La comunità scientifica internazionale non ritiene più sufficiente basarsi sul solo indice di massa corporea (Bmi) ma su nuove misure antropometriche, come il rapporto vita/altezza e la distribuzione del grasso corporeo. Secondo queste nuove indicazioni, la percentuale di adulti classificati come obesi negli Stati Uniti passerebbe dal 43 al 69%, in Italia dal 23 al 40%. In base alla recente legge italiana che riconosce l’obesità come malattia cronica, col diritto conseguente alla diagnosi e cura, urge rafforzare la prevenzione primaria, investendo su educazione alimentare, attività fisica e promozione di comportamenti salutari sin dall’infanzia. Per farlo abbiamo una posizione di grande vantaggio rispetto ad altri paesi europei e nord americani: la nostra Dieta Mediterranea (patrimonio Unesco) rappresenta non solo un modello nutrizionale equilibrato, ma anche un sistema culturale e sociale fondato sulla stagionalità, la convivialità e il rispetto delle risorse naturali. Inserirla nei percorsi educativi scolastici significa agire alla radice delle malattie croniche, restituendo alla società un modello di salute sostenibile e accessibile
◆ L’analisi di VITO AMENDOLARA
► Negli ultimi mesi la comunità scientifica internazionale, in particolare negli Stati Uniti, ha proposto un aggiornamento dei criteri diagnostici per definire l’obesità. Si tratta di un cambiamento epocale, che non si limita più al semplice indice di massa corporea (Body Mass Index, Bmi), ma include nuove misure antropometriche come la circonferenza vita, il rapporto vita/altezza e la distribuzione del grasso corporeo, elementi che incidono direttamente sul rischio di malattie cardiovascolari, metaboliche e oncologiche. Fino ad oggi, la definizione di obesità si basava su un parametro unico: un Bmi pari o superiore a 30 kg/m². Tuttavia, questo criterio si è dimostrato parziale. Una persona può avere un Bmi nella norma ma un’elevata quantità di grasso viscerale, più pericoloso per la salute rispetto al grasso sottocutaneo. I nuovi parametri americani tengono conto di questa differenza, riconoscendo come “obese” anche le persone con Bmi normale ma con indicatori corporei alterati.
La recente legge italiana che riconosce l’obesità come malattia cronica rappresenta un passo decisivo. Essa garantisce il diritto alla diagnosi e alla cura all’interno del Servizio Sanitario Nazionale, prevede campagne di prevenzione, programmi di educazione alimentare e un Osservatorio nazionale dedicato. Se tuttavia si adottassero i nuovi criteri internazionali, la portata della legge cambierebbe radicalmente: il numero di cittadini con diritto a presa in carico crescerebbe in modo esponenziale, imponendo una revisione delle priorità, delle risorse e delle strategie di prevenzione. Le implicazioni non sono solo sanitarie ma anche sociali e culturali. Una ridefinizione così ampia richiede una nuova consapevolezza collettiva: l’obesità non è un fallimento individuale ma una condizione cronica che coinvolge genetica, ambiente, alimentazione e stili di vita. Da qui nasce la necessità di rafforzare la prevenzione primaria, investendo su educazione alimentare, attività fisica e promozione di comportamenti salutari sin dall’infanzia.
L’obesità, ridefinita secondo i nuovi parametri, non può più essere affrontata con strumenti del passato. Serve un approccio integrato, che unisca la scienza alla cultura, la legge alla prevenzione, la cura individuale alla responsabilità collettiva. L’Italia, con la sua legge pionieristica e la tradizione della Dieta Mediterranea, può diventare un laboratorio europeo di prevenzione primaria, in grado di conciliare i nuovi criteri scientifici con un modello di benessere basato sulla qualità della vita. In definitiva si tratta di prendere atto che l’obesità è un allarme che non è possibile più ignorare, non è un problema solo sanitario, ma una vera emergenza sociale che interpella la coscienza collettiva e impone una risposta immediata fondata sulla prevenzione e sulla educazione alimentare perché la sola legge, sebbene unica al mondo, rischia di divenire l’alibi che giustifica l’inerzia di un Paese che legifera invece di prevenire. E l’Italia, per la condizione in cui si trova, non ha più tempo a disposizione: l’educazione alimentare nelle scuole deve essere materia scolastica, come da tempo istituzionalizzata in Francia, Germania, Spagna, Svezia, Finlandia, Portogallo. È un passo decisivo per evitare di continuare a “costruire” gli ammalati di domani. © RIPRODUZIONE RISERVATA
