tu che ormai fai il ‘militante’ da oltre 25 anni e che hai attraversato le esperienze del pacifismo, della sinistra cristiana, del ’68 (già ‘da grande’), dell’estremismo degli anni ’70, del sindacato, della solidarietà con il Cile e con l’America Latina, col Portogallo, con la Palestina, della nuova sinistra, del localismo, del terzomondismo e dell’ecologia – da dove prendi le energie per ‘fare’ ancora?».

Alex Langer a Bolzano alla fine degli anni Sessanta

Quindi, com’è ovvio, nella storia personale di Langer c’è stato un lungo percorso anche “di sinistra”, che poi, nell’ultimo quindicennio della sua pur breve vita, lo ha portato ad abbracciare l’ecologismo politico e ad elaborare un pensiero autonomo rispetto alla storia politica e ideologica della sinistra, storica e nuova, pur continuando ad essere aperto al confronto e al dialogo con tutti, anche ovviamente con la sinistra, sia pure in modo critico.

La testimonianza più significativa di questo confronto la si ebbe il 25 giugno 1994 (un anno prima della sua morte volontaria), quando Langer scrisse una lettera aperta al Pds, addirittura dichiarandosi disponibile ad assumerne la responsabilità nel pieno della crisi dei “Progressisti” dopo la recente sconfitta alle elezioni politiche. Ezio Mauro, allora direttore de La Stampa, aveva prospettato in un suo editoriale la necessità o la possibilità per il Pds della scelta di un “papa straniero”, come era avvenuto per la Chiesa cattolica con l’imprevista elezione – dopo molti secoli di papi italiani e dopo la crisi del post-concilio – del polacco Giovanni Paolo II. Ma, nel proporre questa autocandidatura alla guida del Pds (ovviamente non accolta…), Langer sviluppa anche alcune riflessioni critiche sia sul “progressismo” sia sulla sinistra, proponendo una possibile e diversa piattaforma politica e culturale per superare la profonda crisi, che si era manifestata con la vittoria di Berlusconi:

«Una riedizione della coalizione progressista o di altri consimili cartelli non riuscirà a convincere la maggioranza degli italiani a conferirle un incarico di governo. Ci vuole una formazione meno partitica, meno ideologica, meno verticistica e meno targata ‘di sinistra’. Ciò non significa che bisogna correre dietro ai valori ed alle finzioni della maggioranza berlusconiana, anzi. Occorre un forte progetto etico, politico e culturale, senza integralismi ed egemonie, con la costruzione di un programma e di una leadership, a partire dal territorio e dai cittadini impegnati, non dai salotti televisivi o dalle stanze dei partiti. Bisogna far intravvedere l’alternativa di una società più equa e sobria, compatibile con i limiti della biosfera e con la giustizia, anche tra i popoli».

Alleanza Progressisti per le elezioni del Parlamento nazionale 1994

E sulla base di questa premessa, Langer indica quelli che ritiene gli interlocutori privilegiati a cui rivolgersi:

«Da molte parti si trovano oggi riserve etiche da mobilitare, che non devono restare confinate nelle ‘chiese’, e tantomeno nelle sagrestie di schieramenti ed ideologie. Ma forse bisogna superare l’equivoco del ‘progressismo’: l’illusione del ‘progresso’ e dello ‘sviluppo’ alla fin fine viene assai meglio agitata da Berlusconi. Per aggregare uno schieramento nuovo e convincente bisognerà saper sciogliere e coagulare, unendo in modo saggio radicalità e moderazione»,

Questa generosa “provocazione” di Langer non venne raccolta da nessuno della sinistra, ma le sue motivazioni sono ancor oggi, forse ancor più di ieri, degne della massima attenzione e condivisione. Tuttavia è interessante che egli le abbia proprio rivolte al “Partito democratico della sinistra” di allora, il che fa capire che comunque non aveva nei confronti di quella sinistra – e dei suoi alleati – alcuna pregiudiziale ideologica, ma solo riserve critiche da superare addirittura con la sua auto-candidatura. Sempre in relazione al rapporto tra Verdi e sinistra (e non solo), nella concezione di Langer, è inoltre interessante rileggere la nota biografica finale (scritta da lui stesso in terza persona), stampata nell’unico suo libro (bilingue) pubblicato in vita (nel 1992), Vie di pace/Frieden Schliessen, nella quale si auto-presenta in questi termini:

«Nel movimento ecologista e pacifista Langer da tempo contribuisce allo sforzo di elaborare una prospettiva culturale e politica che consenta ai verdi di diventare portatori di una proposta globale; in quest’opera Langer partecipa ad un intenso dialogo di ricerca con la cultura della sinistra, dell’area radicale, dell’impegno cristiano e religioso, delle nuove spiritualità, di aree non-conformiste ed originali che oggi emergono a pieno campo, anche tra conservatori e a destra, e da movimenti non compresi nell’arco canonico della politica. Sostenitore del carattere trasversale ed innovativo del movimento verde».

Alex Langer e Marco Boato a giugno del 1983

D’altra parte, dopo essersi, per così dire, autodefinito con la massima apertura al dialogo “trasversale”, Langer indica poi (sempre in terza persona) i valori e gli obiettivi, che caratterizzano pienamente la sua personalità di ecologista:   

«Langer crede poco nell’ecologia dei filtri e dei valori-limite (senza trascurare, tuttavia, la battaglia per gli uni e per gli altri) e si considera impegnato in favore di una conversione ecologica della società: preferire l’auto-limitazione cosciente, la valorizzazione della dimensione locale e comunitaria, la convivialità, non inquinare e realizzare condizioni di giustizia, di pace, di integrità della biosfera, piuttosto che inseguire rimedi, aggiustamenti e disinquinamenti sempre più sofisticati ed artificiali per tentare di correggere condizioni di vita sempre più ingiuste, degradate, violente e povere di senso; l’ecologia ha bisogno non solo di provvedimenti e riforme, ma anche di una dimensione spirituale e di valori profondi».

Quindi Langer nel corso degli anni ha maturato la sua concezione autonoma dell’ecologia politica, ma al tempo stesso ha mantenuto aperto il dialogo e il confronto, “a tutto campo”, con la sinistra (da cui lui stesso proveniva nella sua giovinezza) e non solo, appunto in modo “trasversale”.

Roma, 26 luglio 2022. Eleonora Evi, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli presentano il simbolo comune Europa Verde e Sinistra Italiana

Sono passati trent’anni dalla sua scomparsa, e quindi sarebbe una forzatura indebita pretendere di far parlare post-mortem Alexander Langer dell’attualità politica. Tuttavia, se teniamo conto che dal 2008 i Verdi erano usciti dal Parlamento italiano e dal 2009 anche dal Parlamento europeo, è indubbio che la Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) ha consentito loro di rientrare in entrambi, rispettivamente nel 2022 e nel 2024. Non si è trattato, e non si tratta, della nascita di un nuovo ed unico soggetto politico, ma appunto di una alleanza tra due forze politiche diverse, che conservano la reciproca autonomia, aprendosi tuttavia ad una “contaminazione” reciproca: sui temi sociali i Verdi, sulla questione ecologica la Sinistra italiana.

È significativo che il Convegno del 6 giugno 2025 su Alexander Langer sia stato promosso proprio dal gruppo Avs del Senato, dopo uno su Berlinguer e a cui ne seguirà un altro in ottobre su Pietro Ingrao (che Langer stimava). Una prospettiva di confronto tra culture politiche diverse, comunque in dialogo tra di loro, in una logica non di identificazione, ma di “contaminazione” reciproca. In ogni caso, resta valido il monito critico di Langer rispetto al “progressismo” (termine purtroppo tuttora usato e abusato, ma in realtà contrastante con la concezione ecologista) e restano valide e attuali anche le sue riflessioni del 1994, rivolte al Pds ma non solo, riguardo al modo di costruire una «alternativa di una società più equa e sobria, compatibile con i limiti della biosfera e con la giustizia, anche tra i popoli». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Sociologo, giornalista, ricercatore universitario e più volte parlamentare, ha vissuto il ’68 soprattutto nella facoltà di Sociologia di Trento e nella dimensione nazionale. Esponente del movimento ecologista, che ha contribuito a fondare in Italia, è autore di saggi sul ’68 (“Il ’68 è morto: viva il ’68", Verona 1979), sulla questione cattolica (“Contro la chiesa di classe”, Padova 1969 e “Sinistra e questione cattolica”, Trento 1978), sulla giustizia, le riforme costituzionali e l’ecologia politica. Ha curato su Alexander Langer “Le parole del commiato” (Trento, 2005) e con Loris Capovilla “Umiltà e dialogo” (Padova, 2016). Con ELS La Scuola ha pubblicato nel 2015 "Alexander Langer, costruttore di ponti”.

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