A difesa dei produttori di prodotti caseari con latte non pastorizzato è scesa in campo anche Slow Food per difendere una biodiversità artigianale preziosa e rara nel corso dell’ultima edizione di “Cheese”, la rassegna internazionale dedicata ai formaggi. Le attività economiche del settore sono esposte al rischio microbiologico generato da alcuni ceppi del batterio “Escherichia Coli” che rilasciano la tossina Shiga. Per combattere le possibili contaminazioni umane, a luglio il ministero della Salute italiano ha rilasciato linee guida molto severe che possono provocare effetti devastanti per le attività economiche dei piccoli produttori, spesso isolati e con scarsi mezzi a disposizione. Per uscirne, garantendo qualità e sicurezza agroalimentare, i piccoli produttori associati chiedono percorsi di formazione permanente, rapporti più stretti della ricerca scientifica con le pratiche di allevamento, miglioramento genetico, benessere animale e sostenibilità: settanta euro di analisi al giorno per un malgaro (tutore della sapienza casearia millenaria sulle nostre montagne) può diventare un ostacolo economico insormontabile
◆ L’analisi di VALTER GIULIANO
Ma perché si è resa necessaria questa discesa in campo? All’origine vi sono le “Linee guida per il controllo di Stec nel latte non pastorizzato e nei prodotti derivati” rilasciate dal ministero della Salute lo scorso luglio. Le Stec (acronimo di “Shiga Tossine Escherichia coli”), che causano il rischio microbiologico, sono insite in alcuni ceppi di batteri Escherichia coli che producono Shiga, tossine che contaminano la filiera dei prodotti lattiero caseari, in particolare del latte crudo. Quali le possibili conseguenze dell’esposizione all’infezione? In alcuni casi la presenza in questi alimenti del batterio Escherichia coli Stec può scatenare la Sindrome emolitico uremica (Seu) che in soggetti fragili può produrre danni seri, con una mortalità stimata tra il 5 e il 15%.
La malattia è rara e colpisce, in maniera particolare, soggetti in età pediatrica (bambini al di sotto dei 10 anni), con sintomi quali insufficienza renale acuta e danni al sistema nervoso. È il caso di due bambini trentini, Mattia, che da otto anni vive in stato vegetativo a causa di ingestione di formaggio a latte crudo (come riconosciuto da due sentenze della Cassazione), e di Elia, deceduto per la Seu, dopo 51 giorni di ospedale a pochi giorni dal suo terzo compleanno. Si tratta, come si evince, di un problema di salute pubblica che non va assolutamente sottovalutato. Ma da Slow Food si precisa che i controlli analitici previsti dal ministero sul latte e sui formaggi, risulterebbero gravosi, «al di là delle possibilità economiche di molti produttori, che diventano praticamente inattuabili per i produttori che alpeggiano a quote elevate, in località impervie o irraggiungibili con gli automezzi». Un malgaro o un piccolo produttore si troverebbe nelle condizioni di dover spendere ogni giorno fino a 70 euro per le analisi.
La mobilitazione di Slow Food ha coinvolto la gran parte dei produttori intervenuti all’ultima edizione di “Cheese” dove è stata messa in atto una massiccia campagna a difesa dei prodotti a latte crudo. Le motivazioni a sostegno del settore hanno messo in rilievo come si rischi di mettere a repentaglio l’esistenza di migliaia di produttori, la stragrande maggioranza di piccola scala: centinaia di questi produttori aderiscono a Consorzi Dop (28 delle 56 Dop/Igp italiane dei formaggi prevedono obbligatoriamente la produzione a latte crudo e molte altre Dop/Igp coinvolgono produttori che lavorano a latte crudo), circa 400 aziende appartengono ai Presìdi Slow Food, migliaia producono formaggi Pat e aderiscono ad associazioni di settore e comunità locali.
Sono produttori che conservano saperi caseari artigianali sui quali si fonda la fama del nostro patrimonio gastronomico e sui quali si concentrano le speranze di futuro per le terre alte del nostro Paese (composto per l’80% di montagne e colline): in gioco c’è una incommensurabile ricchezza, in termini di biodiversità, ecosistemi, razze animali, pratiche, conoscenze e produzioni casearie e la gestione ambientale delle aree interne, sempre più a rischio di spopolamento e dissesto idrogeologico. Luoghi curati da produttori e allevatori che vivono e lavorano da sempre in tali contesti. «Il 68% degli allevamenti italiani ha meno di 100 capi e alleva complessivamente solo il 18% del totale dei bovini da latte del nostro Paese: in 10 anni abbiamo perso una stalla su tre. I produttori di cui parliamo resistono, ma ogni giorno affrontano nuove sfide. Questo mondo sconta già i danni di immagine dovuti all’allarmismo che nell’ultimo anno ha preso di mira la totalità dei produttori di formaggi a latte crudo, dimenticando che le responsabilità sono soggettive, ben chiare e individuate dalla magistratura».
