Nei suoi sette anni di direzione Emiliani è riuscito a trasferire sulle pagine del giornale la sua personalità e le sue passioni. Quelle di un giornalista colto, febbrilmente curioso e con una forte passione civile. Tre qualità che, sommate assieme, non sono riscontrabili in nessuno dei direttori di giornale degli ultimi 50 anni. È diventato direttore dopo una carriera segnata da inchieste di taglio sociale, politico, economico. Interessi che in modo palpabile si trasferivano ogni giorno nelle scelte del giornale. Drappelli di giornalisti brillanti sono stati lanciati in una stagione di campagne popolari e di inchieste documentate, mai scandalistiche ma sempre argomentate che allungarono le file dei lettori che venivano in redazione o che telefonavano
➨ L’articolo di FABIO MARTINI
🁢🁢 Giorno dopo giorno era diventato un altro Messaggero. E nel gennaio del 1987, quando Vittorio Emiliani lascia la direzione, per la prima volta nella sua lunga storia il giornale ha oramai raggiunto un livello qualitativo paragonabile a quello dei tre “grandi”, Corriere, Repubblica e Stampa, che allora appartenevano ad un altro pianeta. Certo, un traguardo immateriale e tuttavia misurabile: non solo e non tanto dal boom delle vendite, ma soprattutto dal rispetto che in quel momento circondava il giornale nell’ambiente giornalistico, editoriale, imprenditoriale e politico, una considerazione che aveva finito per farne una preda. Come dimostra anche l’operazione, chiamiamola pure “bipartisan”, che portò alla defenestrazione di Emiliani. Allora ne ebbero contezza soltanto pochissimi e oggi quella storia può essere raccontata.
I primati qualitativi e quantitativi raggiunti allora dal Messaggero non erano stati un miracolo. Non si partiva dall’anno zero, tutt’altro: già da diversi anni il primo giornale di Roma aveva un peso ben radicato nella Capitale e che andava oltre l’ambito cittadino e delle Regioni nelle quali era capozona. Radici profonde e popolari, alle quali aveva contribuito negli anni precedenti una redazione di prim’ordine e tuttavia, così come c’era stato “Il Messaggero di Perrone”, tra il 1980 e il 1987 prese corpo “Il Messaggero di Emiliani”: un giornale con una sua spiccata identità, diverso da quelli che l’avevano preceduto e da quelli che lo seguiranno, peraltro tutte “versioni” rispettabili.
Ma nei suoi sette anni di direzione Emiliani era riuscito a trasferire sulle pagine del giornale la sua personalità e le sue passioni. Quelle di un giornalista colto, febbrilmente curioso e con una forte passione civile. Tre qualità che, sommate assieme, non sono riscontrabili in nessuno dei direttori di giornale degli ultimi 50 anni. Chi conosce Emiliani sa che, ancora oggi al culmine dei suoi splendidi 90 anni, mantiene una strabiliante memoria. Alla quale ha sempre contribuito la natura, certo. Ma quante cose abbiamo dimenticato della nostra vita, anche perché nel momento in cui le vivevamo, ci interessavano poco? La verità è che abbiamo più memoria per tutte le cose di cui siamo curiosi e intimamente interessati e proprio questa attitudine spiega la memoria di Vittorio Emiliani
Che ha sempre avuto passione e curiosità per tantissime cose. Anzitutto per ogni declinazione della cultura e proprio per questo era riuscito a condurre una personale opera di “reclutamento”, riuscendo a garantirsi la collaborazione di firme di alta qualità in una quantità – ecco il punto – assolutamente sbalorditiva. Un elenco mai fatto in modo puntuale: vale la pena farlo perché si tratta di una lista impressionante. Eccola: Leonardo Sciascia, Giorgio Manganelli, Federico Caffè, Giovanni Raboni, Franco Fortini, Franco Ferrarotti, Corrado Stajano, Sabino Cassese, Carmelo Bene, Gianfranco Pasquino, Massimo Cacciari, Luigi Manconi, Paolo Flores d’Arcais, Ruggero Orfei, Luigi Pedrazzi, Paolo Leon, Paolo Baratta, Vezio De Lucia, Italo Insolera, Gianfranco Amendola, Giuseppe Branca, Salvatore Sechi, Francesco Margiotta Broglio, Giancarlo Caselli, Adolfo Beria d’ Argentine, Staino, Lucio Dalla, Alberto Bevilacqua, Vincenzo Consolo, Italo Moscati. Un elenco formidabile perché restituisce, senza il bisogno di chiose retoriche, il valore aggiunto che i lettori ricavavano ogni giorno dalla lettura di quel “Messaggero”.
La cultura, certo. Ma Emiliani ha sempre avuto, e mantiene, tante passioni. Era diventato direttore dopo una carriera segnata da inchieste di taglio sociale, politico, economico. Interessi che in modo palpabile si trasferivano ogni giorno nelle scelte del giornale e dei Servizi. Il Politico, l’Economico, le Cronache nazionali e la Giudiziaria, lo Sport, dove dietro Gianni Melidoni, c’era un drappello di giornalisti brillanti, molto bravi. Appassionato e conoscitore d’opera ancora oggi, allora Emiliani ricevette grandi soddisfazioni dagli Spettacoli, che lui completò ma che già annoveravano la migliore redazione italiana in questo campo. La passione per la provincia, dalla quale Emiliani proviene, aveva consentito attenzione e stimoli alle Redazioni delle Regioni, mentre la cultura urbanistica e l’amore per le città del direttore consentirono due exploit. La Cronaca di Roma, veniva da una stagione formidabile, quella di Silvano Rizza. E tuttavia Emiliani ebbe l’intuizione di chiamare a guidarla un giornalista, come Vittorio Roidi, egualmente rigoroso ma con qualità umane e professionali diverse e complementari rispetto a quelle di Rizza. Ne venne fuori una stagione di campagne popolari e di inchieste documentate, mai scandalistiche ma sempre argomentate che allungarono le file dei lettori che venivano in redazione o che telefonavano e le cui segnalazioni erano sintetizzate con acume da una grande segretaria, Vanna Tosi. Non a caso uno dei capolavori di quel Messaggero sono stati i Quartieri: affidati ad un fuoriclasse come Mauro Piccoli, in poco tempo avevano fatto lievitare le vendite e la qualità complessiva di tutto il giornale.
Tutti i rami del giornale furono alimentati da una linfa decisiva: la libertà. Che si traduceva nel rispetto per l’autonomia dei Servizi e dei singoli redattori. C’era una bellissima atmosfera. Si lavorava bene e questo “benessere” – ecco il miracolo – finiva per avere un riflesso sul prodotto giornalistico. Non è una regola ma la libertà può rendere i giornalisti più bravi. Era diventato così bello quel Messaggero che ad un certo punto si trasformò in una preda della politica. I socialisti non capivano bene quel direttore socialista che faceva il direttore. Ciriaco De Mita ne chiese la testa alla Montedison e si raccontò che una volta anche il segretario del Pci Alessandro Natta avesse partecipato ad una cena nella quale si parlò della rimozione di un direttore la cui colpa era stata quella di aver fatto più autorevole Il Messaggero.
Tanti dei redattori di quella stagione hanno fatto una bella carriera interna, altri sono “emigrati”, ricoprendo incarichi a prima vista più appaganti di quelli svolti da giovani a via del Tritone. E tuttavia molti di noi possono ben dire che proprio al “Messaggero di Emiliani” abbiamo vissuto quelli che sono stati, restano e resteranno per sempre i migliori anni della nostra vita. © RIPRODUZIONE RISERVATA
