L’Italia e l’Europa sono le regioni del pianeta che soffrono maggiormente il cambiamento climatico e da qui dovrebbe venire la risposta più efficace. Le temperature elevate non solo rendono difficile la vita ma favoriscono un altro grave problema: la siccità, questa sarà sempre più un grave problema e favorirà ancor più il processo migratorio che è già in atto e non possiamo arrestare. La siccità accompagnata da temperature elevate riduce l’attività di fotosintesi, fino quasi ad arrestarsi oltre i 35 gradi centigradi. Il processo fotosintetico delle piante è l’unico capace di produrre sostanza organica partendo da elementi inorganici; col crescente riscaldamento a livello globale si ridurrà la produzione di biomassa, che invece dovrebbe aumentare se vogliamo fissare più carbonio e liberare meno Co2 nell’atmosfera. Scenari sempre più impervi che possiamo fronteggiare attingendo alla “sapienza genetica” dei grandi patriarchi che attraversano da secoli (talvolta da millenni) temperature estreme. Purché i giovani ne siano consapevoli e operino di conseguenza. L’appello ai trentenni rivolto da un agronomo saggio
◆ L’articolo di SERGIO GUIDI
► Le insopportabili ondate di calore di questa estate sono la dimostrazione lampante che il clima sta cambiando ad una velocità maggiore del solito, ma purtroppo ancora c’è chi nega il fenomeno, soprattutto tra chi ha un ruolo importante a livello politico. Cosa ancora dobbiamo aspettarci perché chi ha potere prenda provvedimenti per mitigare il fenomeno? Dobbiamo considerare che l’andamento climatico di questa estate sarà quello che ci aspetta in futuro, ma potrebbe essere anche peggio e non è facile adattarci, anche se già queste ondate di calore con temperature fino a 45 gradi hanno causato decine di migliaia di morti in Europa e sappiamo che a 50 gradi centigradi l’uomo non può sopravvivere. Come suggerisce Jeremy Rifkin, a livello politico occorre puntare sui giovani trentenni che stanno diventando sindaci, assessori, economisti; sono loro l’ultima speranza per un futuro migliore, prima che sia troppo tardi.
L’Italia e l’Europa sono le regioni del pianeta che soffrono maggiormente il cambiamento climatico e da qui dovrebbe venire la risposta. Le soluzioni esistono come ad esempio il sole e il vento, energie diffuse e disponibili per tutti; esse sono anche le energie più economiche e che ripagano velocemente gli investimenti: si tratta di farle diventare economie di scala. Le temperature elevate non solo rendono difficile la vita ma favoriscono un altro grave problema: la siccità, questa sarà sempre più un grave problema e favorirà ancor più il processo migratorio che è già in atto e non possiamo arrestare. Ma la siccità e le temperature elevate influenzano fortemente anche l’ambiente, la vegetazione e gli animali. Infatti, il cambiamento del clima e la biodiversità sono strettamente connessi.
La siccità accompagnata da temperature elevate riduce l’attività di fotosintesi, fino quasi ad arrestarsi oltre i 35 gradi centigradi, di conseguenza avremo una riduzione delle produzioni agroalimentari che favorirà l’aumento dei prezzi dei cibi al consumo con gravi ripercussioni sociali. Poiché il processo fotosintetico delle piante è l’unico capace di produrre sostanza organica partendo da elementi inorganici, col crescente riscaldamento a livello globale si ridurrà la produzione di biomassa, cosa che invece dovrebbe aumentare se vogliamo fissare più carbonio e liberare meno Co2 nell’atmosfera, riducendo l’effetto serra, ma invece i vari paesi europei sono colpiti ogni anno da gravissimi incendi boschivi.
Il verde urbano è fondamentale per mitigare le alte temperature durante la calura estiva in città, basta pensare che gli alberi possono contribuire a ridurre fino a circa 5 gradi la temperatura con l’ombreggiamento rispetto alle zone esposte in pieno sole e questi 5 gradi a volte possono fare la differenza tra la vita e la morte dell’uomo. Eppure nelle grandi città italiane e non solo la tendenza è quella di abbattere gli alberi come è avvenuto a Roma, Firenze, con la scusa che sono pericolanti ma in realtà le piante in città sono affogate dal cemento e attraversate da varie condutture, avendo solo qualche metro quadro di terreno a disposizione. Il settore del verde urbano non è più gestito da giardinieri esperti ma sempre più spesso è appaltato dai comuni a ditte non specializzate che sanno solo capitozzare gli alberi e abbatterli come finti malati a scopo speculativo. Invece di rendere le città sempre più verdi e resilienti, come avviene ad esempio in Francia, la tendenza italiana è quella di abbattere per fare spazio, mentre è giunto il momento di considerare il taglio di alberi sani un vero e proprio reato da perseguire penalmente.
Ma quali saranno le piante più adatte ad affrontare i cambiamenti climatici in atto? La ricerca che ho condotto negli anni con l’associazione Patriarchi della Natura e che ha permesso di individuare oltre 14.000 esemplari di alberi monumentali sparsi per la penisola ha messo ben in evidenza che le piante capaci di resistere meglio alle avversità climatiche e parassitarie sono proprio i grandi alberi che hanno dimostrato nei secoli e millenni di superare periodi di freddo, siccità prolungate, temperature elevate. Infatti, un albero di 500 anni di età ha già superato 500 primavere, 500 estati più o meno calde, 500 autunni, 500 inverni più o meno rigidi; se ha saputo resistere così a lungo, lui e i suoi figli che ereditano parte del suo Dna, saranno quelli che ci garantiranno un futuro migliore.
Lo studio genetico di questi patriarchi arborei ci permetterà di identificare quali sono i geni che rendono questi alberi più resilienti al clima che cambia e magari utilizzare tali geni per migliorarne altri. Alcune piante particolarmente resistenti alla siccità contengono nel loro corredo genetico i cosiddetti “geni della sete” che permettono di sopravvivere in condizioni estreme; con il miglioramento genetico tali geni potrebbero essere trasferiti ad altre piante coltivate riducendo così gli interventi irrigui, visto che l’acqua sarà una risorsa sempre più preziosa che va usata in maniera parsimoniosa, riducendo le perdite e gli sprechi.
Alcuni anni fa, durante una ricerca volta al censimento dei patriarchi arborei nelle isole, mi sono imbattuto in un vecchio albero di melo a Pantelleria; un albero di modeste dimensioni ma dotato di grande vitalità, pur vivendo in un ambiente semidesertico simile all’Africa. Se consideriamo che il melo è una specie caratteristica degli ambienti temperati o freddi, capace di resistere fino a meno 25 gradi centigradi, infatti da noi lo troviamo diffuso in Trentino, possiamo immaginare quale capacità di resistenza alle elevate temperature e siccità possa avere questo albero? Non vi sono dubbi che il corredo genetico di questa pianta abbia un grande valore per il futuro, proprio per la sua capacità di vivere in un ambiente estremo e dovremmo fare di tutto per non perdere il suo Dna che va assolutamente tutelato e riprodotto perché con il clima che cambia così velocemente sono queste le piante del futuro che potremmo coltivare addirittura in zone semidesertiche senza ricorrere a irrigazioni e trattamenti vari. Abbiamo altri esempi di piante estremamente resilienti che abbiamo recuperato e salvato dall’estinzione certa, l’auspicio è che esse trovino la giusta collocazione in un progetto di ampio respiro che ne garantisca l’impiego futuro come alleati per chi dovrà combattere il clima dopo di noi. © RIPRODUZIONE RISERVATA
