L’eterno dibattito fra cultura e politica riparte dal presidente della Fondazione La Biennale di Venezia, nel fuoco delle polemiche più aspre e sotto la spada di Damocle di una Commissione Europea che sembra aver smarrito ogni bussola in grado di guardare oltre l’ostacolo del momento. Il saper pensare non è mai troppo amato dalla politica. E spesso, quando si sa pensare, in politica si resta soli. La Biennale di Buttafuoco sarà pure senza armi ma ha disarmato un po’ tutti, soprattutto il governo italiano che se l’è cavata dicendo che la Fondazione della Biennale è autonoma. La verità è un’altra. Buttafuoco è stato lasciato solo secondo un classico cliché della politica. Sia a destra che a sinistra, bisogna ammetterlo, facendo autocritica. L’intellettuale libero è sempre solo. Il costo della libertà è l’unico dato che sembra avere importanza. Ma i conti non tornano e le domande si moltiplicano
◆ Il commento di ANNALISA ADAMO AYMONE
► «La Biennale non è un tribunale». Così all’apertura della 61^ edizione intitolata “In Minor Keys”, curata da Koyo Kouoh, il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha aperto la conferenza di presentazione al Teatro Piccolo dell’Arsenale. La logorante polemica seguita all’apertura del padiglione russo e a quello israeliano, ha messo gli italiani – forse anche gli europei – di fronte ad alcune domande: È giusto che l’arte e gli artisti, le istituzioni culturali, non siano coinvolte dalle decisioni degli Stati in conflitto e che non si possa sanzionare attraverso esclusioni e chiusure da manifestazioni come la Biennale d’arte di Venezia? E perché è giusto? Una risposta l’ha data proprio Pietrangelo Buttafuoco, in corso di presentazione quando ha detto «Non intendiamo barattare 130 anni di storia che hanno sempre raccontato così il mondo. Questa è una Biennale che non vuole risolvere, ma mostrare, aprire alle domande. Qui l’unico veto è l’esclusione preventiva. Mi preoccupano la censura anticipata, le dichiarazioni che piovono da ogni dove costruendo un verdetto prima del confronto». “Non chiedo mica la luna” sembrava stesse per dire e invece gli esce un fluido “proviamo a guardare alla luna”.
Se per Buttafuoco la Biennale è un giardino di pace, l’incendio scoppiato intorno alle sue decisioni non si arrestano e fuori dai padiglioni ‘incriminati’ le proteste dei manifestanti continuano da giorni. «Alle istituzioni chiediamo dialogo, non carte che girano», ha anche detto il presidente della Fondazione, facendo così intendere che burocrazia asfittica e asfissiante ha tolto e nel futuro rischia di togliere sempre più aria al potere della parola, della libertà e del diritto di espressione. In definitiva sul punto non si può ragionare da burocrati. «La civiltà del diritto è cosa ben diversa dagli statuti etici dove la legge è uguale per tutti diventa per tutti quelli che la pensano come noi, per come vogliamo noi», ha sottolineato mettendo sul tavolo della discussione uno degli argomenti più importanti ma anche più difficili da capire specie nel mondo della politica. «A Venezia non abbracciamo le armi, prepariamo la pace» ha spiegato, mentre le foto dei fumogeni fucsia utilizzati dalle Pussy Riot e delle Femen durante le proteste all’apertura della Biennale a Venezia facevano il giro del mondo in una manciata di minuti. «Non alimentiamo polemiche, apriamo discussioni. Ci guidano il diritto, il rispetto, la pace e il dialogo, valori che valgono per tutte le nazioni» ha concluso mettendo insieme le parole del bene.
La guerra alle altre culture non si combatte con la guerra alle altre culture, sembra dirci Buttafuoco. Come dargli torto, non si può nemmeno minimamente pensare diversamente se si pensa. Ma il saper pensare non è mai troppo amato dalla politica. E spesso quando si sa pensare in politica si resta soli. Inoltre la Biennale di Buttafuoco sarà pure senza armi ma ha disarmato un po’ tutti, ma soprattutto il governo italiano, che non ha trovato di meglio da dire che la Fondazione della Biennale di Venezia è autonoma. La verità, invece, è un’altra. Buttafuoco è stato lasciato solo secondo un classico cliché della politica. Sia a destra che a sinistra, bisogna ammetterlo, facendo autocritica. L’intellettuale libero è sempre solo. Oggi che il ritiro del contributo della comunità europea pende come una spada di Damocle, il costo della libertà è l’unico dato che sembra veramente avere importanza. I conti non tornano. E le domande restano anzi si moltiplicano. Così come nelle intenzioni di Buttafuoco.
Le normali questioni sottese all’autonomia della cultura si sommano ad altre e più inquietanti questioni in tempo di guerra. L’invito ai soli esuli e dissidenti russi e israeliani come sarebbe stato interpretato? Come l’ennesimo atto di guerra? Abbassare il volume del risentimento, di fronte al corto circuito tra bene e male, non è mai stato popolare tra i populisti di destra e di sinistra. Diceva il filosofo francese Vladimir Jankélévitch che l’antidoto del male non è il bene, è l’amore. È un vero atto d’amore. Perché l’avversario del male è l’infaticabile impegno di amare. Se quello di Buttafuoco è un atto d’amore verso l’arte, la cultura, la bellezza ogni regime cade dal palcoscenico del nostro immaginario, diventando ‘Kairos’ per combattere il male di tutte le ingiustizie, le guerre, le sofferenze. Difficile da comprendere specie se non si hanno le necessarie conoscenze per uscire dal semplicistico due più due. Non è forse che sotto le braci di questo fuoco di polemiche, ciò che veramente si nasconde è l’incapacità di comprensione laddove non si è d’accordo? Laddove si è al cospetto dell’uomo libero, che dissente, che paga e pagherà il suo prezzo (perché vedremo in seguito anche gli sviluppi di questa storia)? Cosa avremmo fatto noi? Forse lo stesso? Non si sa.
