Il pericolo per il Bel Paese è triplice: ambientale, infrastrutturale e identitario. La perdita dei sistemi dunali cancella barriere naturali contro le mareggiate, esponendo le città costiere a inondazioni sempre più frequenti. Strade, ferrovie e centri abitati costruiti a ridosso del bagnasciuga vedono letteralmente mancare la terra sotto i piedi. Ma il danno più subdolo è la distruzione del paesaggio, inteso come bene costituzionale e spirituale. Il Masterplan della Toscana da oltre 500 milioni di euro e gli allarmi in Puglia dimostrano che la politica sta iniziando a comprendere l’entità della crisi, ma gli interventi strutturali sono spesso rincorse affannose contro il tempo. La “grande bellezza” italiana rischia di diventare un ricordo nostalgico, lasciandoci come i naufraghi della letteratura, a contemplare una terra che svanisce, onda dopo onda: Nel silenzio della nostra indifferenza


Arco di Sant’Andrea a Melendugno prima e dopo l’erosione costiera

◆ Il commento di ANNALISA ADAMO AYMONE 

L’erosione costiera in Versilia

► Il Rapporto sullo stato delle coste italiane 2026, redatto dal Mase (ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica) in collaborazione con l’Ispra, fotografa una realtà drammatica: il paesaggio italiano, il nostro storico e celebrato “Bel Paese”, si sta letteralmente sgretolando sotto i colpi dell’erosione costiera, dei cambiamenti climatici e di decenni di cementificazione selvaggia. Con quasi la metà delle coste sabbiose in ritirata – picchi drammatici del 47% in Puglia e litorali toscani e adriatici mutilati di metri ogni anno – la geografia stessa della nostra identità culturale sta scomparendo. Non si tratta solo di una catastrofe ecologica o di un danno economico per il settore balneare; è una ferita profonda alla memoria collettiva e alla bellezza che ha ispirato poeti e scrittori di ogni epoca. Il crollo dell’Arco di Sant’Andrea, avvenuto il 15 febbraio 2026 nel Salento, ha cancellato uno dei simboli naturali più famosi e identitari della Puglia. La maestosa struttura calcarea, nota anche come Arco degli Innamorati, ha ceduto a causa del forte maltempo e dell’inarrestabile erosione costiera. Questo evento ha suscitato profonda commozione tra residenti e turisti, trasformando radicalmente il paesaggio marino di Melendugno. La scomparsa del celebre faraglione aveva riacceso i riflettori sulla fragilità delle coste adriatiche di fronte ai cambiamenti climatici.

Costiera amalfitana

L’Italia ha sempre fondato il proprio mito sul dialogo armonioso tra terra e mare. Quel confine fragile, che oggi vediamo sgranarsi e arretrare, è lo stesso che Eugenio Montale immortalava in Ossi di seppia. Nei suoi versi, il litorale ligure diventava il palcoscenico dell’esistenza, dove l’andirivieni delle onde deposita i resti di una vita: “E l’andare nel sole che abbaglia / per un prodigio che si schiude / della marina una striscia di fango / o una vela che passa e si chiude”. Oggi, quella “striscia di fango” rischia di essere tutto ciò che resta di spiagge dorate e dune secolari, sommerse da un mare che avanza implacabile a causa dell’innalzamento globale e dell’assenza di sedimenti fluviali, bloccati da dighe e cemento nell’entroterra. Il pericolo per il Bel Paese è triplice: ambientale, infrastrutturale e identitario. La perdita dei sistemi dunali cancella barriere naturali contro le mareggiate, esponendo le città costiere a inondazioni sempre più frequenti. Strade, ferrovie e centri abitati costruiti a ridosso del bagnasciuga vedono letteralmente mancare la terra sotto i piedi. Ma il danno più subdolo è la distruzione del paesaggio, inteso come bene costituzionale e spirituale. 

Costa del Pineto in Abruzzo

Per l’italiano, il mare è anche lo specchio della propria storia. Gabriele D’Annunzio, nella celebre lirica La pioggia nel pineto, celebrava la fusione panica tra l’uomo e la natura costiera, tra la sabbia e la macchia mediterranea: “E il pineto / riga di sparse fronde / che la marina non cela / ma d’ombra più fitta la veste…”. Oggi quelle pinete costiere, che per secoli hanno protetto l’interno dai venti salmastri, sono minacciate dalla salinizzazione delle falde acquifere e dal crollo delle falesie. Se il litorale arretra, l’intero ecosistema retrostante collassa, trasformando i luoghi della poesia in aride distese di cemento e barriere artificiali di scogli, soluzioni d’emergenza che spesso non fanno che spostare il problema dell’erosione pochi chilometri più in là. 

Erosione costiera in Romagna

Il Masterplan della Toscana da oltre 500 milioni di euro e gli allarmi in Puglia dimostrano che la politica sta iniziando a comprendere l’entità della crisi, ma gli interventi strutturali sono spesso rincorse affannose contro il tempo. A dire “Non c’è più tempo” sono stati in tanti da studiosi a politici, da personalità del cinema a fiumi di giovani in marcia per l’ambiente. Se non si inverte la rotta, se non si rinuncia alla logica dello sfruttamento intensivo del suolo e non si investe in una vera rigenerazione naturale delle coste, il destino del Bel Paese sarà quello di perdere la sua linea più bella. La “grande bellezza” italiana rischia di diventare un ricordo nostalgico, lasciandoci come i naufraghi della letteratura, a contemplare una terra che svanisce, onda dopo onda, nel silenzio della nostra indifferenza. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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È stata dirigente degli Affari Generali, Istituzionali e Legali, dell’Archivio Storico, del Patrimonio e dei servizi Appalti e Contratti del Comune di Taranto, occupandosi di una delle più complesse macchine amministrative pubbliche nel periodo successivo al dissesto dell’ente, curandone altresì i rapporti istituzionali ed i rapporti interni. È stata successivamente vicepresidente di una delle più grandi aziende pubbliche di rifiuti ed altresì assessore agli Affari Generali, all’Ambiente e alla Legalità, alle Risorse umane dello stesso Comune di Taranto. Formatrice e docente, attualmente scrive per la testata nazionale “Italia Libera” di cultura, ambiente, politiche pubbliche e democrazia.

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