Gli affitti salgono, i negozi di prossimità chiudono, le scuole perdono iscritti. Il centro diventa un albergo diffuso, una vetrina per lo shopping e il consumo. Chi ci viveva da generazioni viene spinto verso le periferie o nei comuni limitrofi. La crisi abitativa pesa di più perché si somma all’erosione dei salari. In Italia le retribuzioni reali sono ferme da trent’anni e l’inflazione ne ha mangiato un’altra parte. Il lavoro c’è, ma è sempre più spesso povero: contratti a termine, part-time involontario, finte partite Iva, piattaforme che spezzano la giornata in micro-compiti pagati a cottimo. Da qui può nascere un nuovo progetto democratico. Redistribuire ricchezza e potere, sottrarre i beni essenziali alla logica della rendita, rafforzare il lavoro e la partecipazione, governare democraticamente la finanza, affrontare la crisi climatica con la cooperazione anziché con la competizione per le risorse. Lasciare che il mercato sia «l’unico arbitro del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale» porterebbe «alla demolizione della società». Abitando città-albergo governate da pochi o comunità vive, in pace, capaci di costruire futuro?


Protesta davanti a Montecitorio nel 2023 contro il caro-affitti; sotto il titolo, protesta delle chiavi in Spagna (credit Ap/Andrea Comas)

◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI

► Nella primavera del 2023 una studentessa del Politecnico di Milano piantò una tenda davanti al rettorato per denunciare il costo degli affitti. In poche settimane le tende si moltiplicarono a Roma, Bologna, Firenze, Padova e Cagliari, e il gesto divenne un repertorio: occupazioni, assemblee cittadine, cortei di inquilini, comitati di quartiere contro gli sfratti e la conversione degli alloggi in affitti brevi. Le richieste sono minime, quasi ovvie: una casa a un prezzo sostenibile e un’istruzione all’altezza del benessere che l’Occidente dice di garantire. Proprio per questo rivelano la profondità della frattura. Quando studiare in una città universitaria costa quanto un salario d’ingresso, il diritto allo studio diventa un privilegio di censo. Queste mobilitazioni sono l’altra faccia di una trasformazione urbana che da vent’anni ridisegna le città europee e che oggi si intreccia con il carovita, il lavoro povero, il riarmo e la crisi climatica. Siamo davanti a un nuovo ’68?

La città-albergo

Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Barcellona, Lisbona e Amsterdam seguono la stessa traiettoria. Un appartamento affittato a notte rende più di uno affittato a una famiglia, e così gli alloggi passano dal mercato residenziale a quello turistico. Gli affitti salgono, i negozi di prossimità chiudono, le scuole perdono iscritti. Il centro diventa un albergo diffuso, una vetrina per lo shopping e il consumo. Chi ci viveva da generazioni viene spinto verso le periferie o nei comuni limitrofi. Molti attivisti parlano di «deportazione»: la parola è forte, ma coglie un’espulsione imposta dai prezzi, non scelta. Gentrificazione e turistificazione, come le chiamano i sociologi urbani, producono lo stesso esito: la città smette di essere un luogo dove si vive e diventa un luogo che si visita. Le proteste contro l’overtourism, esplose nel 2024 a Barcellona, Palma e alle Canarie e coordinate nel 2025 in diverse città dell’Europa meridionale, sono la stessa lotta vista dall’altro lato. Già nel 1968 Henri Lefebvre avvertiva che il diritto alla città «non può essere concepito come un semplice diritto di visita», ma solo «come diritto alla vita urbana, trasformata, rinnovata». Quarant’anni dopo David Harvey ne traeva la conseguenza politica: «la libertà di fare e rifare le nostre città e noi stessi è uno dei più preziosi e più trascurati dei nostri diritti umani».

Salari fermi, vite precarie

La crisi abitativa pesa di più perché si somma all’erosione dei salari. In Italia le retribuzioni reali sono ferme da trent’anni e l’inflazione ne ha mangiato un’altra parte. Il lavoro c’è, ma è sempre più spesso povero: contratti a termine, part-time involontario, finte partite Iva, piattaforme che spezzano la giornata in micro-compiti pagati a cottimo. L’intelligenza artificiale aggiunge una nuova incertezza. Nelle mani di poche grandi imprese, la promessa di produttività rischia di tradursi in tagli di personale nei servizi, nella traduzione, nel giornalismo, nella programmazione e nell’amministrazione. Il problema non è la tecnologia, ma chi ne controlla i benefici: se i guadagni finiscono in dividendi anziché in salari o riduzione dell’orario, la disuguaglianza si allarga. Karl Polanyi lo aveva scritto nel 1944: lasciare che il mercato sia «l’unico arbitro del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale» porterebbe «alla demolizione della società». Casa, lavoro e natura non sono merci come le altre; trattarle come tali produce, prima o poi, un contromovimento della società che cerca di proteggersi.

Quando la ricchezza economica diventa potere politico

L’iperliberismo non riguarda solo affitti e buste paga: è un modello di potere. La ricchezza si concentra in pochi patrimoni legati alla finanza, alle piattaforme digitali, all’energia fossile e all’estrazione mineraria. A quei livelli il confine tra potere economico e politico diventa poroso: finanziamento dei partiti, influenza sui media, lobbying e proprietà delle piattaforme trasformano il vantaggio economico in capacità di orientare l’opinione pubblica e le decisioni collettive. Il monito attribuito al giudice statunitense Louis Brandeis suona attualissimo: «Possiamo avere la democrazia, oppure la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, ma non entrambe». In questo spazio va letto il rapporto, sempre più visibile, tra parte delle élite economiche e destra radicale. L’estrema destra non è un semplice prodotto delle oligarchie: nasce da insicurezza sociale, crisi della rappresentanza, paura del declino, nazionalismo, sfiducia nelle istituzioni. Ma diventa un interlocutore utile quando promette meno regole, sindacati più deboli e meno redistribuzione, e sposta il conflitto verso altri bersagli: migranti, minoranze, ambientalisti, movimenti sociali. Il conflitto verticale tra chi possiede e chi non possiede si trasforma così in conflitto orizzontale tra vittime della stessa precarietà. Il primo Novecento, pur senza sovrapposizioni meccaniche, offre una lezione. Fascismo e nazismo non furono semplicemente «creati» dal grande capitale, ma nacquero dentro crisi profonde e beneficiarono, in momenti decisivi, del sostegno o dell’acquiescenza di settori delle classi dirigenti economiche e agrarie, che vedevano nel movimento operaio e contadino una minaccia alla proprietà. La democrazia, insomma, può essere indebolita non solo da chi vuole abbatterla, ma anche da chi è disposto a sacrificarne le garanzie quando ostacolano i propri interessi.

Armi, risorse e clima

Lo stesso schema agisce sul piano internazionale. La competizione per terre rare, litio, rame e idrocarburi alimenta tensioni e conflitti, mentre gli accordi multilaterali vengono abbandonati e il diritto internazionale piegato o ignorato: nel 2025 gli Stati Uniti hanno avviato una nuova uscita dall’Accordo di Parigi. Secondo il Sipri, nel 2024 la spesa militare mondiale ha raggiunto circa 2.700 miliardi di dollari, con l’aumento più rapido dalla fine della Guerra fredda; nel 2025 la Nato ha fissato l’obiettivo del 5% del Pil entro il 2035. Ogni euro speso in armi è sottratto a case, scuole, sanità e transizione ecologica. Non lo diceva un pacifista, ma un generale divenuto presidente, Dwight Eisenhower, nel 1953: «Ogni fucile prodotto, ogni nave da guerra varata, ogni razzo lanciato significa, in ultima analisi, un furto a chi ha fame e non è sfamato, a chi ha freddo e non è vestito». Otto anni dopo avrebbe messo in guardia dal «complesso militare-industriale». La crisi climatica chiude il cerchio. Ondate di calore, alluvioni, siccità e perdita di biodiversità colpiscono di più chi abita periferie mal costruite e chi lavora all’aperto: pochi beneficiano dell’accumulazione, mentre i costi ricadono sulla collettività e sulle generazioni future. Come scriveva Massimo Scalia, «non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale».

Un nuovo ’68?

Il paragone è suggestivo, e in parte fondato. Anche il ’68 nacque nelle università, da rivendicazioni concrete come aule sovraffollate, baronie accademiche e alloggi, e si allargò alle fabbriche, alla critica della guerra del Vietnam, ai diritti civili. Fu forte perché seppe collegare la propria condizione a quella del mondo. Oggi i segnali di convergenza non mancano. I movimenti per la casa dialogano con quelli contro l’overtourism; gli scioperi per il clima si sono incrociati con le mobilitazioni per la pace e per Gaza. Negli Stati Uniti milioni di persone hanno manifestato contro la deriva autoritaria; dal Nepal al Marocco, dal Madagascar all’Indonesia, una generazione cresciuta sui social ha sfidato governi percepiti come corrotti e lontani. La consapevolezza che «si è giunti al limite» attraversa contesti molto diversi. Ma le differenze contano. Il ’68 si muoveva in un’economia in espansione, con sindacati forti e partiti di massa capaci di tradurre la protesta in riforme: lo Statuto dei lavoratori, la riforma sanitaria, la scala mobile, l’equo canone. I movimenti di oggi sono più frammentati e precari, spesso privi di interlocutori politici. Rischiano di esaurirsi in fiammate o di essere assorbiti dalla destra che promette protezione additando i migranti invece della rendita. Antonio Gramsci descrisse questa condizione nei Quaderni del carcere: «Il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». Se ne uscirà una nuova stagione di diritti o un ulteriore arretramento dipenderà dalla capacità di unire le lotte.

Parigi, 1 Ottobre 2026. (verde foto Epa/Firas Abdullah)
Ricchezza e democrazia: il limite raggiunto

Lo Stato democratico del secondo dopoguerra, pur tra disuguaglianze e contraddizioni, aveva trovato un equilibrio tra democrazia politica, welfare, contrattazione collettiva e regolazione dell’economia. La forza del movimento operaio e dei partiti di massa aveva trasformato l’uguaglianza formale davanti alla legge in una cittadinanza che contava anche nelle condizioni materiali. Quando la ricchezza torna a concentrarsi in misura estrema e il potere economico si sottrae al controllo democratico, quell’equilibrio si rompe. La democrazia sopravvive nella forma ma si svuota nella sostanza: si continua a votare, ma si incide sempre meno sulle decisioni economiche e geopolitiche che determinano la vita di tutti. Il rischio è una democrazia oligarchica. Da qui può nascere un nuovo progetto democratico: non la difesa nostalgica del welfare novecentesco, ma la sua rifondazione. Redistribuire ricchezza e potere, sottrarre i beni essenziali alla logica della rendita, rafforzare il lavoro e la partecipazione, governare democraticamente la finanza, affrontare la crisi climatica con la cooperazione anziché con la competizione per le risorse. Riprendersi la città, nel senso di Lefebvre, significa questo: decidere se vogliamo o possiamo abitare una città-albergo governata da pochi o una comunità viva, in pace, capace di costruire futuro.

La posta in gioco supera la contrapposizione tra destra e sinistra. Pace, giustizia sociale, democrazia e sostenibilità ambientale non sono capitoli separati, ma condizioni reciproche di una stessa alternativa di civiltà. Non è detto che questa domanda diventi una rivolta, né che vinca: i grandi cicli di protesta nascono quando il malcontento trova un linguaggio comune e un’organizzazione capace di durare. Le città, dove l’espulsione è più visibile e si concentrano studenti, precari e nuovi movimenti, ne sono il laboratorio naturale. E la tenda davanti all’università, il corteo per la casa, lo sciopero per il clima e la protesta contro il riarmo pongono la stessa domanda: chi decide, e nell’interesse di chi? Ce n’est qu’un debut continuons le combat!

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Già ordinario di Sociologia dell'Ambiente, ha insegnato all'Università di Palermo: Sociologia Urbana, Ecologia, Diritto dell’Ambiente, Sociologia delle Migrazioni. Nell'università Iulm di Milano: Politica del territorio e dell’ambiente, Ambiente e sviluppo sostenibile. Nel l'Università Kore di Enna è stato preside di facoltà e coordinatore di un dottorato di ricerca in ambiente e stili di vita. Coordinatore Nazionale di Movimento Ecologista. In ambito UNESCO ha redatto diversi dossier di candidatura e Piani di gestione è stato direttore della Fondazione Patrimonio UNESCO, ed è presidente del Comitato Nazionale per l’Educazione alla Sostenibilità - Agenda 2030. In Sicilia, fa parte del Comitato scientifico dell’Autorità di Bacino ed è stato presidente della Commissione Tecnica Specializzata per le valutazioni ambientali. È autore di oltre 200 pubblicazioni accademiche, è condirettore della rivista scientifica Culture della Sostenibilità e dirige la collana della FrancoAngeli: Benessere Ambiente e Salute.

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