Scomparsa a 97 anni, portò nelle strade l’arte chiusa, prima di lei, in luoghi elitari. Le sue memorabili performance democratizzarono così ciò che prima era riservato solo a pochi. Un gesto simbolico che nel tempo si è ripetuto più e più volte, mettendo l’arte in dialogo con l’ambiente circostante, attraverso le sue iconiche zucche a pois. Una lunga esplorazione della propria anima in un viaggio senza sosta nella sua psiche. La maniacalità incanalata nella sua arte si trasformerà in un linguaggio nuovo, universale e senza filtri, capace di restituire al mondo la ferita di un vissuto interiore sconfinato ai limiti della follia. I suoi dipinti hanno svelato l’anima più fragile e profonda di una donna destinata alla grandezza che la malattia mentale non è riuscita a uccidere con i suoi tormenti dolorosi e le sue estenuanti allucinazioni. Per 49 anni scelse di autoconfinarsi in una clinica di Tokyo. Da cui ne uscirà solo per assistere ai grandi eventi espositivi e per le celebrazioni ufficiali. E per andare a lavorare nel suo studio situato proprio di fronte alla clinica. Da fine ottobre a febbraio 2027, una mostra alle Ogr di Torino
◆ L’articolo di ANNALISA ADAMO AYMONE
► «I pois sono un cammino verso l’infinito» diceva Yaayoi Kusama, morta qualche settimana fa, all’età di 97 anni. L’artista avanguardista, nata a Matsumoto, che raggiunse l’attenzione internazionale nel 1960 quando fece uscire l’arte dai luoghi chiusi ed elitari, portandola nelle strade di New York. Le sue memorabili performance democratizzarono così ciò che prima era riservato solo a pochi. Un gesto simbolico che nel tempo si è ripetuto più e più volte, mettendo l’arte in dialogo con l’ambiente circostante. Negli anni le sue iconiche zucche a pois, immense e colorate, hanno trovato spazio nei più celebri musei e parchi di arte contemporanea. La più grande zucca mai realizzata, Pumpkin (2024), fu un monumentale bronzo di 6 metri istallato nel bel mezzo di Kensigton Gardens di Londra. Ma non si può non ricordare anche la “Dancing Pumpkin” del Paragon Park di Bangkok o la “Yellow Pumkin” istallata sull’isola di Naoshima in Giappone.
La sua coloratissima pop-art non era fatta solo di zucche a pois, ma di veri e propri ambienti immersivi e labirintici pieni di tentacoli e pareti fatti di pois a varie dimensioni, spesso discontinui e molto poco ordinati. La serie “Infinity Mirror Rooms” (Le stanze degli specchi infiniti) vengono considerate l’opera più famosa, insieme alla serie “Obliteration Room” (Stanze della cancellazione), come aveva chiamato quelle più informali e meno rigorose, come se fossero le stanze del nostro cervello dove sostano i pensieri più liberi. Magnifica la monumentale serie di dipinti “My eternal soul”, che ha svelato l’anima più fragile e profonda di una donna destinata alla grandezza che la malattia mentale non è riuscita a uccidere con i suoi tormenti dolorosi e le sue estenuanti allucinazioni, ma che ad un certo punto, precisamente nel 1977 a soli 48 anni, deciderà di ricoverarsi per sempre nella clinica Seiwa di Tokyo.
Non ne uscirà se non per assistere ai grandi eventi espositivi e per le celebrazioni ufficiali, nonché per andare a lavorare nel suo studio situato proprio di fronte alla clinica. Dopo il confinamento in clinica autoimpostosi, i farmaci lasceranno le loro tracce anche sul corpo e su quel viso di giovane donna sorridente e cordiale che nelle strade di New York aveva incantato tutti e reso oltremodo glamour i pois. La maniacalità incanalata nella sua arte si trasformerà in un linguaggio nuovo, universale e senza filtri, capace di restituire al mondo la ferita di un vissuto interiore sconfinato ai limiti della follia. Nel 2012 Marc Jacobs, direttore creativo di Louis Vuitton, la chiamerà a collaborare con la Maison per realizzare una collezione all’insegna della contaminazione tra moda e arte contemporanea. «In ognuna delle tele e delle installazioni di Yayoi Kusama – dichiarò Jacobs – c’è una sorta di ossessione e in ogni creazione c’è un mondo che non finisce mai. Credo sia per questo che la ammiro e la amo, che mi emoziono di fronte al personaggio e alle sue opere».
Dieci anni dopo la prima collezione, tornerà a collaborare con la Maison (sotto la direzione creativa di Nicolas Ghesquière) per una delle campagne più imponenti di sempre, con oltre 400 prodotti, enormi sculture robotiche nelle vetrine e installazioni immersive nelle principali capitali mondiali. Ora, al netto del grande successo (anche finanziario visto che le quotazioni di mercato sono da tempo da capogiro), viene da chiedersi quante zucche e pois bisogna ancora dipingere per smantellare lo stigma della malattia mentale? Quanti labirinti la ‘cosiddetta’ civiltà contemporanea dovrà ancora attraversare per comprendere che laddove il senno sembra vacillare, un’anima può ancora parlare all’umanità dei sani? Quanto è garantita nel terzo millennio la dignità a chi soffre di queste terribili malattie anche nelle nostre civilissime società occidentali? Quante zucche vuote tra i cosiddetti sani, decisori del giusto e dell’ingiusto?
Domande che sorgono spontanee in questi giorni mentre il mondo piange Kusama, una piccola grande donna giapponese, che ha messo sull’altare dell’arte una vita piena di vulcaniche allucinazioni, ossessive ossessioni, picchi deliranti ma che non è stata certamente unica nella storia dell’arte. Perché le curve di marmo, bronzo e gesso di Camille Claudel, celebre scultrice francese si svilupparono all’unisono con una grave forma di schizofrenia con deliri di persecuzione, che la rendevano convinta delle più assurde verità tra cui che Auguste Rodin volesse derubarla delle sue opere. Capolavori nati dal male, ma che saranno ricordati per sempre. Eterni ed universali, come i girasoli del grande Vincent van Gogh, l’artista che soffriva di gravi problemi di salute mentale, come crisi epilettiche, depressione e forti stati d’ansia. Vecchio e sofferente, si rappresentò solo e disperato in tutta la sua tragedia, in “Sulla soglia dell’eternità”. Sublimi le belve feroci di Ligabue, immortalate sulle tele del celebre espressionista italiano, che visse un’esistenza segnata da dolorosi ricoveri psichiatrici, solitudini e fragilità emotive.
