La vittoria del No alla stravolgimento degli equilibri costituzionali sulla giustizia aprono la strada a un’alternativa ecologista e sociale. Milioni di italiani che oggi hanno votato No vivono in case che non riescono a permettersi, lavorano con contratti precari, aspettano mesi per una visita medica, respirano l’ansia di un pianeta che cambia più rapidamente di quanto la politica sappia governare. Sono andati a votare perché credono ancora che la politica possa essere all’altezza della realtà. Perché sentono che c’è bisogno di un’alternativa seria, responsabile, capace di coniugare i diritti civili con quelli sociali, la tutela dell’ambiente con la dignità del lavoro. Quell’alternativa non può limitarsi a essere il fronte del No. Deve essere il cantiere del Sì: sì a una fiscalità progressiva e trasparente, sì alla conversione ecologica dell’economia, sì a un welfare che non abbandoni nessuno, sì a una politica estera di pace e cooperazione multilaterale. Un’alternativa ecologista e pacifista che non sia minoritaria per scelta, ma che con coraggio parli alla maggioranza silenziosa che oggi ha rotto il silenzio
◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI
Il voto come atto di resistenza civile
Esistono votazioni che contano i seggi e votazioni che contano la storia. Quella di oggi appartiene alla seconda categoria. Il referendum sulla giustizia non era soltanto una disputa tecnica sull’ordinamento giudiziario: era una prova di forza tra due visioni incompatibili del potere pubblico. Da un lato, un governo che ha tentato di piegare l’indipendenza della magistratura alla propria volontà politica, indebolendo uno dei contrappesi fondamentali della nostra architettura costituzionale. Dall’altro, milioni di cittadine e cittadini che hanno scelto di non restare spettatori. Il 59% di affluenza è un dato che va letto nella sua pienezza storica. Nel referendum abrogativo del 2025, aveva votato meno del 30% degli aventi diritto. Nel 2022, appena il 20%. Il salto è vertiginoso, e non può essere liquidato come un semplice effetto del clima emotivo contingente. Qualcosa si è mosso nelle coscienze. Una parte consistente del Paese — quella silenziosa, sfiduciata, spesso astensionista — ha deciso di tornare a fare la sua parte. Questo non è un dettaglio: è il cuore del significato politico di questa giornata. La Repubblica ha tenuto. La Costituzione, quel patto fondativo che la destra del governo aveva pensato di riscrivere a proprio vantaggio, è stata preservata dalla voce popolare. Ma fermarsi qui, nell’euforia del risultato, sarebbe un errore tanto grave quanto quello di chi aveva sottovalutato la risposta civica degli italiani.
La democrazia si costruisce, non si difende soltanto
La partecipazione straordinaria di oggi non è un punto di arrivo: è un mandato. Un mandato ad agire, a proporre, a costruire. Le istituzioni democratiche non si preservano soltanto difendendole dagli assalti — si rafforzano ogni giorno attraverso politiche concrete che rispondano ai bisogni reali delle persone. E in Italia, quei bisogni sono profondi, urgenti, e troppo spesso ignorati. Milioni di italiani che oggi hanno votato No vivono in case che non riescono a permettersi, lavorano con contratti precari, aspettano mesi per una visita medica, respirano l’ansia di un pianeta che cambia più rapidamente di quanto la politica sappia governare. Quella sofferenza non si placa con la vittoria referendaria. Richiede risposte. Richiede un programma.
Genova, 23 marzo 2026(credit Ansa/Luca Zennaro)
Giustizia sociale: il fondamento della democrazia reale
Una democrazia formalmente intatta ma sostanzialmente diseguale è una democrazia fragile. Lo sapevano i costituenti del 1948, e lo conferma ogni ricerca sociologica degli ultimi decenni: quando le disuguaglianze economiche superano una certa soglia, la partecipazione democratica si erode, il populismo avanza, e le derive autoritarie trovano terreno fertile. Non è un’astrazione teorica: è ciò che l’Italia ha vissuto e rischia ancora di vivere. Per questo il programma di una forza autenticamente democratica non può prescindere dalla questione salariale. I salari italiani, in termini reali, non crescono da oltre vent’anni. Il divario tra il costo della vita e il potere d’acquisto delle famiglie si è fatto insostenibile. L’introduzione di un salario minimo legale dignitoso, rafforzata da politiche di contrattazione collettiva e da un fisco che smetta di penalizzare il lavoro dipendente, è una misura di civiltà prima ancora che di opportunità politica.
Infine, istruzione e ricerca: il principale investimento che una società può fare sul proprio futuro. Una scuola pubblica ben finanziata, accessibile e capace di ridurre le disuguaglianze di partenza; un sistema universitario che non espella i talenti verso l’estero; una ricerca scientifica libera e dotata di risorse. Su questi pilastri si costruisce una democrazia sana, capace di resistere alle lusinghe dell’autoritarismo.
Giustizia climatica ed ecologica: la sfida del nostro tempo
Non esiste giustizia sociale senza giustizia ecologica. È una verità che la politica progressista europea ha compreso — spesso tardivamente, non sempre con coerenza — ma che è ormai ineludibile. Il cambiamento climatico non è un problema del futuro: è il presente. Le alluvioni che hanno colpito l’Emilia-Romagna, le siccità che devastano il Sud, le ondate di calore che uccidono gli anziani nelle città sono già qui. E colpiscono più duramente chi ha meno risorse per proteggersi. Una transizione ecologica giusta non è uno slogan: è una scelta di campo. Significa investire massicciamente nelle energie rinnovabili, creando lavoro qualificato e stabile nelle comunità che oggi dipendono dai combustibili fossili. Significa ripensare i trasporti pubblici, ridisegnare le città attorno alla mobilità dolce e al verde urbano, riqualificare il patrimonio edilizio in chiave energetica. Significa restituire ai fiumi, ai boschi e alle coste la dignità di ecosistemi vitali, non di risorse da sfruttare fino all’esaurimento.
Il mandato del 23 marzo
Abbiamo davanti un’opportunità storica. Milioni di cittadini che oggi si sono recati alle urne non lo hanno fatto per nostalgia di un passato idealizzato, né per obbedienza partitica. Lo hanno fatto perché credono ancora che la politica possa essere all’altezza della realtà. Perché sentono — spesso confusamente, ma con forza — che c’è bisogno di un’alternativa seria, responsabile, capace di coniugare i diritti civili con quelli sociali, la tutela dell’ambiente con la dignità del lavoro. Quell’alternativa non può limitarsi a essere il fronte del No. Deve essere il cantiere del Sì: sì a una fiscalità progressiva e trasparente, sì alla conversione ecologica dell’economia, sì a un welfare che non abbandoni nessuno, sì a una politica estera di pace e cooperazione multilaterale. Un’alternativa ecologista e pacifista che non sia minoritaria per scelta, ma che abbia il coraggio di parlare alla maggioranza silenziosa che oggi ha rotto il silenzio. La democrazia si difende ogni giorno, con azioni quotidiane che rispondano ai bisogni di tutti e proteggano il futuro del pianeta. Oggi l’Italia ha dimostrato di volerla difendere. Ora tocca alla politica dimostrare di meritarla. © RIPRODUZIONE RISERVATA
