Da patrimonio collettivo e indisponibile qual è ora, la fauna selvatica diventerebbe semplicemente una risorsa da sfruttare, anche a fini economici. I proponenti del disegno di legge sanno bene che ciò è in palese contrasto con l’art. 9 della Costituzione, recentemente modificato, il quale afferma che «La Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni… La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali». Approvato il 23 giugno al Senato, il provvedimento passa ora all’esame della Camera, ma vista la maggioranza che lo sostiene, le speranze di bloccarlo, o anche solo di ridimensionarlo, appaiono davvero esigue. A meno che Mattarella… Fra le nefandezze del ddl Malan, sarebbe prevista inoltre la possibilità di cacciare in aree fino ad ora interdette, quali il demanio forestale, il demanio marittimo, addirittura le aree protette. E qui si rasenta il ridicolo: si consentirebbe alle Regioni di ridurre le aree protette al fine di estendere la pratica venatoria, quando l’Ue chiede di ampliare le aree protette nella misura del 30% entro il 2030
«Ogni volta che vedo la fotografia di un cacciatore che sorride sopra la sua vittima, resto sempre impressionato dalla schiacciante superiorità morale ed estetica dell’animale morto rispetto a quello vivente» (Milan Kundera)
◆ L’analisi di FABIO BALOCCO
► Che buona parte della politica di un governo sia dettata dalle lobbies che lo hanno appoggiato in sede di elezioni è cosa nota anche ai bimbi. Il caso più clamoroso e che reca più danni all’ambiente e alla salute dei cittadini è il consumo di suolo, specie quello determinato da quelle opere di privata (non pubblica) utilità. Ma vi sono anche altri casi di marchette, l’ultima la più clamorosa in ordine di tempo, è il disegno di legge (ddl), in materia di caccia, Malan, dal nome del primo firmatario, quel Lucio Malan, attualmente in forza a Fratelli d’Italia, dopo un passato ondivago (da Bossi a Meloni, via Berlusconi). Approvato il 23 giugno al Senato, il provvedimento passa ora all’esame della Camera, ma vista la maggioranza che lo sostiene, le speranze di bloccarlo, o anche solo di ridimensionarlo, appaiono davvero esigue. Resta l’ipotesi di un intervento di Mattarella, ma la ritengo remota. Non vi è un aggettivo con cui definire il testo legislativo: qualsiasi sarebbe troppo tenero. Esso è una totale sottomissione alle più vergognose e anacronistiche richieste delle lobbies venatorie, spesso purtroppo supportate dalle organizzazioni professionali agricole.
Innanzitutto, il disegno di legge prevede un totale ribaltamento del principio che regola i rapporti con la fauna selvatica. Questa, infatti, da patrimonio collettivo e indisponibile qual è ora diventerebbe semplicemente una risorsa da sfruttare, anche a fini economici. I proponenti sanno bene che ciò è in palese contrasto con l’art. 9 della Costituzione, recentemente modificato, il quale afferma che «La Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni… La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali», ma evidentemente se ne fregano. I cacciatori, inoltre, verrebbero presentati non come una delle principali cause delle alterazioni ambientali, bensì come soggetti attivi nel preservare gli equilibri ambientali (anni fa un noto esponente politico piemontese ebbe il coraggio di affermare che i cacciatori erano i medici della natura…). Insomma, è come affidare alle volpi la guardia del pollaio…
Ma facciamo qualche esempio concreto, scegliendoli purtroppo in un vasto campionario. Il ddl accentua in modo sostanziale la pressione venatoria su numerose specie, comprese alcune in evidente sofferenza, se non proprio a rischio di estinzione (tordi, merlo, allodola e altri piccoli uccelli, anatre di numerose specie, beccaccia e beccaccino, pernice bianca, gallo forcello, coturnice e così via). Lo stesso elenco di specie cacciabili viene ampliato, includendo ad esempio il piccione domestico e l’oca selvatica. E per fortuna che, all’ultimo momento, dall’elenco delle specie cacciabili è stato estromesso lo stambecco, presente nella prima bozza del ddl. Cacciare lo stambecco è la cosa più assurda che si possa immaginare. Chi ha avuto modo di incontrare questo maestoso ungulato in montagna, sa benissimo che si tratta di una specie confidente, che si lascia avvicinare fino a pochissimi metri di distanza. Che gusto può esserci a sparare a una simile meraviglia, se non soddisfare una malsana e patologica sete di sangue? Ma almeno l’animale simbolo del Parco del Gran Paradiso sembra, al momento, salvo.
Il testo è così ”barbaro” che la Commissione Europea ha inviato una comunicazione al Governo italiano, segnalando numerose infrazioni ai Regolamenti comunitari presenti nel ddl. Cosa che ci costerà, in caso di approvazione, enormi esborsi di denaro in procedure di infrazione. Già oggi lo Stato italiano spende cifre enormi (si parla di 800 milioni di euro) per le 75 procedure di infrazioni, di cui 25 in materia ambientale, di cui il nostro Paese è stato ritenuto responsabile. Ma tanto pagano i cittadini, mica i politici o i cacciatori… Tra l’altro, nel dicembre dello scorso anno Bruxelles manifestò al Governo italiano le proprie perplessità sulle previste concessioni al mondo venatorio, palesemente in contrasto con la normativa europea, ma tale lettera è stata tenuta nascosta, per non scontentare quel mondo venatorio cui la maggioranza che governa il Paese deve restituire gli appoggi ricevuti durante la campagna elettorale: si dice “fare una marchetta”. Non solo, il loro (come mio non lo riconosco) ministro Lollobrigida (proprio lui, l’ex cognato più famoso d’Italia, quello che “l’abuso di acqua può portare alla morte” e quello che ferma i treni ad alta velocità pro domo sua) ha liquidato la faccenda come una fastidiosa stupidaggine burocratica di cui non tenere alcun conto… https://www.dire.it/14-05-2026/1240101-lollobrigida-riforma-caccia-per-una-lettera-dei-burocrati-della-ue/
