Erano stati lo psichiatra inglese John Connolly e l’italiano Ernesto Belmondo, all’inizio del secolo scorso, a denunciare l’abuso, nei nostri manicomi, dell’utilizzo dei mezzi di contenzione: «pazienti legati colle catene e coi ceppi e le balze di ferro alle mani e ai piedi, sulle nude carni contuse, immobilizzati per settimane, per mesi, per anni, senza alcune vigilanza medica». Le catene scomparvero dai manicomi in conseguenza della riforma Giolitti del 1909, ma mezzo secolo dopo, le visite ispettive disposte dal ministro della Sanità, il socialista ed ex partigiano Luigi Mariotti, fecero emergere che «alcuni ospedali psichiatrici somigliano a veri e propri lager germanici, a delle vere e proprie bolge dantesche». Grazie a un gruppo di medici visionari, capitanati da Franco Basaglia, nacque nel 1978 la legge 180 per il superamento dei manicomi. Con il nuovo contesto culturale e politico, si rimette al centro dell’assistenza psichiatrica la pericolosità dei malati, con una visione “custodialista” in spregio ai principi costituzionali: divieto di trattamenti inumani e degradanti, rispetto della dignità del paziente
◆ L’analisi di AUGUSTO FIERRO
Anche se le catene scomparvero dai manicomi in conseguenza della riforma Giolitti, l’uso abituale dei mezzi di contenzione resistette al trascorrere del tempo: non solo la camicia di forza ma anche fasce, corpetti, lacci di ogni dimensione e tipologia, la fecero da protagonisti per decenni nel trattamento dei pazienti. Le cose cominciarono a cambiare negli anni della contestazione. Le visite ispettive disposte dal socialista ed ex partigiano Luigi Mariotti, ministro della Sanità negli anni ’60 del secolo scorso, riferivano di un utilizzo diffuso ed abituale della contenzione meccanica nei manicomi del nostro Paese del tutto contrario alla legge; tanto da far dire al ministro che «alcuni ospedali psichiatrici somigliano a veri e propri lager germanici, a delle vere e proprie bolge dantesche». La coazione – che nelle intenzioni del legislatore del 1909 avrebbe dovuto essere relegata all’eccezionalità – era invece divenuta di uso normale nei luoghi di cura.
Fu un gruppo di medici visionari, capitanati da Franco Basaglia, a predicare all’opinione pubblica del nostro paese la necessità di curare i pazienti liberandoli e restituendo loro diritti e dignità. Il rifiuto di Basaglia, non appena insediatosi come direttore nel manicomio di Gorizia, alla firma del registro delle contenzioni, fece da apripista alle posizioni anti custodialiste: proprio dalla delegittimazione etica e sociale delle pratiche contenitive trasse spunto quel nuovo sapere della cura delle malattie mentali. Grazie all’impegno di quei valorosi fu approvata nel maggio del 1978 la legge 180 e gli ospedali psichiatrici furono gradualmente, uno dopo l’altro, soppressi; la cura dei pazienti, e non la loro custodia, fu affidata ai neobattezzati Dipartimenti di salute mentale e Servizi di diagnosi e cura.
La legge della fisica che governa le nostre esistenze ed i nostri sforzi è però l’inerzia, e così le cure psichiatriche hanno continuato in molti, troppi, casi ad essere connotate da pratiche segreganti e restrittive eredi della cultura manicomiale. E molti psichiatri continuano a ritenere, anche oggi, la contenzione meccanica indispensabile per la riabilitazione del paziente che, proprio in conseguenza della propria malattia, non sarebbe in grado di esercitare l’autocontrollo. Un pensiero, questo, esposto nitidamente in un volumetto pubblicato recentemente ed intitolato L’arte di legare le persone. L’autore, rivendicando di appartenere alla vecchia scuola, celebra i fasti di una «rapida, virile e chiara contenzione» che produrrà spesso l’effetto di schiarire la mente del paziente e di far «dileguare la follia». Perché il paziente «talvolta ha bisogno di essere contenuto per ricomporsi nella sua unità, percepirsi, vivere. Se gli dai gentilezza e libertà lo uccidi».
Non vi è dubbio che le opinioni dell’autore, lo psichiatra Milone, siano antinomiche con la robustezza culturale ed etica di quella vasta maggioranza parlamentare che nel 1978 enunciò, approvando la legge 180, che il folle non è di per sé più pericoloso del sano, deve essere curato anziché legato, e gode dei diritti fondamentali alla pari di tutti gli altri cittadini. Ed anche che contrastino con quel principio fondamentale della deontologia medica che vieta l’utilizzo di pratiche nocive alla salute del paziente, come sono invece le legature, specialmente se prolungate. Fortunatamente non sono pochi gli psichiatri che continuano invece a battersi contro la vischiosità della cultura manicomiale, sopravvissuta all’entrata in vigore della 180. Gli psichiatri no restraint riflettono, si incontrano, pubblicano saggi ed approfondimenti di grande valore scientifico: unitamente ad un significativo gruppo composto da giuristi, da filosofi, da sociologi, da semplici cittadini, insistono nel promuovere e sostenere la definitiva abolizione dell’utilizzo della contenzione meccanica dai luoghi di cura della psichiatria.
Infine, nel 2021, l’aspirazione abolizionista sembra ormai in condizione di raggiungere l’obiettivo: in quell’anno il ministro Roberto Speranza sottopone alla Conferenza delle Regioni uno schema di accordo che, se approvato, avrebbe condotto Governo e Regioni, unitariamente, a realizzare in un triennio l’obiettivo del superamento totale dell’utilizzo della contenzione nei luoghi di cura della psichiatria. La caduta del Governo Draghi interrompe l’iter di quell’ambizioso progetto, con la conseguenza che persiste nel nostro ordinamento, una insostenibile mancanza di simmetria tra i principi enunciati dalla Costituzione e dalla legge – volontarietà delle cure, divieto di trattamenti inumani e degradanti, rispetto della dignità del paziente – e ciò che continua ad essere praticato nei servizi della psichiatria. Solo 19 su 318 (il dato è del 2023) sono i Servizi Psichiatri di diagnosi e cura (Spdc) che rifiutano di applicare pratiche coercitive. Negli altri gli abusi sono gestiti con modalità eterogenee: vi sono Servizi orientati al ricorso della contenzione solo quando sussistano condizioni riconducibili ad una situazione di eccezionalità, mentre in altri l’orientamento è quello di normalizzarne l’uso, di assimilarlo alla somministrazione di un farmaco. Non sfugge, certo, come tali ulteriori discrasie contribuiscano a realizzare una non più accettabile divaricazione tra Regione e Regione, tra Servizio e Servizio.
Di nuovo, come già era accaduto nel 1909, disciplinando la pratica dell’utilizzo della contenzione meccanica, se ne riconoscerebbe la liceità e si andrebbe incontro certamente ad un incremento del suo utilizzo come dimostra la storia. E si continuerebbe a violare l’habeas corpus scolpito nell’articolo 13 della Costituzione che pretende sia l’Autorità giudiziaria e non gli psichiatri o gli infermieri a decidere su «qualsiasi restrizione della libertà personale». Superfluo infine, visto che i tempi che viviamo sono quelli della restaurazione, domandarsi come sia possibile che si immagini ancor oggi di poter curare e contrastare l’agitazione e l’aggressività psicotica legando gli arti dei pazienti. © RIPRODUZIONE RISERVATA
