Monumentale esemplare di cerro a Moncucco Torinese
Da Roma a Milano e Torino, crescono le mobilitazioni dei cittadini per difendere gli alberi dalle politiche sconsiderate delle amministrazioni pubbliche, sia perché catturano Co2 e altri inquinanti, sia perché contribuiscono a mitigare le temperature sempre più elevate conseguenti alla crisi climatica. Fuori città, si fa largo una strategia innovativa: acquistare aree boschive per garantire maggiore sicurezza di protezione. Vincoli ambientali e paesaggistici sono spesso aggirati per operazioni speculative sul territorio e prende il via la “Rete dei Boschi Custoditi”: «Siamo partiti dalla constatazione che in Piemonte, come peraltro un po’ ovunque, esistono molti soggetti che hanno deciso di perseguire la strada dell’acquisizione di beni naturalistici da lasciare alla libera evoluzione: associazioni di interesse sia nazionale che locale, piccoli gruppi, addirittura singoli soggetti», ci spiega l’ex docente universitario di Genetica forestale, già segretario nazionale della Federazione Nazionale Pro Natura
Gli alberi sono le colonne del mondo, quando gli ultimi alberi saranno stati tagliati, il cielo cadrà sopra di noi. (Proverbio Sioux)
◆ L’intervista di FABIO BALOCCO con PIERO BELLETTI
►Una delle poche note positive in campo ambientale è il risveglio di una certa sensibilità nei cittadini dei centri urbani, specie nei grandi centri. Ne sono un esempio le vere e proprie lotte per salvare il patrimonio arboreo in particolare a Roma, Milano, Torino. D’altra parte è anche vero che questa neonata sensibilità vede la propria origine nella mancanza di una politica di tutela del verde nelle amministrazioni competenti. Abbiamo pensato di trattare questo argomento, gli alberi, con Piero Belletti, segretario della Federazione Nazionale Pro Natura ed ex docente universitario di Genetica forestale.
Piero Belletti, già docente di Genetica forestale e segretario della Federazione nazionale Pro Natura
— Secondo te, perché la gente è diventata così sensibile alla tematica degli alberi?
«A mio parere il principale motivo è che la gente si è finalmente resa conto dell’importanza degli alberi, di come sarebbe invivibile un mondo senza di essi e, nel caso specifico dei cittadini, di come il taglio degli alberi influisca direttamente sulla salute pubblica, sia perché catturano Co2 e inquinanti vari, sia perché contribuiscono a mitigare le temperature sempre più elevate».
— E su scala che esula dall’ambito urbano qual è l’importanza degli alberi?
«I boschi, tramite gli alberi di cui sono costituiti, rappresentano il più sicuro ed efficiente sistema di assorbimento dell’anidride carbonica, il gas che, ricordiamo, è il principale responsabile dei cambiamenti climatici che stiamo vivendo in questi ultimi anni».
— Però, se poi raccogliamo legna e la bruciamo, tale anidride carbonica ritorna in atmosfera.
«Proprio così. È per questo motivo che gli alberi devono essere lasciati crescere e non utilizzati non appena raggiungono le dimensioni utili per qualche tipo di sfruttamento».
— Cos’altro ci danno i boschi?
Bosco misto nell’alto astigiano
«La difesa idrogeologica, intanto. Con l’estremizzazione dei fenomeni meteorologici la capacità dei boschi di trattenere acqua e terreno diventa sempre più importante. Ricordiamo anche che una copertura vegetale riduce la velocità di impatto delle piogge sul terreno e ne riduce così l’effetto erosivo. Il terreno dove c’è un bosco, inoltre, è più soffice e questo agevola la penetrazione delle acque nel suolo, ove vanno a rimpinguare le falde, che sono poi quelle che ci forniscono di acqua potabile».
— La superficie boscata in Italia sta aumentandoTutto bene quindi?
«Sì e no. Sì perché in effetti i boschi stanno riconquistando molto del terreno da cui li cacciammo nei secoli scorsi, soprattutto per recuperare terreno coltivabile o pascolivo e utilizzarne la legna nella nascente industria. No, perché spesso si tratta di boschi degradati, costituiti da poche e spesso esotiche specie. Boschi delicati, molto sensibili alle avversità, che non sono in grado se non in minima parte di esercitare le loro peculiari funzioni. Attilio Salsotto pronunciò la famosa frase “l’Italia è ricca di boschi poveri”».
— Che fare dunque?
Alneto impaludato di ontano nero a Piovà Massaia
«La prima cosa, e anche la più ovvia, è salvaguardare quei pochi boschi di valore che ancora esistono nel nostro Paese. Ma che sono minacciati da moltissime cause. Il taglio indiscriminato, come è ovvio. Ma anche l’urbanizzazione del territorio, la realizzazione di strade e altre infrastrutture, come impianti per la produzione delle cosiddette energie rinnovabili, e così via. Tutto ciò si aggiunge a problematiche di tipo più generale, quali il già citato cambiamento climatico».
— Il cambiamento climatico è veramente una minaccia per i nostri boschi?
«Di nuovo sì e no. Sì perché molte specie non riescono ad adattarsi alle nuove condizioni e quindi regrediscono, oppure, se possono, si spostano verso situazioni più favorevoli, ad esempio più a nord o a quote maggiori. È il caso, giusto per fare qualche esempio, del pino silvestre, che in ambito planiziale e collinare sta soffrendo in modo molto marcato, oppure di talune querce, come la farnia, che è quella più importante nelle zone di pianura. C’è tuttavia da dire che le foreste probabilmente non scompariranno: saranno in grado di adattarsi, soprattutto tramite meccanismi di selezione naturale, alle nuove condizioni. Lo hanno già fatto moltissime volte in passato».
Bosco autunnale in val Pellice
— Ma?
«In effetti c’è un “ma” grosso come una casa. Avranno il tempo per fare tutto ciò? In passato il clima è sempre cambiato, ma in ambiti temporali molto lunghi, cui le specie sono riuscite a rispondere con gradualità, senza grossi problemi. Oggi è tutto enormemente più accelerato, e non è affatto detto che la capacità di adattamento e sopravvivenza delle specie vegetali possa ancora manifestarsi in modo adeguato».
— Come consideri le specie esotiche, come il famoso ailanto, che sopraffà in molte zone le specie autoctone?
«Quello delle specie esotiche, o aliene che dir si voglia, è un grosso problema. La maggior parte delle specie di provenienza alloctona non riesce a prosperare in condizioni diverse da quelle delle aree di origine. Se però ci riesce, spesso diventa una vera e propria infestante, in quanto estranea agli equilibri naturali locali. Tanto per fare un esempio, spesso mancano i predatori ed altri limitatori naturali, che quasi mai (e per fortuna…) vengono introdotti assieme alla specie principale. L’ailanto è un esempio classico. Bella pianta, anche utile per certi versi, ad esempio in quanto molto attrattiva per le api. Spesso però si diffonde in modo esagerato, impedendo la rinnovazione e la crescita di altre specie, magari più lente o sofferenti l’ombra».
— Ma torniamo alla salvaguardia dei boschi. In tutta Italia sono nate associazioni e comitati di salvaguardia di aree boschive, anche acquistando appositamente ettari di territorio.
Betulleto in val Pellice
«L’idea di base è la constatazione che acquistare un bene quale un bosco o una zona umida rappresenta, oggi, una delle forme più sicure di protezione. Come infatti dimostra la realtà, gli altri vincoli (di tipo paesaggistico, naturalistico, ambientale, ecc.) possono essere superati, soprattutto se sussiste una ferma volontà politica di destinare il territorio ad altre, magari più redditizie, forme di utilizzazione».
— È nata in Piemonte un’interessante iniziativa di tutela dei boschi. Ce ne puoi parlare?
«Esatto. Si tratta della cosiddetta “Rete dei Boschi Custoditi”. Siamo partiti dalla constatazione che da noi, come peraltro un po’ ovunque, esistono molti soggetti che hanno deciso di perseguire la strada dell’acquisizione di beni naturalistici da lasciare alla libera evoluzione: associazioni di interesse sia nazionale che locale, piccoli gruppi, addirittura singoli soggetti. Ci è sembrato quindi importante fare in modo di riunire tutti questi soggetti, quanto meno a livello regionale, in modo che si conoscessero tra di loro e che, laddove possibile, stabilissero strategie comuni di lavoro».
Faggeta in val Sangone
— Ma quali sono i settori in cui la Rete potrebbe manifestare i suoi effetti più evidenti?
«In primo luogo rafforzare le politiche di protezione ambientale, valorizzando le singole esperienze. Ci si riferisce, ad esempio, agli aspetti collegati con lo studio e la verifica di tecniche di gestione in grado di migliorare l’efficienza degli ecosistemi, le ricerche scientifiche su flora, fauna e dinamiche ecologiche, la segnaletica, la fruizione, le forme specifiche di salvaguardia e conservazione, la possibilità di accesso a finanziamenti. Il tutto ovviamente senza dimenticare che lo scopo principale è la protezione ambientale».
— Al momento chi fa parte della Rete?
«Intanto diciamo che promotrici dell’iniziativa sono state alcune Associazioni ambientaliste, a carattere sia nazionale (la Federazione Nazionale Pro Natura, la quale, unitamente al Circolo Valtriversa di Legambiente, detiene la proprietà di una quindicina di ettari di boschi, soprattutto nell’astigiano) che locale (Terra, Boschi, Gente e Memorie, Custodi dei Boschi, Canale Ecologia, Langa Silvatica/I want to be tree, anch’esse proprietarie di superfici più o meno estese di aree boscate). Alla Rete dei Boschi Custoditi hanno poi aderito numerosi soggetti. Oltre alle già citate Associazioni, vi sono da segnalare numerose altre realtà locali e addirittura alcuni privati, convinti della necessità di tutelare il patrimonio boschivo e disponibili a rinunciare al reddito che questo può fornire pur di garantirne una conservazione integrale».
Bosco planiziale
— E se qualcuno volesse aderire, chi può contattare?
«Una delle Associazioni promotrici. Gli indirizzi si trovano facilmente in rete».
Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020), "Un'Italia che scompare. Perché Ormea è un caso singolare" (Edizioni Il Babi, 2022). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.
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