La cattura dell’attenzione nel mondo digitale e l’alimentazione dell’appetito attraverso il cibo ultra processato sono due ambiti apparentemente lontani. L’uno è rivolto alla conquista della mente, l’altro del corpo, uniti dallo stesso paradigma economico: rendere l’individuo dipendente per trasformare il comportamento umano in mercato permanente. La logica è identica: massimizzare il tempo di esposizione e la reiterazione del consumo. Il punto di contatto tra le due realtà è strutturale: design persuasivo, marketing aggressivo, utilizzo di meccanismi psicologici che sfruttano vulnerabilità cognitive, in particolare nei minori. Nel digitale si parla di notifiche, scroll infinito, ricompense variabili; nel cibo di iper‑palatabilità, combinazioni di zuccheri, grassi e sale progettate per stimolare il consumo ripetuto. Si tratta di riconoscere l’asimmetria di potere tra grandi gruppi multinazionali e singoli cittadini. L’Europa prova a porvi rimedio con il Digital Services Act, ostacolato dalle Big Tech
◆ L’analisi di VITO AMENDOLARA
► C’è una guerra invisibile che si combatte ogni giorno contro la nostra libertà di scegliere. È “l’economia della dipendenza”, un modello che orienta consumi e comportamenti agendo in modo silenzioso ma estremamente efficace, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni. Non si tratta di fenomeni casuali, ma di strategie sempre più sofisticate e persuasive, progettate per catturare contemporaneamente mente e corpo: l’attenzione nel mondo digitale e l’appetito attraverso il cibo ultraprocessato. Due ambiti apparentemente lontani, ma uniti dallo stesso paradigma economico: rendere l’individuo dipendente per trasformare il comportamento umano in mercato permanente. Oggi i nostri ragazzi crescono dentro due ecosistemi progettati per trattenerli, due mercati diversi, una logica identica: massimizzare il tempo di esposizione e la ripetizione del consumo.
Parallelamente, sul fronte alimentare, l’avanzata dei prodotti ultra‑processati è un fenomeno documentato. Studi recenti indicano che in America i cibi ultraprocessati (Upf) rappresentano circa il 60% delle calorie totali negli adulti e superano il 65% negli adolescenti (fonte: Bmj Global Health dietary data). In Italia circa il 20-23 % dell’energia quotidiana proviene da alimenti ultra‑processati, con picchi ancora più elevati in alcune fasce di popolazione (fonte: Okkio alla salute). Le principali fonti sono snack confezionati, biscotti industriali, bevande zuccherate e prodotti pronti. In tale contesto le evidenze scientifiche sono sempre più consistenti: una ampia revisione pubblicata sul British Medical Journal nel 2024 collega un alto consumo di ultra‑processati a un aumento del rischio di patologie cardiovascolari, diabete di tipo 2, disturbi dell’umore e mortalità generale.
Mentre negli Stati Uniti si discutono responsabilità (emblematico l’attacco del procuratore Cittadino di San Francisco, David Chiu, alle multinazionali del food), e in Europa il Digital Services Act introduce nuove tutele per i minori, in Italia il confronto resta ancora evanescente. Serve con urgenza, una doppia strategia: regolazione pubblica immediata per proteggere i minori da pratiche commerciali aggressive, e formazione culturale profonda per restituire consapevolezza e capacità critica alle nuove generazioni, partendo dal presidio educativo privilegiato: la scuola. La libertà non è l’assenza di regole. È la possibilità di scegliere senza essere manipolati da meccanismi invisibili. Se la politica vuole davvero tutelare la salute pubblica, deve avere il coraggio di affrontare insieme le due grandi dipendenze del nostro tempo: quella digitale e quella alimentare. È una scelta di civiltà per le nuove generazioni, che rischiano di consumare il presente prima ancora di dare forma al futuro. © RIPRODUZIONE RISERVATA
