Complici forse i sussidiari del secolo scorso, un equivoco storico si trascina sino ai nostri giorni sull’episodio in cui l’Eroe dei Due Mondi pronunciò la sua celebre risposta agli ordini del Re. Essa non avvenne quando, in Campania, “consegnò” a Vittorio Emanuele II il nostro Mezzogiorno conquistato risalendo la Penisola dopo la spedizione dei Mille in Sicilia. Avvenne sei anni dopo, in Trentino, dopo la battaglia di Bezzecca nella Terza guerra d’Indipendenza contro gli austriaci, l’unica vinta dall’Italia: i 38mila uomini del Corpo dei Volontari Italiani erano guidati da Garibaldi. Pur avendo conquistato territorio prezioso ai fini della guerra, il Re gli chiedeva di restituirlo al nemico attraverso il generale Alfonso La Marmora a cui Garibaldi rispose il 9 agosto 1866 con questo telegramma, conservato nell’Archivio centrale dello Stato: «Ho ricevuto il dispaccio n. 1073. Obbedisco. G. Garibaldi». Cesare Protettì ricostruisce la storia di quel Corpo “piuttosto raccogliticcio” nel racconto che segue
◆ Il racconto di CESARE A. PROTETTÌ
► C’è un equivoco storico che io, come tanti altri, mi sono portato dietro per settanta anni o giù di lì: che il famoso “Obbedisco” di Garibaldi fosse stato pronunciato in occasione dell’incontro di Teano del 26 ottobre 1860, quando l’Eroe dei Due Mondi consegnò al re sabaudo tutto il meridione d’Italia appena conquistato con l’impresa dei Mille. Invece non è così. E sembra una sgrammaticatura accostare l’Obbedisco di quel mito della storia risorgimentale (oggi un po’ ammaccato) a quello della ministra dimissionaria Daniela Santanchè, detta la Pitonessa. Per me che sono erede di patrioti garibaldini ha addirittura qualcosa di blasfemo. Ma una puntualizzazione storica va fatta, anche perché nell’equivoco sono caduti giornalisti e scrittori che stimo e apprezzo, come Paolo Rumiz e che – come me e quelli della mia età – probabilmente è stato indotto nell’errore da qualche vecchio sussidiario. Erano tempi nei quali a scuola, almeno a Torino dove sono nato, ti facevano leggere il libro “Cuore” e migliaia di ragazzini si commuovevano, come me, alla lettura del racconto del tamburino sardo o della piccola vedetta lombarda.
Rumiz, nel suo ultimo libro “Bella e perduta. Canto dell’Italia garibaldina”, compone il ritratto di un eroe sconfitto che non può riconoscersi in un Italia che ha tradito le premesse del Risorgimento. L’introduzione è una immaginaria lettera infuocata di Garibaldi agli italiani di oggi, intitolata “Disubbidite”, nella quale fa riferimento proprio all’incontro di Teano. «Oh, come mi deridono i saccenti – scrive il Garibaldi immaginato da Rumiz – perché a Vittorio Emanuele dissi “obbidisco”, anziché “obbedisco”! Il mio italiano non è bello, ma perdio le mie parole escono dall’anima. La mia voce è fatta per arringare, non per distillare pensieri. Non avrei potuto altrimenti spingere alla pugna migliaia di uomini». Il Garibaldi immaginario ricorda «la vile fucilata d’Aspromonte infertami da coloro cui avevo offerto l’Italia», cioè i piemontesi. Ricordo doloroso, però archiviato quando guidò i suoi volontari a Bezzecca, in Trentino, nel 1866, nell’unica vittoria italiana nella Terza guerra d’indipendenza contro gli austriaci, che avevano bastonato i generali piemontesi a Custoza, sulla terra, e gli ammiragli nella battaglia di Lissa, sul mare. Il Corpo (piuttosto raccogliticcio) dei Volontari Italiani contava esattamente 38.041 uomini, 873 cavalli e 24 cannoni.
Con l’invasione del Trentino, culminata appunto nella battaglia di Bezzecca, le truppe agli ordini di Garibaldi erano riuscite a conquistare territorio prezioso ai fini della guerra. Con la pace gli italiani non ottennero i territori presi da Garibaldi, che si ritirò su richiesta del Re per dare seguito agli accordi che riconoscevano il Veneto all’Italia. «Ho ricevuto il dispaccio n. 1073. Obbedisco. G. Garibaldi»: questo è il testo completo del telegramma del 9 agosto 1866, in risposta al generale Alfonso La Marmora, che gli aveva intimato di fermare la sua avanzata. Il telegramma originale è conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato, e una copia è conservata anche presso il Palazzo del Quirinale. Oggi, a 160 anni da quell’evento, spuntano ancora fuori documenti e memorabilia di quell’ultimo atto delle campagne militari per l’Unità d’Italia.
Nel libro di Bassi e Vallotti leggo i nomi e le provenienze dei 3.600 feriti (tra volontari e soldati dell’esercito) curati nell’ospedale di Brescia dopo le battaglie della campagna trentina. Ci sono tanti giovani del centro-nord e alcuni del Sud come un certo Vincenzo Pirillo, ferito da arma da fuoco alla gamba sinistra (è annotato nel registro), nativo di Monteleone, la stessa città da cui partirono al richiamo di Garibaldi anche due dei fratelli Protettì, Antonio e Leoluca. Non figurano tra i feriti e sappiamo per certo che non furono neanche tra i morti perché uno, Leoluca, diede origine al ramo familiare da cui discende il sottoscritto e l’altro al ramo del cugino Lanfranco, che conserva ancora nella sua casa di Talamello, nel riminese, la spada del suo avo e tre medaglie di cui una d’argento, al Valor militare, guadagnata proprio nelle battaglie della terza guerra di indipendenza in Trentino.
Il libro di Bassi, Vallotti e Facchetti pubblica anche il dispaccio integrale di La Marmora a Garibaldi: «considerazioni politiche esigono imperiosamente la conclusione dell’armistizio, per il quale si chiede che tutte le nostre forze si ritirino dal Tirolo. D’ordine del Re, ella disporrà quindi in modo che entro le 4 antimeridiane di posdomani, 11 agosto, le truppe da lei dipendenti abbiano ripassate le frontiere del Tirolo». E la laconica notissima risposta di Garibaldi. «Obbedisco». L’amarezza del nizzardo era però evidente nel susseguente ordine del giorno per i suoi volontari: «Voi avete marciato al nemico non ancora organizzati, vestiti Dio sa come e peggio armati; eppure voi marciaste con l’entusiasmo ispiratovi dalla più santa delle cause, e col contegno di Veterani voi rispondeste all’aspettativa del Re e del Paese, respingendo gli Austriaci in dieci sanguinosi combattimenti». E ancora: «A migliaia giacciono ancora i vostri feriti e mutilati, eppure non un segno di sgomento ho veduto tra voi. Non una parola di sconforto. La non completa liberazione dei vostri fratelli schiavi fu il solo vostro rammarico. Dio vi benedica! L’Italia può andare superba di voi».
In tempi più recenti, nel secondo Novecento, Craxi e Spadolini si contendevano cimeli e memorabilia garibaldini. Ora la seconda carica dello Stato conserva il busto di Mussolini. Segno dei tempi. La conclusione la affido a Paolo Rumiz: «Quanto è utile servirsi del linguaggio garibaldino per colpire il vacuo blaterare e il brusio di indifferenza in cui ristagna oggi il mio paese!». © RIPRODUZIONE RISERVATA
