Ogni ministro pronuncia davanti al Presidente della Repubblica il giuramento di rispettare la Costituzione italiana. È un atto solenne, che sancisce il legame tra le istituzioni e i cittadini, tra il potere esecutivo e lo Stato di diritto. Come fa, allora, il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie ad ignorare la Corte Costituzionale e il Parlamento? La Corte Costituzionale ha parlato con la storica sentenza n. 192 del 2024. Il parlamento deve definire i Livelli Essenziali di Prestazione (Lep); senza di essi non può esserci alcuna autonomia regionale. Eppure, il padre della “Legge porcata” del 2005 — definizione del suo stesso autore — sulle elezioni nazionali (il cosiddetto “Porcellum”), vuole chiudere, entro il mese, nuove pre-intese con alcune regioni del Nord — Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria — ignorando però i limiti della Corte Costituzionale di un anno fa. Come si permette?
◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA
► Sull’autonomia differenziata il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie ignora la Corte Costituzionale e il Parlamento. Così deperiscono legalità repubblicana e unità nazionale. Egli dovrebbe ricordare il giuramento che ogni ministro pronuncia davanti al Presidente della Repubblica e alla Nazione: rispettare la Costituzione italiana. È un atto solenne, che sancisce il legame tra le istituzioni e i cittadini, tra il potere esecutivo e lo Stato di diritto. Eppure, guardando alle mosse di Roberto Calderoli sull’autonomia differenziata, viene il sospetto che per il titolare degli Affari Regionali quel giuramento sia ormai un lontano ricordo. Sembrerebbe che Calderoli sia deciso a chiudere, entro settembre, nuove pre-intese con alcune regioni del Nord — Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria — ignorando però i limiti fissati dalla Corte Costituzionale con la storica sentenza n. 192 del 2024.
Quella sentenza ha stabilito un principio chiarissimo: senza una legge parlamentare che definisca i Livelli Essenziali di Prestazione (Lep), non può esserci alcuna autonomia regionale. Perché altrimenti si violerebbe il diritto dei cittadini a ricevere servizi fondamentali — sanità, istruzione, welfare — ovunque essi vivano, da Aosta a Palermo. Il ministro invece tira dritto, come se la Corte non avesse parlato, come se il Parlamento fosse un fastidio da aggirare, come se il Sud fosse un’appendice geografica sacrificabile sull’altare dell’egoismo fiscale del Nord. La questione, però, non è soltanto politica. È istituzionale e morale. Perché un ministro che ha giurato sulla Costituzione e che poi procede ignorando i vincoli che quella stessa Costituzione e i suoi organi supremi impongono, compie un atto di disprezzo per la legalità repubblicana.
